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Verso Timimoun

Ora il vento si è trasformato in carezza. Dopo gli schiaffi della notte si è intenerito con il primo sole, e di tanto in tanto soffia leggeri spruzzi di sabbia, che si adagia ordinata, in onde morbide, immergono piano ogni cosa nel loro rosa del primo mattino. Presto cambieranno colore, diventeranno gialle, poi grigie e ancora rosse alla sera.
Mokhtar lo sa e per ora sbircia quel rosa da sotto la coperta di lana. Sente i grani di sabbia più insolenti, pizzicargli la pelle, pungerla. Chiude gli occhi, poi li riapre e ancora quel rosa a perdersi nel nulla dell’orizzonte.
La luna è rimasta sola nel cielo. Alta, una leggera pennellata bianca sull’azzurro tenue. Mokhtar sente arrivare l’odore di fumo che fa il vento, infilandosi tra le braci della sera prima. Ieri sera era lì, seduto sulla sabbia con gli adulti a bere tè. Con Mabrouk, il più grande, magro, secco, dalla pelle scura come tanti qui nel Gourara. Con Tayeb, venticinque anni, volto dolce, che ama scolpire e la sera con il suo coltello, aveva inciso un volto su una scaglia di tronco di palma. Con Abdelkader, suo cugino, anche lui di Ksar kaddour, anche lui cammelliere, figlio di cammellieri che suona il flauto. Mokhtar lo accompagnava battendo le mani sulla tanica dell’acqua. Poi Abdelkader aveva innescato la suoneria del cellulare e si era messo a suonare sul suo ritmo, sempre accompagnato dal battere della tanica.
Mabrouk si era messo a raccontare di quando era stato ad Algeri, a lavorare, negli anni del terrorismo. Un giorno, in un mercato della periferia era arrivata un’auto sparata, aveva inchiodato e aveva gettato tre teste tagliate in mezzo alla gente, per spaventarla. I cammelli ruminavano indifferenti nel buio e solo il vampare tenue delle braci sotto la teiera, arrossava la notte come una piccola ferita pulsante. Mokhtar ascoltava, con la faccia seria di chi sa di far già parte di quel mondo di adulti, anche se è ancora piccolo.
Mokhtar ora apre appena gli occhi sabbiosi e affaccia da sotto la coperta quel suo volto da Arnold. Ha una quindicina di anni, ma ne dimostra nemmeno dieci. Vorrebbe rimanere ancora un po’ a dormire, ma sa che deve alzarsi per primo. Tocca a lui andare a prendere i cammelli che nella notte si sono allontanati in cerca di qualche arbusto verde. A lui, il più giovane mettere su l’acqua per bere e per il tè.
I cammelli non sono andati troppo lontani stanotte. Mokhtar Li raduna vicino al campo, li fa accovacciare e inizia a imbastarli. Gli altri dormono ancora. Lui solleva a fatica le selle e le lascia ricadere sulle gobbe. Liscia il pelo, per non irritare l’animale. Lo fa con delicatezza, prima di fare una fossetta nella sabbia, sotto il cammello, per fare passare il sottopancia. Slega la corda che tiene legata la zampa anteriore e molla la cavezza. Uno per uno i cammelli si alzano pigramente.
Anche Mabrouk, Abdelkader e Tayeb si alzano pigramente. Preparano il tè, mentre il vento spinge sabbia negli occhi. Poi si parte.
Mabrouk continua a raccontare, è il più vecchio. Mokhtar cammina in silenzio e pensa ai turisti. Come sarà il gruppo questa volta? Di solito con lui sono gentili. Forse perché ha quell’aria da bambino, ma lui non lo sa che è per questo. Gli fanno dei regali. L’ultima volta, due settimane prima, si era infilato una spina nel piede e cercando di toglierla si era scarnificato un dito. Una ragazza lo aveva disinfettato, medicato e fasciato. Tutte le sere, durante il trekking, gli cambiava la medicazione. A lui piaceva farsi curare, sentirsi al centro dell’attenzione, in gruppo. Per questo gli piace d’inverno accompagnare i turisti, perché non è mai solo. Ci sono Mabrouk, Abdelkader, Tayeb e gli stranieri. Ai turisti piace camminare nel deserto, piacciono i suoi cammelli, lo fotografano e spesso gli hanno fatto dei regali. Ma soprattutto non si è mai soli. Mokhtar non vuole più stare solo da quella volta...
Un grido lo scuote da quei pensieri. Abdelkader ha fermato i cammelli per abbeverarli all’acqua di una foggara. Ha sollevato le tegole che coprono il ruscello e gli animali hanno subito immerso i loro musi nell’acqua fredda del mattino.
...da quella volta che suo padre lo portò con sé in Marocco. Doveva acquistare dei cammelli, oltre confine. Una dozzina, begli animali, giovani e robusti. Il padre di Mokhtar doveva fare altri acquisti e aveva spiegato al figlio come trovare la strada per ritornare a Timimoun. Non era difficile, c’erano oasi e pozzi. Cinque, sei giorni e sarebbe arrivato. Mokhtar aveva quattordici anni. L’orgoglio di essere considerato un uomo dal padre, di vedersi affidare tutti quei cammelli aveva lasciato ben presto il posto alla paura. Facevano paura le notti nel deserto e anche i giorni e quel sole freddo del mattino. Fino a quando aveva visto la scarpata rossa da cui Timimoun si affaccia sul Gourara.
Si era tolto la paura del deserto, ma gli era venuta quella di rimanere solo.
Ora Timimoun è lì, Mokhtar la vede avvicinarsi lenta a passo di cammello. I piedi scricchiolano, ora, sulla sebkha. Il terreno è crosta rotta, scaglie bianche di sale che scricchiolano sotto i piedi nudi. Le palme dell’oasi sono scosse dal vento e l’aria sembra intorbidirsi, mentre la mattina si fa tarda.
Entrano nel palmeto, in mezzo a orti abbandonati. I rivoli della foggara scorrono inutili nella sabbia a dividere acque un tempo preziose e oggi trascurate. Timimoun, la mattina, sa di pane e di gas di scarico. Affollata il giusto, ma a chi viene dal deserto sembra caotica, rumorosa.
Si fermano ai margini del palmeto, prima che la sabbia si perda nell’asfalto della città nuova. Mabrouk e Tayeb stanno già controllando i bagagli dei turisti per suddividere i carichi. Mokhtar guarda il gruppo degli stranieri. Sono abbastanza giovani e ci sono ragazze. Scherzano, sembrano simpatici.

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