Garage La Patience, Buvette Le Dialogue, Café L’Entente. Se le insegne dei negozi sono lo specchio dei valori, l’Africa esprime davvero quel senso di convivialità che nasce all’ombra di un albero, durante le lunghe palabre degli anziani. Sono dipinte a mano, ognuna con un suo stile, colori suoi. Al contrario delle nostre insegne standardizzate, che rimandano a marchi industriali, queste sono dei veri non-loghi, perché sono estremamente personalizzate. Non ce ne sono due uguali. La mano più o meno sicura dell’autore lascia il segno.
Come in una delle tante scritte sui muri defense d’uriner, solitamente seguite dall’importo della multa. Qui l’autore ha ritenuto inutile percorrere le contorte e perigliose vie amministrativo-sanzionatorie. Il suo divieto di pisciare è seguito da un: ammenda, un sasso sulla testa.
La Broderie Le retour d’Abidjan racconta una storia di emigrazione in Costa d’Avorio. Promette nuovi stili, più alla moda. Abidjan, si sa, detta legge. La Perseverance, scritto in giallo sopra la porta di un baretto sgangherato, sembra un invito alla sopportazione delle innumeri batoste che segnano la vita degli africani. Una vita difficile, che costringe a diventare fatalisti per sopravvivere, per non dover credere che il mondo vada male per causa di altra gente come noi. Allora Le destin può essere un nome appropriato per un piccolo hotel di periferia. E Dieu seul suffit, altra botteguccia dove le donne preparano polenta di mais e carne di pecora, induce a riflettere sulla limitatezza umana.
Sono molte le scritte che sembrano richiamarsi a valori universali, ecumenici. Soprattutto sulle auto e sulle targhe dei motorini, le cui condizioni disastrate accentuano l’anelito fatalista fin dal primo istante. Allora motti come L’homme propose dieu dispose, Dieu fera, Bonne chanche assumono un significato non tanto trascendentale, quanto di invocazione alle forze celesti affinché sopperiscano, se possono, alle incredibili carenze della meccanica terrestre.
È a un pubblico che non conosce la scrittura che si rivolgono le bancarelle della farmacopea tradizionale. Per questo i loro messaggi, le indicazioni al paziente sono così chiari. Un uomo piegato in due, con le mani sulla pancia, evidentemente dolorante, indica le polveri adatte ai dolori ventrali. Un’altra figura, piegata anche lei, emette un violento getto dalla bocca. Fossimo in un film americano si parlerebbe di pulp. Da un’altra sagoma accovacciata esce un getto altrettanto violento, ma non dalla bocca. Chiarissimo.
Il campionario delle malattie è tutto illustrato, in modo naif, forse, ma molto più chiaro delle spiegazioni tecniche in medichese che troviamo sui bugiardini delle nostre medicine. Le pustole sono pustole, e si vedono. Così la diarrea e gli altri dolori. Il realismo è impressionante. Ci si può fare la diagnosi da soli, basta guardare le figure.
Una serie di bustine, simili a quelle per lo zucchero, segnano il primo passo verso una produzione industriale, dosata e confezionata delle polverine medicinali. I disegni sono gli stessi, stessa efficacia comunicativa. Le bustine sono tutte verticali, tranne una. Qui l’omino (è evidentemente un maschio!) sta sul lato sinistro, in piedi, quasi appoggiato al bordo. Il resto dello spazio è occupato dall’effetto miracoloso che la polverina promette. Messo in verticale sarebbe stato penalizzante. Così è evidente: l’omino, pur con le mani lungo i fianchi, raggiunge il bordo opposto della bustina.
Docteur radio e Docteur montre, piccole botteghe di riparatori, sembrano non voler cedere alla freddezza della tecnologia. In un mondo intriso di animismo radio e orologi non sono solo oggetti elettronici, ma forse hanno uno spirito anche loro, e un corpo che per essere curato ha bisogno di un dottore.
Ma la scritta che più di tutte colpisce campeggia sull’insegna di un gommista: La sagesse du pneu. Ha un accento quasi metafisico. Lascia senza parole. Nemmeno Magritte avrebbe sintetizzato meglio l’assurdo che sta attorno a noi.
Anche i cartelloni che scorrono lungo i bordi delle strade danno vita a una sorta di blob allucinato. Al cartellone che invita le mamme ad allattare al seno per pianificare le nascite, succede Bugs Bunny che dice di avere voglia di Nesquik. Un cartellone invita i genitori a vaccinare i figli con l’immagine di un bambino deforme e storpio, reso ancora più brutto dalla qualità scadente del disegno, affiancata da una lista di malattie e una specie di urlo di rabbia “mai più questo in Benin!”. Subito dopo un frutto con occhi, piedi e mani stringe un telefonino: Mango, le leader du prepayé. Campagne sociali avvertono non che il fumo fa male, lo smog di Cotonou è molto peggio, ma che impoverisce la famiglia.
Sul muro di un edificio è stata disegnata, in modo naif, una telecamera. È l’insegna delle pompe funebri. La cassetta dei funerali da mostrare agli ospiti è l’ultima moda qui in Benin. Alla Tv trasmettono persino annunci funebri. Lo sfondo musicale è una sorta di canto gregoriano un po’ melenso. Sullo schermo appaiono via via le immagini dei defunti, affogate in sfondi fucsia, pisello, canarino. Una scritta ricorda la data della morte, mentre la voce narrante annuncia il dolore dei cari, enumerando quali tra i parenti hanno commissionato lo spot.
Il programma dura un’ora abbondante, ogni annuncio arriva a tre-cinque minuti. Dopo essere passati uno per uno, i necrologi vengono ripetuti più rapidamente, in una sorta di sommario.
E’ da pochi anni che questa pratica si è diffusa. I costi sono elevati, 20-25.000 CFA al minuto, quanto di un salario medio mensile. Ma in fondo ben rappresentano la versione moderna e tecnologica dell’ostentazione cerimoniale messa in scena nei funerali tradizionali, dove le famiglie si svenano per offrire un banchetto degno della memoria del defunto. Nei villaggi si accumula denaro per il sorgo, per gli ignami, per i polli, per le pecore, qui per quel quarto d’ora di celebrità di cui parlava Andy Warhol. La borghesia urbana del Benin diffonde così il suo status non più al vicinato, al quartiere, ma al paese intero, grazie alla televisione.