"Nessuno sa dove va, ma solo da dove viene"
Il suono cupo e profondo dei corni rimbomba sordo nel piccolo cortile. La folla, pressata, si apre dietro ai gesti decisi di un notabile, che impugna una vecchia spada. Lento e borioso il piccolo corteo avanza tra la gente. L'Ashantihene cammina con il passo appesantito dall'età, dal grasso e dal troppo oro che gli avvolge braccia e caviglie. Enormi ingranaggi dorati che ostentano una ricchezza esagerata, come gli anelli che gli coronano le dita con forme di voluttuosi delfini. Avanza a piccoli passi, un po' goffo, avvolto in uno splendido tessuto kente dai colori sgargianti, mentre un cortigiano gli tiene sollevato il braccio destro, muovendolo nel gesto del saluto.
I presenti si inchinano al suo passaggio. Gonfio d'oro e di rispetto, il re raggiunge con fatica il suo scranno. Da tre secoli un Asantihene siede su quel trono. Da trecento anni, ogni 40 giorni si svolge la cerimonia dell'Akwasidae, l'inizio del mese secondo il calendario ashanti. Quel grasso signore dall'aria paciosa, sprofondato nelle pieghe del suo vestito, è l'erede di una dinastia che per secoli ha terrorizzato le popolazioni del Ghana settentrionale e degli stati limitrofi catturando e rivendendo schiavi ai bianchi.
Dietro ai cappelli dorati dei capi militari, dietro alle spade dai bordi smangiati agitate come per minaccia, dietro agli abiti da cerimonia gettati su di una spalla in mille pieghe sinuose, spicca il berretto rosso di Francis. La lunga visiera getta un'ombra scura sulla sua pelle nera e lucida di sudore. Si toglie di tanto in tanto il cappello per asciugarsi la fronte con aria disperata, rimpiangendo forse il gelo dell'aria condizionata.
Francis è americano. Lui, i suoi genitori e gli altri compagni di viaggio sono stati scaricati sul piazzale polveroso di Kumasi da un bus reso anonimo dai vetri scuri. I blue jeans larghi, chiazzati e semistinti, i capelli squadrati alla rapper, Francis si guarda attorno in cerca di qualcosa. Qualcosa che possa fargli capire dov'è la regalità, il potere. Gli scarni muri giallastri del palazzo reale, la terra asciutta e rossa lo hanno deluso.
Mentre gli altri americani scendevano dalla pancia fredda del bus, ingoiando a fatica l'aria calda del tardo mattino di Kumasi, Francis era partito. Il viso, reso quasi informe dall'ombra del cappello, aveva attraversato il piazzale con il suo passo elastico e saltellante, sempre pronto a trasformarsi in danza. Come se da un istante all'altro avesse dovuto abbandonarsi alle mosse nevrotiche e geometriche della break-dance. Camminava guardandosi attorno, con un leggero sorriso sulle labbra, saltellando, come se avesse in testa le cuffiette del walkman. Solo il richiamo dell'accompagnatrice aveva smorzato leggermente il suo sorriso. Voltandosi aveva visto i gesti della donna che gli faceva segno di tornare.
Si era seduto all'ombra di un albero, spalla a spalla con altri americani lucidi di sudore che continuavano a guardare il parallelepipedo nero del bus come un miraggio. La cerimonia avrebbe dovuto iniziare di lì a poco, ma nulla sembrava far presagire l'importante avvenimento. La piazza rimaneva solitaria, attendendo di volta in volta che la polvere sollevata da un'auto si posasse a terra.
In fondo al viale, chiazzato di nero dalle ombre dei pochi alberi, l'accompagnatrice americana discute animatamente con alcuni uomini che indossano il tipico abito ashanti gettato sulla spalla. La discussione ha tutti i tempi della commedia: ora si anima, sale di tono, poi silenzio, sguardi che non si incrociano, finti musi lunghi, poi un'altra offerta, un'altra battuta e via di nuovo con la discussione serrata, fino a ricadere in un altro teatrale silenzio. La donna sembra persa, quasi disperata e la cosa non deve essere sfuggita ai notabili di corte. I turisti non possono accedere alla cerimonia; ma come! Non è la prima volta che porto dei turisti, vengono dagli States, sono discendenti di Africani, lo vedete, no? Sono tutti neri, come voi, come me!
Il più anziano lancia un'occhiata a quel gruppo sfiancato dal calore che agita pagine di giornali per scacciare afa e polvere. Poi riabbassa il capo e ricade in quel silenzio, che alla donna deve sembrare sempre più insopportabile.
"Roots Travels", così si chiamano questi viaggi, che arruolano la loro clientela tra la borghesia nera d'America. Una classe che dopo essersi completamente integrata nel mondo dei bianchi, comportandosi a volte più da wasp di un wasp autentico, a un certo punto riscopre la sua lontana origine esotica. Un problema che la maggioranza dei neri poveri degli USA nemmeno ha mai lontanamente concepito, ma per questi viaggiatori ora è anche possibile essere nero senza troppi problemi. La pubblicità fa leva sui sentimenti e qualche segugio del marketing ha intuito quale potenzialità stesse nascosta dietro a una nostalgia che con poco si poteva creare. Così ogni anno decine di bus gelidi, come quello che sosta sul piazzale di Kumasi, portano in giro per l'Africa passeggeri in cerca di radici un po' più nobili di quelle offerte da un trisnonno schiavo in una piantagione del Sud.
La trattativa sembra ora giungere a una conclusione. La donna ha accettato di pagare quasi tutta la cifra chiesta dal notabile e abbozza un sorriso soddisfatta della riuscita. Francis sembra addormentato, guarda davanti a sé il nulla che attraversa la piazza. L'accompagnatrice torna al suo gruppo e con voce squillante annuncia, non senza una certa enfasi, che si può entrare. La sua gioia non sembra essere condivisa da quel gruppo, che forse non aveva mai neppure ipotizzato che non si potesse vedere quello spettacolo.
Ora sono lì, sul lato sinistro del cortile, in piedi, schiacciati dalla folla che vuole vedere se l'Ashantihene accenna a qualche movimento di danza. Se il re balla è un buon segno, ci sarà benessere e fortuna, ma per ora l'anziano sovrano siede sprofondato in quello scranno che la leggenda vuole piovuto dal cielo e che causò una tremenda rivolta quando, in epoca coloniale per dimostrare la forza dell'Impero, un ufficiale inglese osò sedervisi sopra.
Francis sembra più annoiato che mai. Chiacchiera di tanto in tanto con la madre. Tutto il gruppo degli americani chiacchiera, mentre i vari capi di corte danno vita a una rappresentazione che si ripete uguale da qualche secolo, simbolo forse un po' sbiadito di un potere terribile che ora non c'è più. O forse è diverso. Oggi l'Asantihene e i suoi funzionari non terrorizzano più la gente dei villaggi. La regione è la più ricca del paese e gli ashanti controllano pressoché tutta l'economia nazionale. L'Asantihene che ora siede là sul trono d'oro, è un miliardario padrone di numerose imprese di import-export e per 9 anni è stato ambasciatore del Ghana a Roma.
I gruppi degli altri pochi turisti sfilano davanti al re, mentre il ciambellano annuncia ad alta voce quale sia la somma versata in dono. Il re accenna appena a un ringraziamento con il capo, a volte abbozza un sorriso, poi ricade nella sua grassa immobilità. A metà della cerimonia, sotto gli sguardi di disapprovazione di tutti i presenti, gli americani se ne vanno. Risalgono sul bus e si dirigono verso l'hotel.
Pronipoti di schiavi strappati alle loro savane, ai loro villaggi, compressi su fetide navi di morte, che vengono a cercare le loro radici nella corte del pronipote di quel re che aveva terrorizzato, catturato e massacrato i loro nonni. La perversa e cinica macchina del biznez non ha risparmiato neppure la storia. Una storia forse mai troppo frequentata nelle scuole degli States o forse accorciata di qualche secolo per non complicarsi la vita con quell'intrico di etnie e nomi strani che è l'Africa. La distanza e il tempo inspessiscono i confini fino a renderli tanto spessi da essere illegibili. Un mandingo, un gurunsi, un akan o uno zulu una volta in USA o in Europa diventano Africani. Africani e basta. E dopo qualche generazione anche questa origine comune scompare: si è ricchi o poveri, operai o middle-class men, manager o disoccupati. L'essere nero è solo una testimonianza biologica, che dice che vieni da lontano. Francis e i suoi compagni staranno viaggiando nel gelo dei loro vetri fumé diretti verso nord, verso i villaggi gurunsi dove le capanne sono dipinte con disegni geometrici bianchi e neri. Linee ritmiche che spezzano la tinta ocra del paesaggio. Come i murales variopinti spezzano il grigiore di tanti quartieri delle città americane.