«Non riuscirò mai a capirla quella parola. Mai». Yadogo camminava con il bastone appoggiato alla nuca e le due mani a tenerlo. Il cappello di paglia lasciava appena un’ombra leggera sul suo viso. Il sole era ancora basso, laggiù a sinistra, ma il piattume della brousse lasciava scorrere senza intoppi già i primi raggi. I buoi lo seguivano in silenzio. Solo le piccole nuvole di sabbia, che sollevavano con le loro zampe, ne tradivano il passaggio.
L’alba è polverosa qui nel Sahel, soprattutto quando l’harmattan inizia ad avvolgere con la sua nebbiolina grigia genti, animali e cose. Per questo Yadogo si era messo in cammino, verso sud. Perché quel vento del deserto prosciugava l’ultima erba e bisognava cercare altri pascoli. Suo padre era rimasto al villaggio, era anziano, la fatica lo opprimeva. La vita è dura in queste terre. Gli era spiaciuto lasciare la scuola, ma forse lungo il cammino avrebbe trovato qualche scuola dell’albero. Gli venne da ridere a pensare ai maestri, che insegnano ai piccoli nomadi a leggere, all’ombra di una pianta. Era un bravo studente, amava leggere. Leggeva tutto quello che gli capitava sottomano.
Ma adesso quella parola continuava a tormentarlo, come fa la lingua con il dente ammalato. «Orizzonte». Le parole hanno un senso, pensa, mentre cammina e qual è quello di “orizzonte”? La linea dove finisce la nostra vista, ma esiste solo se stai fermo. Alzò lo sguardo per cercarlo, ma quello camminava insieme a lui, con il suo passo. «Quello che vedo non è mai lo stesso. È una parola finta. Dovrebbe essere un verbo. Forse». Abbassò di nuovo lo sguardo sui suoi piedi, sempre in cammino, regolari nel passo. «Camminare è un verbo, infatti».
Gli passò davanti agli occhi il viso rinsecchito del nonno. Lo pensava sempre da vecchio, chissà se era stato giovane. Di sicuro. Suo nonno gli parlava spesso dei tubab, aveva lavorato con i coloni francesi, li conosceva bene. «Sai? – gli raccontava – Quando volevamo iscrivere tuo padre a scuola, dissero che era troppo grande, era troppo tardi. Ma come può essere troppo tardi, per un ragazzo, che ha tutta la vita davanti a sé! Sai Yadogo qual è il loro problema? Che ingabbiano il tempo, lo mettono in piccole scatolette, una dietro l’altra. Come i grani del rosario. Lo riducono in briciole e se ne perdono una, dicono che è troppo tardi».
Si voltò a controllare che tutti i buoi lo seguissero. Le loro grandi falci di corna ondeggiavano al passo lento della savana. Pensò che tra non molto sarebbe arrivato a Diafarabé, e avrebbero attraversato il fiume.
Forse fanno così anche con lo spazio, lo imprigionano in scatole, fanno i muri. Allora sì, per loro “orizzonte” significa qualcosa. È un punto fisso. Guardò ancora una volta laggiù, dove la savana si confondeva. Si sposta con me, è inutile. È come dico io: non esiste l’orizzonte.