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In cerca di cosa?

"Ciò che non conosci lo trovi dove non sei mai stato"

Djougou è una città tranquilla e polverosa. Adagiata in una conca ai piedi dell'Atakora, vibra di quel poco traffico che percorre l'accidentata pista che la attraversa, regalandole ondate di polvere rossastra. Il Motel di Djougou è uno dei pochi punti di ritrovo della città. Un po' fuori, immerso nel verde, tranquillo. Di tanto in tanto abbandonavo il villaggio, arroccato sulle colline, dove stavo compiendo la mia ricerca, per scendere in mezzo alla «civiltà». Ventidue km di salti che riuscivano a superare tutte le più rosee previsioni giapponesi nel calcolare la lunghezza degli ammortizzatori delle moto.
Quando l'avevo noleggiata, non avrei mai pensato che quella moto sarebbe diventata la mia ancora di salvataggio, il mio cordone ombelicale. Quando il tempo del villaggio iniziava a dilatarsi oltre la mia capacità di sopportare la solitudine, era la moto a riportarmi in quello che sembrava ormai il mio mondo. Ci si adatta davvero a tutto e in fretta. A Djougou mi sentivo a casa. Niente di più distante e differente dalla città dove abito, eppure mi sentivo a casa. La cosa mi aveva spesso fatto riflettere mettendomi in crisi non poco. Non ero forse in grado di fare una ricerca? Non avevo l'equilibrio necessario? E giù paragoni frustranti con gli antropologi classici, quelli che sul campo ci hanno passato mezza vita.
Nel mese di giugno il bar del Motel di Djougou si riempie ogni sera di termiti alate, stordite dai neon, che i camerieri si affrettano ad acchiappare e a gettare in una bacinella d'acqua perché perdano l'acido che hanno in corpo. Poi verranno abbrustolite su di una lamiera e mangiate. Il mercoledì, come al solito arrivano Saidou, che ha la serata libera, poi monsieur Sani, maesto elementare, George l'infermiere e Michel l'insegnante, clienti fissi del bar.
Siamo come al solito seduti a bere birra gelata, quando un omone enorme, immerso nel suo abito lungo fino ai piedi, fa scricchiolare la ghiaia del cortile col suo passo pesante. Salutati i miei amici, si presenta, ordina una birra e si siede al tavolo. In quel momento di silenzio quasi imbarazzato, che segue solitamente alla litania dei saluti, entra un bianco. Aria emaciata, triste, si dirige subito al banco, saluta la ragazza e se ne va con tre bottiglie sotto il braccio, peloso e pallido.
«E' incredibile!» fa l'omone scuotendo la testa. I suoi occhi arrossati mi fissano quasi cattivi.
«Cosa?»
«E' incredibile! - rivolgendosi agli altri, come se non valesse la pena di parlare con me - entra un suo fratello e nemmeno si salutano!».
Mi sento improvvisamente in colpa. Gli sguardi degli altri si sono voltati su di me quasi stupiti. Non l'avevo salutato. Il tentativo di giustificarmi con un "non lo conosco" non fa che peggiorare la situazione. La discussione prende una piega tutta africana: manate sulle cosce, grandi gesti e sguardi sempre più stupiti se non indignati. Non era possibile! E dire che eravamo noi che avevamo portato la "civilizzazione"! Il silenzio che segue, mentre tutte le gole si dilatano sotto i sorsi di birra, segna la fine del mio processo come traditore della mia razza. L'omone si getta all'indietro sulla sedia e sorride, come a dire che ero stato perdonato. Gli altri scuotono ancora un po' le teste, ma si vede che l'argomento sta perdendo di importanza.
«Cosa fai qui?» chiede il grosso.
«Ricerche».
Soppesa la risposta attraverso il giallo della birra: «E cosa hai trovato?».
Era sempre stato difficile spiegare cosa stavo facendo, un continuo giustificarsi: con le autorità sul perché mi interessavo ai Tangba quando ci sono cose assai più importanti da fare; con i volontari della cooperazione francese perché non avevo in mente nessuna idea per un eventuale progetto; con i Tangba in fondo era stato più facile. Solo un anziano capo villaggio, dopo che avevo spiegato di voler conoscere la loro storia e la loro vita, mi chiese, ridendo attraverso i pochi denti sopravvissuti a tante battaglie con le noci di cola: «Voi bianchi avete intenzione di tornare?».
Tutte cose che potevano mettermi in crisi o farmi sorridere, peraltro non sono mai stato uno che si prende troppo sul serio, ma niente poteva essere così definitivo come quel "cosa hai trovato?". Cosa rispondere? E come farmi capire? Quella domanda era la barriera tra due culture, ma era anche un dito, grosso e ruvido, in una piaga già aperta. Una domanda che sottintendeva la conoscenza perfetta di cosa si va cercando. Cosa cercavo tra quelle capanne vuote come gusci di conchiglia, tra quella gente che mi guardava con curiosità, ridendo a ogni mio tentativo di ripetere una parola nella loro lingua? Cosa mi aveva spinto a infilarmi in quella solitudine, in quella noia fatta di giorni dove non succede nulla.
L'antropologo si aspetta sempre che succeda qualcosa. A volte osserva la realtà che lo circonda come se fosse a uno spettacolo. Forse lo è, come lo è la vita di tutti noi, anche qui, nelle nostre città, ma si tratta di uno spettacolo a volte noioso, povero di colpi di scena. Nemmeno noi come attori siamo sempre all'altezza. Forse per questo si cambia teatro, si cercano palco e protagonisti nuovi, non è forse anche questa l'antropologia? Ma anche qui la trama è lenta e gli attori spesso indisciplinati.
Perché vogliamo vedere nelle società "altre" ciò che non troviamo da noi? Decenni di libri pieni di schemi e diagrammi che pretendono di spiegare la parentela, i matrimoni, la struttura. Come quelle linee che gli attori tracciano con il gesso sul palco per ricordarsi i movimenti. Sul nostro palco, come su quello dei Tangba, non ci sono linee e se ci sono, sono un po' sbiadite, le si segue approssimativamente, si prova, ma non sempre ci si riesce. Cos'è una struttura? E perché se ne dovrebbero seguire pedestremente le indicazioni? Poi scriviamo libri, relazioni che spesso finiscono allineate a mille altre negli scaffali tristi di una biblioteca universitaria. Avvolti di un'atmosfera seriosa, che incute timore, pedante, perché con la cultura non si scherza.
Ma cosa rimane in quelle pagine piene di termini gergali, sconosciute ai più, del fastidio che ti dà la polvere della strada, dell'acidità di stomaco per i cibi strani che si mangiano in giro, delle interminabili attese aspettando non si sa cosa, delle delusioni e delle rabbie, degli entusiasmi e delle risate fatte davanti a una birra. Cosa restituisce quel linguaggio pieno di "dicono", "pensano", "fanno", di quell'avventura, viscerale e carnale che nasce dal fatto di essere stato là. Siamo giocolieri dell'esperienza, nostra e altrui, creatori di scenari e personaggi più o meno reali. E allora perché non ammetterlo fino in fondo, perché raffreddare quell'entusiasmo che ci ha spinto fino qui con parole rigide e insipide come colletti inamidati? Quanto è coerente la realtà, la nostra come quella degli altri, per darle un abito in odore di eternità? Quanto siamo responsabili della diversità tra noi e le altre culture? Le allontaniamo per poterle osservare con il distacco dello scienziato, poi scopriamo le cose più banali di questo mondo e ci appaiono incredibili. Costruiamo castelli altissimi su fondamenta fatte di minimi particolari, assolutamente irrilevanti per chi vive e produce quella cultura. Le allontaniamo, così aumenta il loro fascino.
Nancy Banks-Smith, giornalista inglese del Guardian, con humour tipicamente britannico, ha scritto che l'antropologia è la scienza che ci dice che le persone sono uguali in tutto il mondo, eccetto quando sono diverse. Forse gli antropologi sono in fondo un po' malati di esotismo. Viaggiare, nello spazio, nel tempo e soprattutto nella nostra mente, questa è l'antropologia, la ricerca. Un viaggio che ha sempre un ritorno, non come quello del nomade che non ne ha. Tutto sembra diverso da lontano, ma anche perché si è lontani, lontani da tutto ciò che è nostro, il nostro mondo, i nostri abituali punti di riferimento. Forse è il nostro essere spaesati a deformare il nostro sguardo. "Uno straniero può guardare mille cose, ma vedrà solamente ciò che già conosce" dice un proverbio africano. Non credo che l'inventore abbia letto i libri di antropologia, ma sicuramente ne ha intuito il senso. La tradizione africana sembra voler scoraggiare chi vuole capire, addentrarsi tra i palmizi delle culture altrui.
Eppure tra quei contadini tangba, nel loro modo di vivere, in quei villaggi semideserti nascosti tra le rocce sentivo qualcosa che mi faceva tornare indietro nel mio passato. Con buona pace di tanti che inorridiranno nel sentire queste cose, posso dire che sentivo le mie radici. Radici in parte presunte, sono nato in città, ma da stirpe montanara e contadina. Per tutta la vita ho corso alla ricerca di quelle radici nascoste dall'asfalto, per il gusto di sentire la terra sotto le scarpe. Una fuga. Una fuga dalla città, dai condizionamenti quotidiani e anche dall'ovvio e dallo scontato. Stare al villaggio, come stare in montagna, mi faceva sentire precario, privo di certezze e di eventi prevedibili e pertanto ricco di possibilità.
Allora cosa cercavo in quelle serate gonfie di angoscia, quando solo la paura delle buche della strada e la mancanza (per colpa mia) del faro anteriore mi impedivano di fuggire a Djougou? Un racconto cercavo, solo questo. Una storia in più da aggiungere all'album della propria vita. Peccato però che non mi sia venuto in mente quando quell'omone mi ha fatto quella domanda. Non so però se avrei risposto così.


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