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Ganvié

All’imbarcadero i venditori di souvenir sembrano svogliati. Ci provano a offrirti la loro merce, ma senza troppa convinzione. Qualcuno nemmeno si alza dalla stuoia dove sta sdraiato. Il cielo soffocante dell’estate sembra spossare anche loro. Le piroghe ondeggiano appena, aggrappate inutilmente al molo. La corrente oggi sembra non aver voglia di portarle via.
L’uomo dei biglietti è grasso e ha un fare da boss indiscusso, stretto, troppo stretto nella sua divisa stile cinese. Strappa due biglietti, prende i 5000 CFA, ma non ha il resto. “Passi a prenderlo al ritorno” dice tendendomi i biglietti “E siate gentili con i barcaioli” aggiunge come di routine, senza enfasi. Forse deve dirlo e lo ha già detto tante volte che si è stufato.
Partiamo su una canoa scavata in un tronco d’albero: “Viene dalla Nigeria, qui in Benin non ci sono alberi così grandi” dice il ragazzo che siede a prua. Le sue braccia si tendono nello sforzo della remata. Poi, appena superato il molo, rizza una vela fatta con sacchi di tela rattoppati. Si siede e chiede se vogliamo delle notizie sulla storia di Ganvié. E’ un’opportunità che loro, i barcaioli, ma non tutti, offrono e che …, qui il tono si fa più grave e la voce si abbassa, andrebbe ricompensato, perché lui e il “capitano” non sono tenuti a farlo.
Il “capitano”, che non parla francese, è un omino con gli occhiali e un boubou color giallo evidenziatore. Siede a poppa, silenzioso e regge il timone della canoa, che sfiora il pelo dell’acqua. Diciamo di sì alle spiegazioni e il “secondo” si mette in posizione di fronte a noi: “Signore e signori siete i benvenuti. Prima di iniziare la spiegazione voglio però presentarvi il capitano. Si chiama Elì e io, il suo secondo, mi chiamo Jean” e inizia con le informazioni.
E’ stupefacente la capacità umana di immaginare e di creare gerarchie: siamo su un tronco scavato, che a malapena si regge a galla sulla laguna e abbiamo un capitano e un aiutante. Piroghe scure scivolano leggere, sfiorate dai cormorani in cerca di pesce. I bastoni che segnalano le nasse affiorano dall’acqua che sembra non voler riflettere quel cielo così sporco.
Ganvié quasi non la vedi. Devi arrivarci addosso per capire che sono case quelle che affiorano dall’acqua. Un mondo galleggiante. Alcuni muratori trasportano terra e assi su lunghe piroghe. Chiatte malandate resistono appena sotto il carico di fusti di benzina. Quella stessa benzina che si vende in bottiglia ai bordi delle strade. Viene dalla Nigeria e arriva in Benin di contrabbando. I tortuosi sentieri d’acqua che legano la laguna di Ganvié a mille altre lagune sono percorse continuamente dai contrabbandieri. L’acqua non è fatta per reggere confini. E non sembra nemmeno che le persone lo siano. Tutto arriva dalla Nigeria.
Il canale si apre tra le case in quella che se fossimo sulla terra chiameremmo una piazza. E come su una piazza c’è un mercato, tutto sulle piroghe. Donne comprano e vendono da una piroga all’altra.
Poco più in là alcuni ragazzini, in equilibrio su piccole barchette lanciano e rilanciano una rete. Nessun pesce sembra volersi far prendere, ma loro sembrano divertirsi un mondo. Qui e là, affiorano piccole gobbe di terra. Su di una hanno costruito la scuola, su un’altra il campo di calcio.
Il capitano non apre bocca, e anche le spiegazioni del “secondo” si sono esaurite assai in fretta. Facciamo sosta a una bottega di souvenir, una palafitta come tutte le altre, gestita da una ragazza raffreddatissima che cerca di strappare all’incalzare del fazzoletto una voce un po’ meno nasale. C’è una globalizzazione interna africana dell’artigianato. In Burkina si fanno maschere del Mali, della Costa d’Avorio, in Benin si imitano i bronzi nigeriani e così via. Un po’ gli oggetti circolano, un po’ vengono copiati e venduti come tipici.
In uno scaffale della bottega, quasi nascosto, sono ammucchiate malamente delle curiosissime statuine. C’è l’uomo con la Vespa, quello con la bicicletta e un bambino sul portapacchi, il medico con il paziente, il maestro con l’alunno e poi, in un angolo, la statuina dell’omino con il computer. C’è il mouse, collegato con un pezzo di spago, la tastiera, il telefono nell’angolo della scrivania. Sono pochi i turisti che le comprano: “Preferiscono le maschere” dice la ragazza tra una soffiata di naso e l’altra.
Più tardi, mentre beviamo una bibita, il secondo inizia a spiegare che il capitano ama molto gli italiani. “Perché?” gli chiedo. I due gestori del bar gli dicono qualcosa in lingua locale e scoppiano a ridere. Lui abbozza e ricomincia: Il capitano è contento degli italiani…”. Altre battute, altre risate.
“Per favore, lasciatemi finire il discorso!” dice seccato, mentre gli altri incalzano e ridono. Lui fa finta di nulla e riattacca con voce melliflua e ruffiana: “Dicevo, che il capitano è contento perché gli italiani alla fine del giro lo ringraziano molto, ‘ad alta voce’” dice quasi ammiccando. Ecco, lo ha detto e ora resta lì, in attesa di una risposta. In CFA.




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