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Jaipur

Jaipur è un ammasso caotico di case, gente, auto e macerie. Tutto sembra avere un aspetto informe e provvisorio. Davanti alla filigrana kitch del Palazzo dei Venti vive l'incredibile sarabanda dei venditori di souvenir che si affacciano da negozi che si chiamano Marco Polo, Mona Lisa, El Paraiso, moderne testimonianze di quello che un tempo veniva definito l'incontro di due culture. La strada pare un'allucinazione o forse un incubo, quasi un bagliore nella luce sporca del mattino. Una luce che mastica tutto, anche quella massa apparentemente inscindibile dell'umanità indiana.
«Siiir baksciiis» è la cadenza allungata di un mendicante privo di gambe, costretto su di una sorta di carretto che spinge con le mani. Gambe accrocchiate su rozze stampelle, moncherini, visi mangiati dal vaiolo e da chissà quali altre malattie. Tutti chiedono qualcosa, una rupia, una penna. Mi pare quasi un rito consuetudinario, si chiede così per chiedere. Anche i meno convinti ci provano, ma poi abbandonano subito. L'uomo carretto insiste, le sue mani stringono due blocchetti di legno che gli servono a spingersi. Scivola rumoroso sull'asfalto dissestato e pieno di buche. Le strade, rivoltate, trasudano miseria e immondizia da ogni angolo, mucchi di sterco marciscono sulle strade a pochi centimetri dalla gente immobile.
Il Palazzo dei Venti spacca la miseria, sembra promettere un'altra vita, nascondere chissà quale paradiso. Forse uno fatto di gambe normali per l'uomo-carretto, che continua a scorrere con una cantilena più pietosa che mai. Bisognerebbe chiedere a lui dov'è la magia dell'Oriente, il misticismo che tanto affascina gli Europei in cerca di religioni lontane.
Mi allontano da quella triste giostra in cerca di un po' di tranquillità. Passeggio lungo il bordo di un canale maleodorante attorno al quale gioca un gruppo di bambini scalzi. Si avvicina un ragazzo: «Italiano?», dice di avere una lettera in italiano, posso tradurgliela?
Salgo la stretta scala dietro di lui e mi trovo in un laboratorio di pittura. Devo bere il tè prima di tradurre la lettera. Il ragazzo dice di avere molti amici in Italia: «Tu di dove sei?»
«Torino»
«Sì, sì, anche a Torino». Avessi detto a Castagnole Lanza sarebbe stato lo stesso. Ci sarebbe stato un amico anche lì. E se fossi stato bulgaro i Bulgari sarebbero stati “the best”.
Arriva il tè e mentre cerco di trovare una posizione accettabile sui bassi cuscini della stanzetta il ragazzo tira fuori una serie di miniature. Parla di affari, commercio di miniature e tappeti. Se ne porto un po' in Italia c'è una buona percentuale per me. Chiedo della lettera, ben sapendo che non esiste e lui spedisce un ragazzino, forse il fratello minore, che parte di corsa. «Arriva la lettere, arriva».
Intanto si parla di miniature, di percentuali, trasforma dollari in rupie, in lire, poi ancora in dollari. Se porto degli amici il 10% è mio. Finisco il tè e mi alzo chiedendo apposta ancora una volta la lettera. Il ragazzino non è più tornato. Come immaginavo.
Il ragazzo ha una fabbrica di tappeti, vogliamo fare un salto a vederla? Decido di stare al gioco fino in fondo. E' quasi una sfida ormai, un gioco sottile tra il venditore ed il possibile acquirente. In ogni caso è un modo per non rientrare nella bolgia del centro.
Scendiamo sulla strada mentre il ragazzo si guarda intorno:«Andiamo?»
«Sì, sì aspettiamo la macchina» e impartisce ordini ad uno dei tanti che stanno seduti sul ciglio della strada.
«Con gli Italiani non guadagniamo tanto, lo facciamo per amicizia».
Anche la sottile arte del commercio sembra ormai usurata, volgarizzata, priva di nobiltà, sputtanata e rozza. Degenerazione e scadimento di gusti, questo esce dalle sue parole mentre cerca di blandirmi.
L'auto, come la lettera, pare persa in qualche angolo di quel paese misterioso che inghiotte tutto per poi risputarlo masticato e pieno di bava.
Prendiamo la moto e iniziamo a scivolare rumorosamente tra cammelli, vacche, bambini sporchi, donne con i sari coloratissimi che spiccano tra polvere resa luccicante dal sole e lo smog dei gas di scarico. Tutto è immerso in un rumore di clacson e di motori scarburati.
Palazzi di maharaja fanno da sfondo a povere ed umili bancarelle. Sembra che la storia abbia seguito due cammini paralleli, uno molto più veloce dell'altro. L'India continua ancora oggi a viaggiare storta.
Arriviamo alla fabbrica dove il fratello del ragazzo mi accoglie a braccia aperte perché “lui è contento di vedere un italiano” «Di Torino? Allora conosci ...» e via con una serie di nomi di negozianti.
Un topo attraversa la stanza moquettata gonfia di tappeti. Devo bere un tè, altrimenti il suo cuore si spezza. Devo portare gli amici, c'è un regalo per me, una percentuale, ma se non voglio comprare non c'è problema. I due si fanno sempre più servili.
Ne approfitto per chiedere di vedere la lavorazione dei tappeti. Questa mia curiosità li rimette in vita, forse compero. Usciamo nel cortile dove ragazzi ed anziani lavorano accovacciati per terra. Faccio alcune riprese con la telecamera, poi un ragazzo vuole guardare nel mirino. Ride sorpreso, anche gli altri si avvicinano. Il fratello maggiore li prende in giro:«Io lo come funziona, ma loro sono ignoranti» mi dice con il tono di chi ha visto tutto. Li abbandono con una vaga promessa di ritornare. Il più giovane vuole accompagnarmi con la moto a tutti i costi e devo lottare per rimanere da solo a passeggiare. Si cammina tra pozzanghere puzzolenti che impediscono un passo regolare.
Lascio la strada principale e mi infilo in una sgangherata via laterale sulla quale si affacciano le tristi porte delle case. Due isolati di abitazioni squadrate, dai bordi smangiati e dai muri colorati di sputi, sembrano dividere due economie. Qui solo botteghe per i locali, niente souvenir, solo sari, carne, dolci, latte, aquiloni. Solo i bambini continuano ad inseguirmi, ma solo per salutare: «Hallo! What's your name?». Qualcuno azzarda: «One rupia», ma si smorza subito.
Sembra che l'essere entrato qui mi abbia trasformato in un'altra persona, un po' meno turista, un po' più umano. La gente saluta, sorride. Mi viene difficile scrollarmi di dosso la diffidenza. Un signore in sarong mi saluta e mi invita a sedere accanto a lui. Sono pronto a rifiutare qualsiasi offerta di acquisto. No, vuole chiacchierare. Ha un laboratorio di taglio pietre dure e mi invita a vederlo. Alcuni uomini siedono per terra manovrando dei grandi archi di legno che azionano una mola in pietra sulla quale sfaccettano le pietre. Il padrone mi spiega orgoglioso tutta la lavorazione. Non chiede nulla, solo che gli mandi una foto del laboratorio.
Due isolati che dividono due mondi. Dietro alla facciata farsesca dei palazzi signorili Jaipur non è rosa, è sporca, a pezzi. Pare quasi che la facciata sia stata costruita apposta per nascondere ciò che sta dietro.
La stretta striscia di cielo che domina la via è chiazzata da decine di aquiloni colorati. Alcuni ragazzini cercano di disincagliare un aquilone giallo che si è impigliato in un cornicione. Uno si toglie la ciabatta e la lancia in alto. La ciabatta sfiora l'aquilone e atterra sul cornicione. Il ragazzino rimane lì, stupito, poi scoppia a ridere con gli altri. Il cielo è spezzato dall'incredibile intreccio dei fili della luce, annodati, incrociati, ingarbugliati, tenuti insieme dalla stessa invisibile forza che tiene assieme tutta questa città.
Sono entrato nella via degli aquiloni. Decine di botteghe che incollano carta colorata, tendono fili, dipingono disegni ed ornamenti sulla sottile superficie. Appesi al muro due enormi aquiloni di forma umana. Il proprietario nota la mia curiosità e capisce subito: «Sono due attori del cinema, due star» mi dice indicando quei volti incollati. Attorno il solito grappolo di bambini allegri e vocianti ai quali devo ripetere decine di volte il mio nome.
Lascio la via e mi trovo in una piazzetta stranamente deserta. Una mucca disperata tenta di mangiare un pezzo di sacco marcito in una pozzanghera. Mi siedo su di un gradino sotto un albero di pipol e mi metto a scrivere. I primi passanti guardano incuriositi, silenziosi, quasi intimoriti. Poi uno si ferma e si mette alle mie spalle. Dopo un istante sono attorniato da un gruppo di ragazzini che mi guardano in silenzio. Alzo lo sguardo ed è un coro di hallo! Osservano quasi stupiti lo scorrere della penna lungo lettere sconosciute. Un anziano signore con la barba bianca grida qualcosa per cacciarli via, agita il bastone, i bambini si allontanano un attimo, poi lentamente si avvicinano.
Uno accenna con la mano alla penna, ma si arrende subito. La magia della scrittura sembra continuare. Quando mi alzo mi seguono in silenzio per un po'. Qualcuno chiede il mio nome e poi si presenta. Gli adulti sorridono.

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