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Le voci della falaise

"Dio dà molte cose, ma una volta sola"


Le voci degli uccelli, alti sulla falaise, trafiggevano le nubi scure come un raffinato controcanto alla notte morbida e misteriosa. Sekou scendeva lento e sicuro i salti di roccia sul fondo della spaccatura che portava verso la piana. In alto, gli occhi neri delle antiche case dei Tellem osservavano impassibili; forse anche le anime dei morti se ne erano andate in posti migliori.
Cominciò a piovere forte, il solito temporale estivo che Sekou conosceva bene. Ci rifugiammo sotto un lastrone di pietra per ripararci. I lampi stracciavano ogni tanto la coperta del cielo e la pianura sottostante luccicava ormai umida di pioggia. Ci rannicchiammo sotto la pietra in attesa che si placasse.
Erano molti anni che Sekou mancava dal suo villaggio, aveva studiato nella capitale, poi lavorato in Ghana e quindi di nuovo a Bamako, ma era rimasto un Dogon e il ritorno al villaggio era per lui una prova strana e difficile. Qualcosa crollò vicino a noi, facendoci sobbalzare, ci sporgemmo, ma non si vedeva nulla. Era troppo scuro. Uscimmo dal nostro rifugio, pochi passi e vedemmo una delle antiche tombe dei Tellem franata a causa della pioggia. Le ciotole di legno, che contenevano le offerte funebri, si erano sparse sulla roccia.
Non pioveva quasi più ora e continuammo a scendere verso la pianura. Lo sfondo blu del cielo era già frastagliato dalle punte aguzze delle capanne. Nel cristallo del silenzio si sentiva una voce che annunciava gli eventi del giorno. Sekou estrasse dalla sua sacca un uovo e lo fece girare per tre volte attorno al proprio corpo, poi lo lanciò dietro alle spalle e fece tre giri attorno al feticcio che stava all'ingresso del villaggio. Ora poteva entrare.
Mentre salivamo tra i massi del sentiero, la sua solitudine si gonfiò alla presenza di due anziani che scendevano tra le capanne.
«Poi sewa»
«Sewa» risposero i due e snocciolarono tutto il saluto rituale.
Gli anziani scendevano ad interrogare la volpe: «Un tempo - mi spiegò Sekou - la volpe veniva nei villaggi per dare buoni consigli agli uomini e per aiutarli a risolvere i loro problemi in cambio di un po' di cibo. Un giorno una donna incinta disse al marito che non voleva più avere quell'animale per casa. I desideri di una futura madre vanno sempre esauditi e l'uomo a malincuore accettò. La sera si recò fuori dal villaggio con della carne e lì attese la volpe. Non venne. Non venne neppure la sera successiva, solo la terza notte la volpe apparve e disse che era molto offesa e che da quel momento tutti gli uomini avrebbero dovuto uscire dal villaggio per incontrarla».
Così gli anziani si recavano nella piana con le arachidi, le avrebbero disposte in modo interrogativo sulla terra e avrebbero lasciato un po' di carne. La volpe avrebbe disposto le arachidi in modo da rispondere ai loro quesiti.
Fu solamente il mattino dopo che Sekou notò che qualcosa era cambiato, non tanto nella gente, mi disse, erano invecchiati tutti, ma il miglio non era mai stato così basso. Le piantine non arrivavano al ginocchio di un uomo e i campi erano più secchi che mai. L'acqua nei fossi era bassa e sporca e non c'erano più animali. Mi raccontò che quando era bambino, c'erano molte scimmie, antilopi, iene, ora più nulla. Solo le maschere erano rimaste a ricordare quegli animali che popolavano la piana. Osservai le corte zappe che sbriciolavano la terra ormai sterile, i bambini con la pancia gonfia, i guizzi delle lucertole blu e rosse. Scese ancora il buio e soffocò i rumori degli uomini, ma non quello degli uccelli. Di lassù forse la vita non era cambiata, ma qui, in basso, qualcosa non funzionava più. Anche il Dio d'Acqua li aveva lasciati.

***

Era il 1984, uno degli anni peggiori per il Sahel. La siccità aveva corroso la terra dei Dogon, come aveva rosicchiato tutte le altre. I Tuareg avevano abbandonato i loro eremi sabbiosi per venire verso le città. Svendevano i buoi a 1000 CFA l'uno, prima che morissero di fame. Animali che dopo l'acquisto sopravvivevano due, tre giorni, non di più. Lungo il Niger le donne tendevano i loro piccoli ai tubab, i bianchi, perché li portassero via.
Sono tornato nel paese Dogon dieci anni dopo. Con Sekou, dopo molti anni di corrispondenza, ci siamo persi di vista. Ho saputo che fa ancora la guida a Bandiagara, ma in questo periodo non è qui. Ad accompagnarmi questa volta è Soulemayne, di Koro. Il suo nome tradisce la conversione all'Islàm: la religione del profeta si è insinuata in numerosi villaggi dogon. I profili turriti delle moschee in fango spiccano alle spalle dei tetti piatti delle togu-na, la casa della parola, dove si riuniscono gli anziani. Una poliomelite contratta all'età di sei anni ha reso immobile la sua gamba destra. Immobile, ma non inutile. Soulemayne infatti percorre continuamente le rocce della falaise, aiutandosi con un bastone e un'enorme forza di volontà.
«Ci vuole tanto cuore per fare la guida - mi dice, mentre il sudore lascia bave luccicanti sulle sue guance scure - devi sopportare di tutto con i turisti».
I primi anni dopo la malattia li ha trascorsi camminando a quattro gambe. Uno zio, che gli ha imposto di usare un bastone, lo ha strappato al destino, purtroppo comune a tanti bambini africani, di vivere una vita per terra, rovinandosi le ginocchia sulla polvere. La sua forza d'animo ha fatto il resto. Soulemayne ha studiato, era uno dei migliori, poi ha iniziato a fare del commercio: riso, pecore, olio. Ora ha aperto un piccolo negozietto a Koro e prevede di dedicarsi anche al commercio all'ingrosso. Mi racconta tutto questo mentre scavalchiamo un susseguirsi di onde pietrificate che conducono verso l'altopiano in cima alla falaise. Mi scopro attirato da quei movimenti incredibili che Soulemayne è costretto a compiere per scavalcare i gradini. Assomiglia a Eddy Murphy e il suo volto, sempre sorridente, quasi mai tradisce la fatica.
La falaise è irriconoscibile, le vallate interne sono gonfie di miglio e sorgo. I contadini nei campi zappano una terra morbida di pioggia e festeggiano la stagione fortunata. La cascata di Teli cade sulla piana con una violenza inaudita. Dopo ogni pioggia dai bordi della falaise fanno capolino decine di altre cascate che precipitano in basso. Le piste del Sahel sono impercorribili per il fango. Il 1994, oltre che per la svalutazione, sarà ricordato per l'abbondanza delle piogge.
Ci fermiamo a Teli per attendere che cessi di piovere, poi ripartiamo, sprofondando appena nella terra ora morbida. Ci addentriamo in una valle che si fa sempre più stretta, incuneandosi tra rocce taglienti che sembrano voler nascondere via via il corso d'acqua che scorre a salti verso la piana. Il sentiero sbatte contro una parete giallastra e si trasforma in una serie di gradini che risalgono le rocce. Alla fine della salita si apre la crosta violacea dell'altopiano. Pochi alberi emergono da quella lastra dura.
Arriviamo al bel villaggio di Djilguebombo che è quasi buio. Hanno costruito una casa di passaggio per i visitatori. Una costruzione in fango, come le abitazioni tradizionali, dove passiamo la notte.
Al mattino il villaggio è intriso di pioggia. I muretti di pietra luccicano appena nel grigiore del cielo, così basso da toccare l'altopiano. La casa, dove alloggiano le donne mestruate durante il ciclo, è quasi schiacciata dalla pioggia. Un anziano ci offre una ciotola di birra, mentre il cielo insiste nell'incupirsi.
Lasciamo Djilguebombo sotto un diluvio. Ci aspetta una lunga traversata prima di raggiungere la spaccatura che ci riporterà a Endè, nuovamente ai piedi della falaise. Soulemayne cammina davanti a tutti, il suo bastone sprofonda nella terra soffice e scivolosa dei sentieri ormai ridotti a ruscelli. Al nostro gruppo si è aggregato Ben, un ragazzo di Djilguebombo, forte e tarchiato, che cammina con passo sicuro facendoci strada e aiutandoci nei guadi dei torrenti, gonfiati dalla pioggia.
Dopo un'ora ci affacciamo su una splendida valle interamente coltivata. I contadini, hanno conteso alle rocce ogni centimetro di terra. Qui e là si vedono piccoli isolotti di miglio che galleggiano tra le pietre. La risalita sull'altro versante è difficile. Bisogna arrampicare lungo una cascata.
«C'era una scala - dice Soulemayne - ma qualcuno l'ha portata via».
Ben risale la cascata con una rapidità incredibile. Si piazza a cavalcioni nel mezzo del salto e inizia a tirarci su uno per uno. Soulemayne compie l'ennesima acrobazia su una gamba sola e passa anche lui. In alto, sopra la cascata, la vista è stupenda. Esce il sole e asciuga rapidamente le placche rocciose che circondano i piccoli campi smeraldo. Scendendo lungo la spaccatura incontriamo alcuni bambini. Salgono a portare il pranzo ai genitori che lavorano i campi. Soulemayne continua con le sue acrobazie, usando la gamba destra ora come perno, ora come leva, a volte sollevandola con le mani.
«E' dura, lo so. Però è un lavoro che mi piace e lo faccio volentieri». Il suo volto sudato si apre in un sorriso e assomiglia di nuovo a Eddy Murphy. Ai piedi della falaise ricomincia a piovere.
~
Sekou quella sera di dieci anni fa, mi disse di aver sognato la sua casa di Bamako. Molte volte invece, quando era a casa, sognava il villaggio, vedeva il soffitto scalfirsi di stelle e sentiva il grido degli uccelli e i colpi dei fabbri che lavoravano nella notte per non svelare i loro segreti. Molte volte aveva sognato le maschere, con nostalgia, ma ora vedeva la sua casa, il bianco dei muri calcinati, il rubinetto dell'acqua. Il rubinetto si apriva di colpo e cominciava a versare acqua, sempre più fresca, sul pavimento, giù dalle scale. L'acqua scendeva, allagava la città poi scivolava verso la pianura e la impregnava di umidità. La gente usciva dalle case, i bambini si tuffavano nelle pozze, ridendo. L'acqua scivolava ancora dal suo rubinetto fino al tavolo rossastro della falaise e bagnava i campi, ingravidandoli. Il miglio nascondeva ora le persone, i giovani correvano felici accompagnati dagli urli delle scimmie. Il fiume continuava ad ingrossare la terra e la costringeva a sputare fuori tutti i suoi frutti, arrivò poi fino alle porte delle casette di fango, i bambini sguazzarono contenti, qualcuno disse che il dio era tornato, altri affermavano che era il rubinetto, si forse, ma era stato il dio ad aprirlo. Qualcuno disse che era soltanto un sogno.
Poi gli artigli secchi del giorno si rattrappirono sul cielo e un'altra alba grigia fu infilzata dai tettucci di paglia.

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