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RETORICHE IDENTITARIE

La discussa accoglienza da parte di Giorgia Meloni a Chico Forti, al di là di ogni giudizio sulla sua colpevolezza o innocenza, è a un tempo un segno forte e del dominio identitarista, che attraversa l’Europa e in particolare l’Italia. Forte perché vuole affermare l’impegno del Paese per “salvare” uno di noi, come a dire che il principio di appartenenza, dettato dall’autoctonia, è superiore a qualsiasi altro valore. Non importa se sia buono o cattivo: è dei “nostri”. Si tratta dello stesso meccanismo scattato per il caso dei marò, accusati di aver ucciso, il 15 febbraio 2012 al largo della costa del Kerala, due pescatori imbarcati su un peschereccio indiano. Il patriottismo invocato da più parti, deve guardare oltre ogni forma di giustizia, è un valore (così pensano gli identitaristi) talmente forte da non poter essere messo in discussione. Lo slogan Salviniano “prima gli italiani” è un tipico esempio di questa retorica, che dà precedenza al luogo di nascita su ogni altro carattere degli individui, prescindendo da ogni loro scelta. Messa in questi termini siamo sul piano della predestinazione, dell’ineluttabile, del “naturale”. Di fronte a questo aggettivo, bisognerebbe (ahinoi) ricordare le parole di Andreotti: “a dubitare si fa peccato, difficilmente si sbaglia”. Quante volte sentiamo parlare di “famiglia naturale”, “diritto naturale”, ecc. In natura non c’è alcun diritto e la famiglia è una creazione umana, tanto è vero, che la si può concepire in modi diversi. Ecco dove sta la fondamentale differenza: su ciò che è davvero naturale, abbiamo poche possibilità di intervenire – difficile cambiare il colore della propria pelle, la propria altezza, il gruppo sanguigno; nell’ambito del culturale, invece, possiamo scegliere. Posso scegliere che divinità pregare, che partito votare, per che squadra tifare. Non posso, invece scegliere dove nascere, non dipende da me. Costruire una retorica identitaria sull’autoctonia, significa negare ogni scelta individuale, ridurre gli umani a meri prodotti della terra, impossibilitati a scegliere il proprio destino. A guardare bene, sotto la maschera dell’identità e del patriottismo, grattando un po’ emerge il vecchio volto del mito della razza, fondato anch’esso su presupposte basi biologiche, cioè “naturali”.
Quell’immagine della premier che accoglie Forti mostra però, allo stesso tempo, alcune crepe nella muraglia patriottica e identitaria. Non può non balzare agli occhi di tutti, immediatamente, quasi con riflesso pavloviano, la differenza di trattamento nei confronti di Ilaria Salis: anche lei è italiana, è dei nostri… ma qui la temperatura del patriottismo cala di brutto, il primato del legame con la terra di origine si fa debole, diluito dalla differente collocazione ideologica. Se la retorica fosse solo politica, non ci sarebbe nulla da dire: ciascuno difende la propria trincea e giochiamo nel campo delle scelte, ma l’italianità allora viene meno? Ecco allora venire alla luce la profonda contraddizione, che caratterizza tutte le istanze identitarie, che si presentano come fondate su presupposti naturali, imprescindibili, quando, invece sono il prodotto di una costruzione ideologica, fondata su elementi molto spesso inventati, su confini tracciati arbitrariamente, quasi sempre per difendere qualche interesse. Presentate in questo modo le identità, però apparirebbero troppo banali, addirittura disdicevoli, egoiste, ammantandole, invece, di retoriche patriottiche assumono un’immagine più nobile. Si trasforma così la casualità, che ci ha fatto nascere in un determinato angolo del mondo, in un valore assoluto, indiscutibile. Non è casuale che quando concediamo la nazionalità a uno straniero, usiamo il verbo “naturalizzare”, come fosse naturale avere un passaporto.
La tragedia che sta dietro a tutto questo è che un insieme di patriottismi di quel tipo, dove ognuno difende i propri interessi, non può che condurre a inevitabili scontri.

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