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RACCONTI


«Andando dove dovete andare, facendo quel che dovete fare, vedendo quel che vi tocca vedere, lo strumento che usate per scrivere si rovina e si smussa. Ma preferisco che sia smussato e dovergli ridare forma e affilarlo di nuovo sulla mola,sapendo di avere qualcosa da scrivere, anzichè averlo lucido e brillante e non aver niente da dire, averlo liscio e ben oliato, ma inutilizzato, in un cassetto»

E. Hemingway

PAROLE SCRITTE

Ho via via maturato che anche un piccolo sapere come il mio, possa contribuire se non a cambiare il mondo, almeno a far pensare a ciò che accede. Per questo credo che anche uno sguardo diagonale, come quello antropologico, solitamente avvezzo a osservare gli altri, possa essere impiegato anche per osservare noi stessi. Ho raccolto quindi alcuni articoli comparsi sui giornali, che portano queste riflessioni.
La passione per l'antropologia è nata dal viaggiare e quella per la scrittura mi ha portato a scrivere racconti, soprattutto di viaggio. Il linguaggio letterario a volte si presta meglio di quello scientifico, per descrivere certe sensazioni di spaesamento. 
Parole dunque, parole, che spero possano portare a qualche pensiero.

SOUVENIR DI VIAGGIO

TAXI BROUSSE

A mio padre, forse gli sarebbe piaciuto

Quando la memoria va a raccogliere i rami secchi, torna con il fascio di legna che preferisce


Una sera camminavo per via Saredo, a Savona. Era primavera, quella primavera ligure che noi Piemontesi ci aspettiamo sempre calda e morbida e che invece mischia venti, nuvole di mare e di montagna, in un enorme impasto. Le case sul lato nord della via hanno i muri scrostati, che lasciano però vedere quel rosso tipico della Liguria, un rosso che ricorda il vino leggero dei vigneti ripidi dell'entroterra. Pensavo che mi sarebbe piaciuto abitare in una di quelle vecchie case, con le ante verdi che si aprono sulla via e le arcate sulla strada, ricordo di vecchie cantine e di magazzini di roba di mare. Di fronte ci sono i palazzi moderni, quelli del boom economico: linee secche, spigolose, uno diverso dall'altro, quasi a segnare la rinascita dell'individualismo da dopoguerra, dopo un periodo di solidarietà e di uguaglianza forzata nella tragedia. I miei genitori avrebbero senza dubbio scelto quei palazzi, per stare meglio, con tutte le comodità, ma anche per tagliare con il passato. E mentre in alto il lavoro dei venti continuava a impastare nuvole più o meno grigie, mi è venuto da pensare se la mia non è forse la prima generazione che ama il "vecchio". Qualche anno di Mulini Bianchi ci ha tolto ogni ingenuità sulla vocazione al ritorno alla natura, ma sotto la crosta cinica della pubblicità, qualcosa di vero forse c'è. E se è vero che si comincia a guardare indietro, nel tempo, è forse perché siamo a un punto limite?
Forse sto esagerando, sto proiettando dubbi miei su una generazione che tra reduci delle lotte per i diritti, yuppies e onnipresenti menefreghisti, in comune ha forse solo i dati anagrafici. Lo spirito di Darwin è però, distorto finché vuoi, parte del nostro bagaglio da, per dirla con Francesco Guccini, "turisti del vuoto, esploratori di nessuno, che non sia io o me". Così, non potendo viaggiare nel passato, lo si fa dove, secondo il nostro darwinismo interiore, il passato è ancora presente. Viaggiamo dunque, in cerca di qualcosa che non abbiamo più e che nemmeno troviamo là, ma almeno possiamo sperare di farlo. La pubblicità, ancora una volta, pensa a fare il resto.

Non sono capace di scrivere storie restando seduto nella mia stanza. D'altra parte non sono neppure uno scrittore. Devo allora andare a raccoglierle dove ci sono. In giro. Non avendo nemmeno un palato troppo raffinato, forse non mi accorgo neppure di tutte le storie che incontro, ma solo di quelle dal sapore particolarmente forte. Le storie di per sé non nascono per finire nei libri. Almeno non quelle che ho scritto io. Nascono perché c'è gente. Gente che tenta tante vie, che fa confusione, prova, riprova e a volte riesce. Se finiscono in un libro è solo per caso. Perché sono accadute a chi scrive o perché lì, in quel momento, passava uno che scrive. Un racconto è il frutto di una serie di casualità. Non diamogli quindi troppa importanza. Leggiamolo se ci dà piacere. Se ci crea emozioni o ci fa riflettere ancora meglio. Basta.
Ho cercato di raccontare un'Africa bastarda. Bastarda come la lingua che parla la maggior parte degli Africani oggi: in parte autoctona, in parte fatta delle lingue franche dei commercianti hausa o dioula e condita con espressioni in francese o inglese. Gli Africani di oggi hanno male al collo, l'Africa tutta ha male al collo a forza di continuare a voltarsi indietro per poi tornare a guardare avanti. I taxi brousse sono un po' l'emblema di questa terra che cambia, sbanda, slitta, si guasta, ma continua ad andare avanti, lentamente. Discendenti scalcinati delle nobili carovane del passato, che hanno riempito pagine belle della «storia«, quella con la esse grande, questi sgangherati pulmini Toyota di quarta mano e le inossidabili Peugeot 504 non occuperanno forse nessuna descrizione dei cronisti, ma portano ogni giorno migliaia di individui da un villaggio all'altro. Gente in cerca di lavoro, di mercati, di piccolo contrabbando, di medicine o di medici. I taxi brousse sono lo specchio di una realtà che viaggia tutti i giorni in mezzo a una nuvola di polvere.
Tutte queste storie sono state raccolte in giro per l'Africa. Un po' per passione, un po' per l'incapacità di accorgermi di quello che mi capita accanto. Spero siano piacevoli da leggere. E' quanto mi aspetto da loro. Nulla di più.

ALBE

Un grazie e tante scuse a Kapuściński

«Scrivere una storia intitolata Una giornata nel mondo, e così descrivere:
come sorga il sole sul Tibet, sul Sahara, su Firenze e su Lima;
come si sveglino i bambini, come si sveglino le donne;
come si sveglino gli operai;
come si spanda l'odore del caffè, del tè, delle uova strapazzate, del sangue di una gallina appena sgozzata, della kasava; come vadano al lavoro i contadini;
come si mettano in movimento i muli;
come si mettano in moto i treni;
i carri armati;
come le donne in riva al fiume comincino a fare il bucato; poi il meriggio, la vita che si ferma (ai tropici, nel Ciad, nel Mali, nel deserto di Atacama, del Gobi, del Karakum ecc.); come si scolpisca il legno, si modelli l'argilla, si scalpelli la pietra, si martelli il metallo, si sfaccetti il diamante;
come si pesti la manioca, si sarchino le patate, si manovri la nave e si piloti l'aereo;
come ovunque risuoni qualche macchinario;
poi il cessare dell'opera, il ritorno dal lavoro;
come tutto cali di giri;
come si avvicini il crepuscolo;
la sera;
come si accendano i focolari, le luci alle finestre, i lampioni e i neon, l'addome delle lucciole, gli occhi del serpente boa;
come arda la savana, come ardano villaggi e città dopo un'incursione;
come a Cernobyl si aprano le porte dell'inferno;
come ci mettiamo a cena, come guardiamo la tivù;
come un bimbetto (cocchino, passerotto, musino) voglia (o non voglia) dormire;
ma come, prima o poi, ogni cosa finisca per scivolare nel sonno;
prima, però, l'accostarsi dei corpi;
come lo si senta;
e poi i sussurri, le voci, i richiami, le grida (tutta una torre di Babele di linguaggi, di intonazioni, di suoni, di sonorità, di scongiuri, di bemolle e diesis);
il lento ingresso nel buio della notte;
l'entrare nel tormento dell'insonnia, nelle visioni e negli incubi, oppure in un sonoro russare, nell'oblio, nei sogni;
come la terra sprofondi nel nulla e come, dopo poche ore, con l'alba, ne riemerga».
Così scriveva Ryszard Kapuściński, uno dei miei autori più amati, in Lapidarium. Un progetto che non riuscì a realizzare. Fa paura il solo pensiero di potersi avvicinare a lui, ma con tutta la modestia dello studente, mi sono avvicinato a lui, chiedendogli scusa per essermi appropriato di una sua idea. Provare a realizzarla è però un modesto, ma profondo segno di ringraziamento e di stima per lui.
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