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Pippo

Basta! Oggi non ci vado. Non ci vado né oggi né domani, mai più. ‘Sto collo continua a farmi male e ho la pelle che mi brucia. Basta. Sì, basta e poi chi glielo dice a Jacqueline. Già, perché se non vado, quello mi licenzia. Già non mi può vedere, perché ogni tanto gli contesto qualcosa. Qualcosa… in fondo gli chiedo solo di rispettare il contratto, sono previste delle pause e abbiamo diritto a farle. “Il pubblico vi aspetta! Non lo vedete che c’è la fila, i bambini piangono…” c’è sempre una scusa buona per lui. Fa così perché sa che abbiamo bisogno di lavorare, se ne approfitta, tanto ne trova quanti ne vuole di gente come noi. Non è certo un lavoro difficile. A me però non dispiace nemmeno, i bambini sono così teneri ed è bello vederli felici, che si avvicinano, ti toccano la mano, vogliono la foto con te. Ridono quando gli scompiglio i capelli con le mie manone bianche. Fosse solo per quello sarebbe un lavoro neppure male, è il capo che mi stressa… e il caldo.
D’inverno ancora ancora va bene, ma d’estate sto costume da Pippo ti fa soffocare. È pesante da morire, tutto di materiale sintetico, quello di Pippo poi è ancora più pesante perché Pippo è altissimo. Per questo mi fa male il collo e il tessuto interno, quando fa caldo, ti irrita la pelle.
Quando venni per fare il provino eravamo una caterva. Tutti ragazzi come me, molti laureati, tutti disoccupati. Una fila che non finiva più. Non ci speravo molto, poi sento una voce “ehi, tu, laggiù, spilungone!” e indicava me. “Ci serve uno alto per fare Pippo”. Perfetto! Anni di studio, venti esami, una laurea in Antropologia con una tesi di ricerca sui Mangbetu del Congo e per cosa vieni scelto? Perché sei alto e puoi fare Pippo. Sono soddisfazioni.
Madonna, non riesco più a tenere la testa sul cuscino da quanto mi fa male il collo. Potessi me lo sviterei, come quello del costume. Un clac e si sgancia la chiusura, lo ruoti un po’ verso sinistra e via la testa. Così non farebbe più male. Basta farlo di nascosto, altrimenti succede un casino. Non c’è niente da ridere, lo so, ma quando penso a Bernard, niente, non riesco a stare serio. Mi dispiace che abbia perso il lavoro, anzi, mi fa incazzare, per colpa di una stronza di americana. Va bene, lui si è tolto la testa da Paperino che di solito porta, doveva farlo dentro, non sulla porta, però… Va bene anche che il bambino l’abbia visto e abbia chiesto come mai dentro Paperino c’era un signore, ma che la madre faccia denuncia a Eurodisney perché quell’episodio ha traumatizzato suo figlio! Americani, non c’è niente da fare.
Così ha perso il posto. Ma si può. È tutto un paradosso, d’altra parte se lavori qui, cosa vuoi che sia? Un posto dove la realtà imita la fantasia, come può essere? Pensa te che giro, i fumetti rendono fantastica la realtà per farti sognare e qui prendono i fumetti e li fanno diventare veri. Io quando sono lì, sono davvero Pippo, con la mia dolcevita rossa, il gilet nero, i pantaloni blu, il cappellino e le scarpe lunghe. Mi presento ai bambini, li saluto, li faccio ridere, parlo con loro. Sì, io parlo, anche se Pippo è un cane. Invece, non so perché, il mio collega Pluto, che è un cane come me, non deve parlare.
Fa già caldo adesso e sono nemmeno le cinque, figuriamoci nel pomeriggio. Non ne ho voglia, non ne ho voglia… Tanto lo so che poi ci vado. Devo andarci. Tra cinque mesi nascerà Juliette, dovremo pur garantirle qualcosa. Speriamo che la cooperativa dove lavora Jacqueline regga. Con tutti i tagli che fanno al sociale, non è detto che tenga. Per ora va bene, speriamo.
A parte tutto, i bambini mi piacciono, e mi piace anche vedere i loro sguardi stupiti, sentire le loro risate o le domande a volte buffe che fanno ai genitori. Fosse solo per quello in fondo non sarebbe nemmeno un brutto lavoro. Far divertire i bambini è una cosa fantastica, ma perché devono sfruttarci così? Guadagnano un sacco di soldi con ‘sto baraccone, e dai! Fatevi i soldi, ma un minimo, dico un minimo di rispetto per chi fa piccoli lavori come noi, cosa vi costa? Vi arricchite in gran parte con il senso di colpa dei genitori. Perché quello è. Non dico sempre, ma spesso è così, portano i bambini a Eurodisney e gli comprano quello che vogliono perché si sentono in colpa di non essere abbastanza presenti, di pensare prima al lavoro e alla carriera. Ma a voi, al mio capo soprattutto, sensi di colpa non ne vengono mai? Proprio mai?
Il collo, boia se fa male. Non voglio che Jacqueline se ne accorga, perché poi mi fa la predica, mi dice di smettere, che qualcosa si trova. Ha ragione, ma ho paura. E se non si trova nulla?
Se mi sentisse Claude, che dice sempre che sono troppo moderato. Lui è più radicale di me, sostiene che io cerco sempre una qualche giustificazione alle ingiustizie. Non è così, è che lui a volte mi sembra che semplifichi troppo le cose. La realtà è complessa, non sempre è così lineare, ma non è che io giustifichi, è che cerco di capire il quadro completo, prima di giudicare. Certo che a volte vorrei essere come lui, mi semplificherei la vita. E comunque, gira che ti rigira spesso arrivo alle sue stesse conclusioni, solo che faccio una strada più lunga... Che discorsi! Sembra che debba risolvere i problemi del mondo. Io, io in fondo chi sono? Cerchiamo di dormire ancora un’oretta. Io, in fondo sono solo uno che fa Pippo.

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