«Chi parla male, pensa male» dice Nanni Moretti in Palombella rossa. Parole che mi sono tornate in mente leggendo l’interessante articolo di Lorenzo Castellani La nuova retorica populista. Se il potere si esercita attraverso il linguaggio, uscito su questo giornale il 6 luglio, in cui con lucido realismo schematizza il cambiamento da un linguaggio politico “novecentesco”, fondato «su un vocabolario nobile: democrazia, mercato, diritti civili, libertà di espressione, accoglienza, pace» e quello attuale nazionalista e populista, molto più crudo e realista e per questo più sincero.
Il primo ha pagato il prezzo di troppe promesse non mantenute, allontanandosi dalla realtà e per questo ha perso la battaglia contro il duro realismo dei discorsi di Trump, Merz, Salvini e compagnia brutta. Dire che Netanyahu fa il lavoro sporco per noi è in fondo vero per certi versi, ma allo stesso tempo, ammetterlo significa aderire all’idea, che in fondo il massacro dei Palestinesi in fondo non solo può essere tollerato, ma anche politicamente “conveniente”. Si va al di là dell’indifferenza.
Qualche giorno fa ascoltavo un dibattito in TV, quando uno dei dialoganti ha interrotto la donna che stava parlando di pace e diplomazia, dicendo, con tono sarcastico, più o meno: “è inutile che lei parli, la realtà è che chi ha più armi, detta legge”. Certo, affermazione realistica, anche se cruda, ma dare per scontato la legge del più forte significa accettarlo, senza nemmeno pensare di potere cambiare questo assetto. Vuole dire, sotto sotto, che in fondo va bene così, che dobbiamo accettare la realtà nei suoi lati peggiori, anche se barbara. In altri termini abdicare al dialogo, alla mediazione, a ogni tentativo di cambiamento: alla politica.
Al di là del giudizio morale questo tipo di linguaggio così arido, così privo di ogni forma retorica, non giunge a scaldare i cuori, in particolare quelli dei giovani. Ci si interroga poi sul perché dell’allontanamento di questi ultimi dalla politica, ma quando sei giovane hai bisogno di giganti, non di nani e di giganti che facciano sognare, anche con le parole. Rimarranno nella storia frasi come “I have a dream” di Martin Luther King, o il “Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese” di J. F. Kennedy, parole che aprivano speranze, non abdicazione. So che può apparire un discorso buonista (altro esempio di come la bontà sia ritenuta negativa nelle nuove retoriche), ma ci vuole una certa “poesia” per affascinare, coinvolgere, pensare a un cambiamento, a un mondo diverso. Poesia non intesa come lirica, ma come bellezza della parola.
Il linguaggio dominante nella politica attuale, fatto spesso di insulti, violenza verbale (tralasciamo le castronerie) nella sua povertà lessicale mostra anche un forte impoverimento del pensiero, ridotto a frasi frammentate a misura di reel. Certo adatte a slogan da social o da talk show televisivo, ma non allo sviluppo di un pensiero o di una visione del domani, neppure quello più immediato. Una lingua che non prevede il confronto, non si apre ad alcuna discussione: afferma e basta, senza il peso del dovere giustificare. Una lingua povera, monotona, fissata, ripetitiva, che purtroppo si avvicina sempre di più a una lingua di regime. Eminenti linguisti hanno rilevato come sotto i totalitarismi si registri un forte impoverimento nel parlare, di come il repertorio delle parole si riduca. Accade perché a impoverirsi e a ridursi è il pensiero, la mancanza di confronto da cui possono scaturire idee nuove. Anche l’assenza di sfumature rivela un pensiero essiccato, disossato, ridotto spesso a insulto, spesso usato per interrompere la discussione, sovrapponendosi alle parole dell’altro, invece che ad alimentarla.
Chi parla male, pensa male, appunto, ma è troppo facile, come spesso si sente fare, accusare i giovani di avere un vocabolario ridotto, di cercare la semplificazione. La colpa non è dei giovani, ma del pessimo inventario di proposte che la realtà degli adulti offre loro oggi. Solo sognando si può sperare e le parole, quelle belle, possono aiutare. Molto.