La reazione israeliana all’attacco del 7 ottobre ha scatenato numerose forme di protesta in varie parti del mondo e in particolare nelle università. In molti casi le critiche alla politica del governo Netanyahu vengono bollate come forme di “antisemitismo”, richiamando immediatamente la tragica era nazista. Le parole sono pietre, diceva Carlo Levi e se lanciate in modo sbagliato non solo fanno male, ma contribuiscono a confondere un quadro già complesso.
Già perseguitati dai politeisti per il loro attaccamento al monoteismo, gli ebrei incarnano da due millenni, agli occhi del mondo cristiano, la figura simbolica del deicida e per questo incombeva su di loro lo stigma di essere portatori di una sorta di peccato originale di cui si sarebbero macchiati. Di qui le diverse politiche di emarginazione e di esclusione, il nascere di stereotipi negativi e di pregiudizi che vanno sotto il nome di antigiudaismo. Essendo però ebrei i fondatori del cristianesimo, i seguaci di Cristo non potevano pensare che ci fosse qualche tara nel sangue o negli antenati degli ebrei. Non era una questione legata alla natura, ma alla religione. La stessa chiesa cristiana fino al XII secolo prevedeva che gli ebrei potessero emanciparsi da quel peccato originale, attraverso la conversione.
L’intolleranza religiosa si distingue dal razzismo, perché condanna e perseguita gli altri per ciò che essi credono, non per ciò che intrinsecamente sono, mentre possiamo parlare di razzismo quando le differenze di carattere culturale vengono considerate innate, un prodotto della natura, indelebili e immutabili. È stato lo spostamento dell’immagine dell’ebreo dal piano della fede e della cultura a quello della presunta razza a far nascere l’antisemitismo, fondato sulla convinzione che gli ebrei fossero intrinsecamente malvagi per natura, e non semplicemente preda di false credenze e cattive inclinazioni. Questa visione getta le basi su cui si fonderanno le teorie razziali e razziste del XIX e XX secolo, che non vennero declinate in chiave religiosa, come era avvenuto fino ad allora. Infatti, nell’epoca in cui la scienza si impone come chiave di lettura del mondo e della stessa evoluzione umana, la fede non può più essere un dato fondamentale. Quell’ebreo, colpevole della morte di Cristo e ora accusato di complotti contro il mondo, rimane però un corpo estraneo, questa volta però in quanto appartenente a una “razza” particolare. Nasce così l’antisemitismo.
L’aggettivo “antisemita” viene coniato nel 1860 da un ebreo austriaco di nome Moritz Steinschneider. A differenza dell’antigiudaismo che indicava l’avversione verso gli ebrei sulla base della loro fede e della loro tradizione culturale, l’antisemitismo esprimeva un sentimento di ostilità nei confronti degli ebrei in quanto gruppo (o “razza” come si pensava nella Germania nazista). Wilhelm Marr Marr, antisemita tedesco di fine Ottocento scriveva: «Non si tratta qui di far mostra di pregiudizi religiosi, ma di una questione di razza e del fatto che la distinzione tra noi e gli ebrei risiede nel sangue». L’antisemitismo è quindi la variante razzista dell’antico antigiudaismo e proclamarsi antisemiti, significa essere “antiebraici” e “giudeofobici” secondo una modalità razzista, quindi propriamente moderna.
Tornando all’oggi, la maggior parte delle critiche ai tragici eventi di Gaza è diretta contro l’azione del governo Netanyahu, non certo contro la religione ebraica, tant’è che molti ebrei, anche ortodossi, si sono schierati contro le sue scelte. Non sono neppure critiche nei confronti dello Stato di Israele in quanto tale, non si può certo paragonare la gestione attuale con quella, per esempio, di Yitzhak Rabin, che cercò fino alla fine un dialogo con i palestinesi. Nella maggior parte dei casi le critiche, a volte anche dure, sono rivolte alla politica, non alla fede e tantomeno alla “razza”. Per questo risulta scorretto l’uso strumentale del termine antisemitismo, perché rievoca la terribile tragedia che ha colpito il popolo ebraico in quanto tale e per questo smuove rimorsi e sensi di colpa, ma che non ha nulla a che vedere con la condanna del massacro di Gaza.