Da un’epoca post-ideologica, quella della fine delle narrazioni, siamo transitati, nemmeno troppo lentamente, in un’epoca aziendale di carattere oligarchico. Nell’arco di un paio di anni il mondo è diventato una sorta di grande azienda con quattro azionisti di maggioranza, una serie di piccoli azionisti, uno dei quali gode di particolari libertà. La partecipazione non solo non è più necessaria, ma è addirittura sgradita. Decenni di retorica sulla democrazia partecipativa, sulla condivisione delle scelte, spazzati via dai nuovi duci, che, sebbene con modi e toni diversi, decidono per tutti. Modi e toni diversi perché se Trump sembra divertirsi a lanciare spacconate da texano nel saloon, accompagnate da una gestualità e una mimica facciale da maschera carnevalesca, Putin mostra uno sguardo gelido, un volto immobile, mai un sorriso. Entrambi condividono il mito della grandezza, Putin sogna il ritorno dell’URSS in cui è nato e cresciuto (senza comunismo, ovviamente), Trump fa rivivere il mito del Far West, della frontiera, che si allarga bel oltre i confini degli Stati Uniti.
Se non fosse così potente e pericoloso, Musk sembrerebbe il bambino a cui hanno regalato la nuova playstation, sguaiato, come i bambini senza pudore, al punto di appoggiare i neonazisti, con l’eterno cappellino in testa e una visione quasi razzista dell’umanità. Quella di chi sogna un futuro radioso per chi se lo potrà permettere. Punto. Xi Jin Ping è il più taciturno (o forse non ci dicono nulla di lui), ma in fondo anche lui pensa a fare grande la Cina, non territorialmente, ma economicamente. Se non altro, fino ad ora, senza uso di armi.
Il vecchio bipolarismo è divenuto un quadrumvirato in cui i capi si spartiscono vite e risorse, non più solo con la forza, ma con il controllo delle informazioni. E siamo noi a dare loro lo strumento per controllarci. Mentre i cittadini di 1984 cercavano di sfuggire al Grande Fratello, oggi sgomitiamo per essere visti da lui, per fargli sapere chi siamo, cosa pensiamo, cosa desideriamo. Non siamo più “controllati”, ma intrattenuti.
Putin e Trump sono stati eletti “democraticamente” – anche se per la Russia il discorso è più complesso – e democraticamente stanno mettendo fine alla democrazia. Peraltro, possono vantare un precedente illustre nella Germania degli anni Trenta.
Il capitalismo dell'informazione non opera con obblighi o divieti ma con stimoli positivi e produce un
potere smart, dove le narrazioni cedono il passo ai calcoli algoritmici. Come scrive Byung-Chul Han: «il discorso politico del XIX secolo, plasmato dalla cultura libraria, aveva tutt'altra estensione e complessità (…) i mass media elettronici distruggono il discorso razionale plasmato dalla cultura libraria e producono una mediocrazia». Tra un discorso di Churchill o di Kennedy e un tweet o un reel la differenza non sta solo nella banalizzazione, che semplifica la riflessione di chi li riceve, sta anche nel fatto che ci raggiunge ovunque, a qualunque ora. E ci fa sembrare di essere informati, di partecipare, di essere nel gioco. Non serve più votare, basta un like.
Così i padroni dell’Azienda-Mondo hanno imposto una sola, unica narrazione: quella del potere legato alla ricchezza e alla forza. Il fatto che l’Europa sia rimasta fuori dai giochi è legato al fatto di non aver saputo costruire la sua narrazione, fondata sui presunti valori su cui è nata. Inseguendo in ordine sparso gli altri, è rimasta senza voce: governata da banchieri e da politici incapaci di rilanciare una visione del futuro diversa dagli altri.
Viene quasi da rimpiangere quelle vecchie e tanto vituperate ideologie, che se non altro avevano il pregio di fare pensare al futuro e di farci sentire parte di una comunità che in quei valori credeva davvero.