Il mondo cambia a seconda degli occhi con cui lo guardi, della memoria con cui lo pensi. E per la mia generazione il Vietnam non è solo un paese del sud-est asiatico: Vietnam sono la barba sottile e il sorriso dolce di Ho Chi Min, Vietnam è l’offensiva del Tet, Vietnam è il massacro di Mi Lai, sono gli elicotteri statunitensi che fuggono da Saigon. È Davide che sconfigge Golia.
Vietnam è il ricordo di tante marce di solidarietà, di pugni alzati, di slogan scanditi con la convinzione dei vent’anni. Per questo ora, vedere questo tripudio di bandiere rosse con la stella gialla, che contornano ogni strada, rimanda a una gioventù ormai lontana, ma soprattutto al sogno che poteva esserci giustizia nel mondo.
Quel sogno ora lo vedi nelle schiene piegate sotto il peso della legna, dei sacchi di cemento, nelle gambe magre e arcuate di anziani di donne che portano gerle cariche di fatica. Nelle strade e nei sentieri intarsiati nei pendii scoscesi di montagne tanto belle quanto aspre, ostili, nervose. E non basta il verde soffice della foresta ad ammorbidirne la scorza.
La gente di qui le ha graffiate, accarezzate, scavate fino a farne terra buona. Buona da sfamare i figli, da sopravvivere, da riuscire a immaginare un futuro. Ma tutto questo ci fa capire che i sogni non sono fatti di materia effimera, non vengono da soli a regalarti l’orizzonte. I sogni, perché smettano di essere tali, costano fatica, volontà, coraggio, paura e fiducia nel proprio destino.
E qui lo vedi ogni giorno.
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La strada che sale da Hanoi è un flusso misto di auto e scooter, che sfilano sotto una galleria di bandiere rosse con la stella gialla al centro o con la falce e il martello. Una grande periferia industriale che dà la misura di come questo paese stia diventando una tigre asiatica. Ma tra un capannone e l’altro è un mare di risaie, da cui spuntano i cappelli a cono delle contadine curve a strappare erbe infestanti. Immagini di altri tempi, ma in realtà è questa convivenza di industria e agricoltura a fare la forza di questa terra.
La strada che porta a nord comincia a salire. Una enorme bandiera rossa spicca sul verde del bosco. Tutto attorno piantagioni di te. “Si fanno tre raccolti all’anno” dice Vang. Nei pendii più alti della montagna si alternano come in una scacchiera macchie di verde intenso ad altre marrone scuro ad altre ancora che sembrano puntellate di spille. Anche qui la natura porta i segni dell’uomo. Quello che colpisce è che non si vede un prato. Ogni metro possibile è stato coltivato, il resto è foresta.
Di tanto in tanto ai limiti delle risaie si vedono piccoli tempietti: sono delle tombe, dentro solo le ossa del defunto, il resto viene cremato.
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Una rapsodia di tornanti risale ogni vallata per poi gettarsi tormentosamente in quella successiva. I fiumi scorrono lenti, limacciose e nel percorrerli non possono non tornare alla mente le immagini di Apocalypse now, di Platoon del mistero pauroso, che incuteva terrore a quei giovani statunitensi mandati a morire. “C’era un ragazzo, che come me amava i Beatles e i Rolling Stones…”
La guerra, sempre la guerra.
In un piccolo villaggio di pescatori c’è una casa. Per arrivarci bisogna girare una piccola risaia a due passi dal fiume su cui volano silenziosi stormi di libellule ondivaghe. Via via che ci si avvicina alla casa le voci del piccolo mercato, dove si vendono pesciolini di fiumi e poche altre cose si attenuano. Si sente solo lo sciabordare delle barche, che vanno e vengono, il borbottare del motore che si allontana, per lasciare solo il suono lieve dell’acqua che scorre. Una ragazza dallo sguardo strano cerca di placare il cane mentre ci avviciniamo. Sulla porta, appena un po’ al di dentro, quasi volersi fatto proteggere dal buio, una signora anziana dai capelli bianchi, tiene in mano una canna di bambù e guarda il fiume. Silenziosa. Ha 76 anni, dice e a causa di un incidente fa fatica a camminare. Ma sorride. Racconta di un figlio ucciso in guerra. Doveva essere un bambino vista la sua età. La guerra ancora la guerra o forse sarebbe più giusto dire le guerre, al plurale. Perché questa gente ha dovuto combattere contro i francesi, contro i giapponesi, contro gli statunitensi… E ha sempre vinto.
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Il ritratto dello zio Ho compare sui murales, sui tabelloni elettronici, sulle banconote. Con quel sorriso dolce, che nascondeva una straordinaria forza di volontà. La stessa della donna di 96 anni che ora, davanti a me, rimane curva sul tessuto che sta disegnando con la cera. Le sue mani sono nodose come il legno di un vecchio ulivo, le dita contorte, la schiena piegata dagli anni, eppure intinge lenta il suo pennello nella cera e traccia i suoi disegni. Lentamente, ogni movimento deve costarle una fatica enorme. Se non dolore, ma va avanti a disegnare. La guardo e penso che lei è la metafora di questo paese, che ha sempre continuato a lottare per vivere e sopravvivere, fino alla fine.
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Risaie ovunque, nelle pianure, sui pendii scoscesi, in mezzo alle rocce. Sono rassicuranti, una accanto all’altro compongono un paesaggio rilassante e quieto. La risaia, però, sembra celare un segreto. Si rivela al passante per un istante solo. Al primo sguardo è una macchia verde, uniforme. Una nuvola d’erba, una pennellata smeraldo, un tappeto che luccica al sole. Se ci passi accanto, con passo lento, però, a poco a poco cede allo sguardo e rivela la sua ordinata geometria interna, la sua trama simmetrica di spighe, le sue strisce di acqua dorata. Ma devi coglierla all’istante, perché un attimo dopo si torna a rinchiudere, come una conchiglia, a indossare il suo mantello verde, che tutto copre.
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Il mercato di Can Cau è colore. Ed è donna. Uno spazio al femminile e come in ogni mercato la merce che circola di più è la parola. Le voci si inseguono si intrecciano a formare un coro uniforme e discreto. Donne anziane con costumi tradizionali che tengono in mano uno smartphone. Una donna dal volto che sembra scolpito nel legno, prova e riprova una gonna colorata da indossare per un matrimonio, appoggia il suo telefonino a un motorino e si fa un video girando su se stessa come una top model. Mondi antichi e mondi nuovi si incontrano qui al mercato di Can Cau. È qui in questa fiera variopinta che capisci come funzionano le culture, e qual è la loro ricchezza: il saper metabolizzare elementi esterni nuovi intrecciandoli con la tradizione, mescolare oggetti di luoghi e tempi diversi per produrre qualcosa di nuovo. Che cos’è lo smartphone per questa anziana donna scesa da qualche villaggio su qualche pendio scosceso per comprare il vestito da portare a un matrimonio?
La gente si sfiora pacatamente, il flusso scorre come un torrente pigro dai corridoi delle bancarelle. Nessuno urla, c’è calma nel mercato; eppure, qui si sente il pulsare della vita.
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Il sentiero è fangoso, il piede scivola a ogni passo. L’acqua color cannella riempie i solchi lasciati dalle ruote dei motorini, dei contadini che vanno e vengono nei campi. È proprio su uno di quei solchi che lo scooter della donna è scivolata. Ha perso l’equilibrio e i due sacchi gialli pieni di pannocchie sono caduti nel fango. Quando la raggiungo ha appena posteggiato il suo mezzo fuori dal fango e sta tornando per prendere i sacchi. È una donna minuta, sulla sessantina, con il tipico vestito colorato dei hmong.
Arriviamo insieme, c’è un sacco grande e uno più piccolo. Mi chino a prendere il più pesante, mi sembra ovvio, ma lei con decisione mi indica l’altro. È un attimo, prende il sacco e si dirige corricchiando verso il motorino. Mentre la guardo, sollevo l’altro sacco. È pesantissimo. Mentre lo trascino a fatica verso di lei, mi chiedo come ha fatto. Lo sollevo e l’appoggio sul portapacchi del motorino. Lei mi sorride gentile. Con una coda lega di nuovo i due sacchi sul, sale sul motorino e mi dice sorridendo “thank you”.
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Alle cinque di mattina, orario di apertura, davanti ai cancelli c’è già gente in coda. Bambini e bambini con le magliette rosse e la stella gialla, donne e uomini, giovani e anziani insieme, tutti con l’aria felice di chi sta per andare a una festa. Sorridono. Si fanno aria con i ventagli, anch’essi rossi con la strega gialla.
Il sole comincia il suo lavoro quotidiano, insieme all’umidità, nell’impregnare l’aria di Hanoi. La coda si allunga, sempre di più. È una folla. Una folla immensa in fila, ordinata. Militari con fare gentile, invitano a rimanere allineati, non incutono timore, hanno un fare determinato, ma tranquillizzante. Piano piano ci si avvicina agli scanner di contorno. Si scivola avanti.
La fila è ormai lunghissima, ma scorre lenta, come un fiume autunnale. Quasi all’improvviso si apre una piazza enormi, e nel mezzo il mausoleo. Di colpo lo stato d’animo della folla cambia. L’atmosfera di festa si quieta, diventa solenne. Silenzio, neppure i bambini giocano più.
“La cosa più importante nella vita è la lotta per l’indipendenza e la libertà”. È una frase di Ho Chi Min quella scolpita sul muro
Si salgono le scale in silenzio, poi si scende nel buio e lui, lo zio Ho è lì, come addormentato, immobile con i quattro militari che gli fanno da piantone.
Da uomo semplice e sobrio quale era, voleva essere cremato. Forse immaginava che il suo corpo sarebbe diventato oggetto di culto, cosa che non voleva, ma è andata così e oggi migliaia di vietnamiti sopportano ore di coda sotto il sole e la pioggia per rendergli omaggio. Però, zio Ho, non vengono per adorarti, ma per salutarti, come si fa quando si va a trovare un vecchio zio. Per ringraziarti, perché se oggi il Vietnam è quello che è, libero e indipendente, è grazie a te.
Sì, zio Ho e ti confesso che in quel minuto che ti sono scivolato accanto, mi sono tornati in mente tanti ricordi e tanti sogni e che tu non sei stato solo lo zio di questo genere, ma anche di tanti altri che hanno creduto nelle cose in cui credevi tu. Un accenno di lacrime è il mio unico ringraziamento, ma veniva dal cuore.
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Forse questo che ho raccontato non è davvero “il” Vietnam. Anzi, quasi certamente non lo è. Ma qual è il vero Vietnam? Non lo so e forse non credo nemmeno di volerlo sapere. Non so nemmeno se esista un solo Vietnam. Mi accontento del mio.