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La saggezza di Dio

Aribinda. Enormi pance di pietra sembrano schiacciare questa terra piatta e rossa. Linee dolci, accarezzate da una mano affettuosa. Siamo bloccati. Da ovest non arrivano macchine, c’è un barrage allagato vicino a Djibo e non si passa. Dobbiamo aspettare che il livello scenda. Qui pioviggina appena.
Sotto la tettoia del “restaurant” la ragazza ha coperto con un nylon la bacinella di riso bollito. Arrivano due giovani infreddoliti, tengono le loro cartelle stretta, per non bagnarle.
«ça va?»
«ça peut aller» risponde ridendo uno.
«L’altra volta, cinque anni fa, quando siamo venuti qui per l’esame, pioveva e oggi di nuovo». Sono insegnanti e sono qui per un test d’ammissione.
Emmanuel, l’autista, è un tipo alto, volto spigoloso, ma dolce. Si fa il segno della croce prima di ogni pasto e anche dopo aver superato ogni guado. Lungo la pista le piogge hanno riempito i barrage e passare non è sempre facile. Emmanuel si ferma, guarda un signore davanti a noi, che attraversa il barrage in moto. Le ruote entrano fino al mozzo nell’acqua, che arriva quasi alle ginocchia del guidatore prima che lui imbocchi la rampa per uscire dal guado.
«Forse è meglio se noi scendiamo e passiamo a piedi, così la macchina è più scarica« dico a Emmanuel.
«Se Dio ci aiuta, arriviamo dall’altra parte senza problema» e ingrana la prima. L’acqua arriva al livello delle portiere, inizia a entrare nell’abitacolo, poi il muso della Toyota si impenna e l’auto esce dal guado. Emmanuel si fa il segno della croce e sorride: «Visto? Dio ci ha aiutati».
Nell’attraversamento lo scappamento ha toccato la strada e si è staccato. Il tubo ora raschia per terra e il motore emette un suono scorticato.
«Nemmeno Dio è abbastanza saggio» recita un proverbio. Vorrei dirlo a Emmanuel, ma non credo che apprezzerebbe. Stacchiamo un filo di ferro, che teneva fermo un non so che del motore e usiamo per bloccare il tubo. Mentre Emmanuel è sdraiato sotto il motore, si ferma un tizio con una Mercedes granata. Chiede se ci serve qualcosa, stacca una piccola liana che avvolge il tronco di un alberello e la usa per rinforzare la legatura dello scappamento.
«Se Dio vuole, arrivati a Ouahigouya troviamo un saldatore».
A Ouahigouya il saldatore lo troviamo, ma un meccanico no. Emmanuel si toglie la camicia e si mette a smontare la piastra da saldare. Anche questa volta Dio ha fatto quel che ha potuto, come tutti qui in Africa.
«Qui a Ouahigouya c’è una tomba, adesso ci passiamo vicino. È la tomba di Sango, il fratello del Mogho naba, il re dei Mossi. Questo Sango aveva rubato il feticcio di famiglia a Ouagadougou ed era fuggito qui. Allora il Mogho Naba, per vendicarsi decise di attaccare il fratello. Non so se avete visto il venerdì a Ouagadougou...».
Ogni venerdì mattina a Ouagadougou il Mogho Naba esce dal suo palazzo. Ad attenderlo sul vasto piazzale, un cavallo bardato alla foggia araba e una folla di notabili che si inchinano ai suoi piedi nei loro ricchi abiti damascati. All’epoca del dissidio con il fratello, il sovrano decise di muovere guerra, fece preparare l'esercito, ma la folla fuori del palazzo lo supplicò di non partire. Il re si lasciò convincere e la guerra fu evitata. Da allora, tutti i venerdì, a Ouagadougou si rievoca questo evento. Al termine della cerimonia i notabili, con la spada nella mano, si salutano e salgono sulle automobili. Il traffico continuo ed ossessivo dei motorini continua indifferente per le strade polverose della capitale.
«Sango, prima di morire disse: se i bianchi verranno a occupare queste terre, chiamatemi e io risorgerò e li caccerò via. Poi qualcuno, un giorno, voleva vedere se era vero. Si avvicinò alla tomba e si mise a urlare che i bianchi erano arrivati, anche se non era vero. Sango uscì, ma quando vide che lo avevano preso in giro, si arrabbiò moltissimo e giurò che non sarebbe mai uscito per aiutare nessuno. Però ancora oggi, se vai sulla tomba e dici che ci sono i bianchi, si sente un rumore fortissimo e la terra trema».
Mentre termina il suo racconto, Emmanuel imbocca l’asfalto rosso di polvere di Ouahigouya e guida lentamente verso una rotonda. In mezzo un cippo bianco, circondato da un piccolo giardino. «Se sei un capo e fai il giro di questa tomba, non verrai più eletto, ma noi non siamo capi e possiamo farlo».
La strada che corre verso sud si circonda rapidamente di alberi, di campi verdi, dove il miglio è già alto, come a voler fare dimenticare in fretta le pianure stentate del Sahel. I villaggi si fanno più frequenti. Più frequenti le auto, le persone per strada.
«Vedi quel villaggio?» fa Emmanuel. Poche abitazioni in mattoni di fango, squadrate, con le porte in metallo dipinte di blu, come usa qui, oggi. Qualche capanna rotonda, con il tetto in paglia. Oggi in Burkina Faso la paglia è più cara della lamiera.
Emmanuel continua a raccontare, serio: «C’era un vecchio di questo villaggio, che era andato ad abitare a Ouagadougou. Però aveva detto ai suoi, che quando sarebbe morto, avrebbe voluto essere sepolto al suo villaggio. Bene, quando il vecchio morì, i suoi si misero a discutere, che forse non ne valeva la pena, che trasportare il corpo costava caro e decisero di seppellirlo nel cimitero del quartiere.
Gli uomini iniziarono a scavare, ma niente, non riuscivano nemmeno a scalfire la terra. Chiamarono una ruspa, ma nemmeno quella riusciva a scavare. La terra era diventata dura come una pietra. Provarono a spostarsi un po’, ma come diedero un colpo di piccone, iniziò a uscire acqua, che allagò tutta la strada. Non c’era nulla da fare. Allora decisero di andare in un altro cimitero. Salirono tutti su un camion, ma tutte e quattro le gomme esplosero! Alla fine si decisero a fare riportare la salma al villaggio, come voleva il vecchio. Sono stato io a guidare la delegazione, che ha portato il corpo qui».
Emmanuel il cattolico, Emmanuel che si fa il segno della croce a ogni pasto, Emmanuel che cerca di convincere i giovani musulmani, che il suo Dio è l’unico e il migliore, forse il più saggio.


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