Da insegnante, che ha vissuto da giovane una stagione di movimenti, seguo con attenzione e passione la catena di proteste, che riempiono i prati delle università di molte città del mondo. Quelle immagini di tende, che ricordano un accampamento indiano, sono il segno di una presa di coscienza, di cui, ammettiamolo, spesso noi boomers, abbiamo dubitato. La questione umanitaria di Gaza ha superato le cause che l’hanno innescata e questi giovani, accusati di non interessarsi alla politica, hanno concentrato la loro attenzione su un valore molto più alto: la vita umana. E lo hanno fatto senza uso particolare di violenza, se non verbale. La risposta, anche da parte di università tradizionalmente considerate “progressiste”, come Columbia o Cornell, è stata invece di tipo repressivo, come in alcuni atenei italiani. Vedere quei giovani manganellati, ammanettati, condotti via come prigionieri, da un lato muove all’indignazione, dall’altro suscita una riflessione sul rapporto tra le generazioni. Non a caso si sente evocare un nuovo Sessantotto. Negli anni Sessanta e Settanta i giovani contestavano il “sistema”, ma sebbene da posizioni opposte, lo facevano all’interno di un codice comunicativo comune con quello delle generazioni adulte. Il conflitto aveva un quadro di riferimento comune e condivideva un linguaggio. I giovani di oggi, invece, pur muovendosi sullo stesso piano di lotta, sembrano parlare un’altra lingua. Non fanno riferimento ad alcuna parte politica “tradizionale”, sfuggono a una classificazione convenzionale e forse è proprio in questa finta anomia, che sta il nucleo centrale delle proteste.
Si sente spesso dire che questi ragazzi non hanno le idee chiare, che non conoscono la storia, che semplificano troppo, non si dovrebbe, invece, riflettere sul fatto che il disastro umanitario di Gaza altro non è che l’ennesima scintilla accesa sulle braci dei Friday for future, della scomparsa del futuro da ogni proposta politica, del ritorno di nazionalismi mortiferi, di un capitalismo che sta distruggendo il pianeta? Forse quelle ragazze e quei ragazzi stanno giocando su un altro terreno, dicendoci che Gaza è il sintomo di un mondo guasto, manifestando il loro disagio sull’oggi che stanno ereditando.
Alla solidarietà che questi giovani meriterebbero in misura assai maggiore, si contrappone il totale disinteresse della politica, se non in forma repressiva. Questo lancia un’ombra lunga sul movimento pacifista, che stando ai dati, annovera molti simpatizzanti, ma non trova nessuna corrispondenza nelle proposte dei partiti e dei governi. L’assenza di un partito che si faccia portavoce di queste istanze è significativa del profondo solco tracciato tra le generazioni: molti dei loro genitori, che da giovani volevano rompere con i padri, ora che sono a essere padri, in realtà hanno rotto con i figli. Una cosa che dovrebbe preoccuparci profondamente tutti. Quei giovani non rappresentano solo una massa studentesca in vena di far casino, ma un gruppo di persone che hanno avuto il coraggio di dare voce ai tanti, e non solo giovani, che sono contro la guerra, ma che la voce non ce l’hanno. Quei giovani si sono presi la responsabilità di dare anche corpo alle loro idee e in quei corpi sono stati colpiti.
È una vergogna, che nessun partito ne abbia abbracciato lo slancio e ne abbia fatto materia di dibattito, che quelle ragazze e quei ragazzi siano lasciati soli. Di fronte a questo imbarazzante appiattimento, si potrebbe sperare almeno in una minima visione politica dell’evoluzione di questo movimento. Se queste richieste non si traducono in atto politico, rischiano di trasformarsi in violenza. Per l’ennesima volta, per non avere capito.