Rughe finissime, appena accennate, che si increspano al minimo sbuffo di vento, che cambiano l’arco delle loro curve. Rughe di sabbia, che segnano l’età sconosciuta di questa duna. Sconosciuta e cangiante. Quanti anni, secoli, millenni può avere una duna? Molti? Nessuno?
La sabbia gioca con il tempo e le dune sono vitime di una clessidra infinita. Non umana. Queste rughe sono curve di vecchiaia o accenni di giovinezza, appena creata dal soffio che arriva da nord?
Il sole impallidisce all’orizzonte come «in un bicchiere di acqua e anice», direbbe Paolo Conte. Dopo la fatica del giorno si scioglie in un grigio alluminio, che non riesce ad affascinare.
Mette pace però. Non accende sogni, come i tramonti delle savane orientali. Invita a pensare.
Radici verdi sembrano dare vita alla duna. Piccole foglie d’erba la circondano alla base, senza avere il coraggio di salire verso la cima. Ne bevono l’umidità, che si nasconde sotto la sabbia. No, la duna no, non la possono toccare, ma le foglie hanno conquistato tutta la pianura in basso. Spinte dalle piogge abbondanti di quest’estate, hanno dipinto di verde la piana sabbiosa di Oursi, segnata dai passi di mille armenti.
Mucche dalle corna a cetra, pecore e capre pezzate vanno verso nord nel mattino opaco. Muggiti e belati si mescolano al ragliare degli asini. Dalla duna vedi passare file di animali seguite dal passo lento dei giovani peul, che le accompagnano al pascolo. Verso nord, dove le dune tornano terra, crosta dura, fino alle pianure di Douentza. Verso nord, sfiorando con i loro zoccoli la nuova costruzione del museo archeologico.
Mentre camminiamo sulla sabbia, nella frescura che si annacqua di umidità, Hamidou Mamadou, detto Mero, arriva sparato con la sua Yamaha DT 125. La posteggia davanti al museo, spalanca tutte le porte e si mette ad attendere i visitatori. Ha partecipato anche lui allo scavo archeologico condotto dai tedeschi tra il 1997 e il 2005. «Avevano visto un pilastro che affiorava da un tumulo» racconta, «Si vedeva che era un manufatto umano, ma non si sapeva chi lo aveva realizzato. Hanno chiesto alla popolazione, ma nessuno ne sapeva nulla». Hanno iniziato a scavare attorno al pilastro e le sabbie hanno restituito i resti di un’abitazione del X secolo. «Hanno datato i reperti con il carbonio 14» dice Mero con fare professionale, «La casa era stata incendiata e le fiamme hanno cotto i muri in banco, trasformandoli in terrecotte. Per questo si sono conservate fino a oggi». Altrimenti sarebbero tornati alle loro origini di sabbia.
Il museo è piccolo, ma ben fatto. La porta posteriore si apre sulla piana chiazzata di verde. Un tetto in lamiera ripara lo scavo dalle piogge. La cucina, le camere, la prigione per gli schiavi. «Forse questa casa venne attaccata perché c’erano degli schiavi» racconta Mero e mostra una catena che serviva a legare i poveretti. Con un gesto rapido e sicuro, che ricorda quello delle hostess quando mostrano come indossare il giubbotto di salvataggio, si mette la catena attorno al collo. «Li legavano così e li trainavano» dice tendendo la catena in avanti. È un istante, ma fa una certa impressione, vedere un uomo incatenato e quello schiocco secco di ferraglia...
Da questa duna, su quella sabbia scritta inutilmente da impronte di animali, mille anni fa si vedevano passare colonne di uomini e donne in catene e carovane cariche di sale e di altre merci provenienti da nord. Ai bramiti dei cammelli facevano da contrappunto il tintinnio delle catene, i lamenti dei perduti.
Non c’era la pace che c’è ora, in questa alba diffusa, che riesce appena a fare luccicare le acque del lago. Acque coperte da ninfee sfiorate dal volo di mille uccelli migratori. La luce del sole inizia ad arroventare le case in fango di Oursi. Milleduecento abitanti, tutti di etnia songhay, che vivono di mucche, di capre e di miglio.
Come la famiglia di Housseini, lo studente dallo sguardo dolce, che ora risale le sabbie rosa della duna. La sera radunano le loro cinque mucche nel cortile, le mungono, poi le riconsegnano al peul che le riconduce al pascolo, assieme alle mucche e alle capre di altre famiglie.
Mille anni fa, sotto questa duna, sulla groppa dei cammelli arrivava la parola del Profeta e con lei la scrittura, che avrebbero segnato la vita delle genti del Sahel. Arrivarono in silenzio e poco a poco si insinuarono nelle pieghe delle società tradizionali. Adattandosi, come l’acqua che scorre sui sassi di un torrente, prendendone il colore.
Housseini ha acceso il braciere e prepara il tè. Fa la quarta liceo a Gorom Gorom, una cinquantina di chilometri più a sud. «Ma un altr’anno continuerò qui a Oursi. Hanno costruito un liceo tutto nuovo, all’entrata del villaggio» dice orgoglioso. Poi sorride dolce.
Qualche giorno fa avevo scritto sul taccuino che forse stava finendo l’effetto stupore e che forse non sarei più riuscito a scrivere racconti nel Sahel. Mi sembrava di non riuscire più a leggere nelle pieghe dei paesaggi, nei volti delle persone, nei loro gesti. Tutto mi sembrava un po’ scontato, stanco dopo tanti anni. Ora guardo i volti gioiosi dei bambini che ci accompagnano verso il lago, i loro sorrisi, i loro scherzi, i loro litigi. Guardo le case di fango e mi sembra che abbiano qualcosa di diverso, di non visto.
La sabbia della duna adesso è quasi grigia. Il sole si è perso nella sua fornace quotidiana.