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Castore

Non so perché, ma mi è sempre piaciuto il momento in cui si esce dal rifugio. Quella frustata fredda, il fumo dell’alito che biancheggia nel buio dell’ultima notte, i piccoli ghiaccioli che ondeggiano appesi alla barba. Mi ha sempre dato la sensazione di essere vivo, di stare per fare qualcosa di… stavo per dire “di importante”, ma no, dai. Qualcosa di bello, di insolito. É così anche questa mattina, uscendo dal Mezzalama, macchiando il buio con l’inutile lucina della pila frontale. Il cielo è d’inchiostro, bucherellato di tante minuscole stelle. Il ghiacciaio rispecchia la luna, restituendole un bagliore diffuso, che lascia vedere il profilo della montagna.
Siamo solo due cordate questa mattina, a quest’ora. Ecco un’altra cosa che mi è sempre piaciuta: lo scricchiolio degli scarponi sul ghiaccio. Quello sbriciolarsi sordo che infonde sicurezza, che dà l’idea di sopportare la gravità.
I soliti primi passi pesanti, prima di scaldare i muscoli, lungo una traccia invisibile sul ghiacciaio, che a poco a poco comincia a inclinarsi.
«Ci fermiamo un attimo?». La voce di Daniele interrompe quel fluire di pensier, senza capo né coda, che mi prendono quando cammino in montagna.
«Siamo appena partiti!»
«Stamattina non va». Abbiamo fatto molte salite insieme io e lui, so che è allenato. Saliamo ancora un po’. Niente, mal di quota.
«Mi spiace, scendo al rifugio. Non sto bene».
Il blu scuro del cielo si sta stingendo in un azzurro, che sembra uscito dalla mano di Giotto. Che fare? Alzo lo sguardo. La cima non si vede. Vado da solo.
«Ti aspetto al rifugio»
«Ok»
Riprendo a salire, facendo attenzione ai crepacci nascosti. Fa freddo, la neve è dura. Dopo la crepaccia terminale il pendio si fa ripido. Mi sento bene e da un lato quella solitudine mi esalta. Mi fa anche un po’ paura, lo ammetto. Ogni tanto mi fermo a guardare l’arco alpino frastagliare di nero il blu dell’orizzonte. Il Monviso, eccolo, inconfondibile. Si sa per un piemontese il Monviso è casa. Così semplice, così perfetto nella sua forma quasi infantile.
Salgo, piantando le picozze e i ramponi, un passo dopo l’altro, sento la sinta nelle gambe. Mi danno sicurezza. Il tempo è bello, sono felice. Dopo qualche ora, sbuco sulla crestina affilata, che mi conduce alla cima. Mi siedo nella neve, soddisfatto e solo adesso mi accorgo che il rifugio non si vede più. Sul ghiacciaio è scesa la nebbia. Tutto si confonde, non vedo più la traccia di salita.
Mi sale una certa inquietudine, non ancora una paura, ma quasi. Sono solo, anche l’altra cordata sembra avere desistito, a oltre 4000 metri con la nebbia che avvolge la vallata. Attendere? E se non passa? Mi alzo, senza nemmeno pensarci troppo, e mi incammino lungo la cresta, verso sud. La cresta è esile, non posso sbagliare strada, basta seguirla. Arrivo al colle di Felik e di lì inizio a scendere verso il rifugio Quintino Sella. In questa valle non c’è nebbia. Chiedo al gestore se può avvertire Daniele, che non arriverò al Mezzalama. Scenda pure al Pian di Verra, dove abbiamo l’auto. Il tempo di riempire la borraccia e riparto. Scendo il più veloce possibile, la strada è lunga. Il ghiaccio a poco a poco si arrende e si frantuma in lame sottili. Ora è il regno della pietra, spigoloso, aspro, che spacca le gambe nella discesa. Risalgo al colle della Bettolina e mi trovo di nuovo nella valle di partenza. Vado giù di corsa e intanto penso che non dovrei farlo. Sono da solo, e se cado? Anche solo una storta… Scendo il più veloce possibile, fino alle prime erbe. Una prima traccia di sentiero, vedo laggiù il Pian di Verra. C’è ancora tanta strada, ma lo vedo.
Daniele si mette a ridere quando mi vede: «Hai sbagliato strada?». Guardo l’orologio: sono undici ore esatte che camino senza quasi mai fermarmi.

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