«Buongiorno, sono Grazia, in cosa posso esserle utile?».
È già chiaro da un pezzo, eppure non sono nemmeno le sei. Bella fregatura l’estate: ti sembra già giorno, ma questa è un’ora da dormire ancora, non da scendere le scale del condominio, uscire per strada, camminare lungo un muro di mattoni neri di smog, fino alla fermata. Un palo giallo, mezzo scrostato, roba da periferia.
«Buongiorno, sono Grazia, in cosa posso esserle utile?».
L’unica consolazione è che non sei sola. Ci sono altri sfigati a quest’ora di mattina, che aspettano il 63 come te. Fosse solo il 63, poi bisogna prendere il 19 e quello passa quando passa...
«Buongiorno, sono Grazia, in cosa posso esserle utile?».
Ecco l’autobus. Salgono tutti in silenzio, nessuno ha gran voglia di parlare a quest’ora. Il bus si scuote e parte, la gente barcolla, qualcuno si siede. C’è posto a quest’ora. Si vede che l’autista si è svegliato male, guida tutto a strappi, accelera e frena di colpo. Anche lui, sai che voglia di guidare all’alba. Attraversare la città ancora grigia, senza luce. Nemmeno il blu duro della notte, né il giallo tenero del giorno d’estate. È un’ora di mezzo, che non sa di niente. Tutto è brutto a quest’ora. O forse lo vedo così perché ho sonno e soprattutto non ho voglia di andare lì.
I viali della periferia si fanno più stretti, i palazzi meno squadrati, con le decorazioni, belle finestre. Ancora chiuse. La gente del centro dorme di più, forse. Ma poi il problema non è il sonno, a quello ci si abitua, ma quel vuoto nello stomaco che ti si crea quando pensi che domani, dopodomani, dopo dopodomani...
«Buongiorno, sono Grazia, in cosa posso esserle utile?».
Ecco il capolinea, in pieno centro. Solo l’edicolante ha la luce accesa. È lì che taglia i nastri di plastica delle pile di giornali. Due barboni dormono sotto delle coperte a fiori rosa. Chissà dove le avranno prese? Un sonno profondo, sembra che nemmeno respirino.
Il 19 arriva quasi subito. Dopo due fermate è già pieno. Fa caldo, caldo e c’è umidità in questa città di merda! Il bus si districa tra le vie del centro, poi si lancia lungo il corso che porta verso l’altra periferia della città. Di nuovo spigoli dritti, case anni settanta, centri commerciali, uffici. Ecco uffici come il mio.
«Buongiorno, sono Grazia, in cosa posso esserle utile?». Perché non riesco a togliermi di testa questa frase? Perché quando una cosa la ripeti duecento volte al giorno non se ne va più via. No, è perché non ti piace quello che fai e tutto diventa un’ossessione, un chiodo fisso. Quattro anni all’università, con una media nemmeno male. Per cosa? Per trovarsi alle sei e mezza schiacciata su un autobus che ti porta al call center. La pancia, per ora non pesa ancora, ma tra qualche mese...
Com’erano contenti i miei quel giorno, la prima laureata della famiglia! Come canta Guccini? «chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grazie sia, il primo che ha studiato». Mi sentivo un po’ così, non solo perché mi laureavo, ma perché facevo contenti loro, operaio, casalinga, nonni montanari. Era bello anche per loro. Due mesi dopo anche Vincenzo si era laureato.
La gente comincia a scendere, si respira. E si riesce anche ad aprire il giornale. Ti pareva! Se non si discute sulla flessibilità. Ma vaff..., loro e la loro flessibilità e la globalizzazione e tutto che sembra cospirare contro di noi. Balle! Balle che gli fanno comodo per giustificare i salari bassi, la precarietà, la possibilità di licenziare quando vogliono. Poi senti il Presidente del Consiglio che ti viene a dire che la routine del lavoro fisso ti ammazza, ti consuma. Sempre la stessa cosa, dice, già, ma almeno è la stessa cosa per sempre, non per sei mesi come me. E il bello è che spero che me li rinnovino!
«Buongiorno, sono Grazia, in cosa posso esserle utile?».
Vincenzo ha un contratto a progetto per due anni. Quando l’ha detto abbiamo quasi festeggiato. È venuto a cena da noi, raccontava contento, anche se non ci riesce ancora di non ridere quando senti cocopro. Io guardavo mio padre, aveva gli occhi tristi, anche se sorrideva a Vincenzo. Lui, operaio, mia madre casalinga, sono riusciti a comperare un appartamento di cento metri quadri, a fare studiare due figli, mai mancato niente. Risparmiando, certo, avevano molte meno pretese di noi, ma se guardavano avanti un futuro lo vedevano, magari distante, magari un futuro piccolo, modesto, ma è qualcosa. Meglio della nebbia che vedo io, quando guardo avanti.
Perché devo farmi venire questi pensieri neri a quest’ora di mattina?
Anche Vincenzo...lui è un ottimista, vede sempre tutto rosa, ha fiducia. Lo invidio, però. Sì, anche lui diceva che in fondo se ci si abitua a non avere un posto fisso, non è mica poi tanto male. Ci sono dei lati positivi, a guardare bene. Cambiare ogni tanto è stimolante, non ti siedi sull’abitudine. È vero, è più faticoso, è vero, lo capisco anche io, ma pensa a cosa vuol dire una vita sempre nello stesso posto, finisce che muori di noia, diventi cinico, frustrato, no, dai, forse è meglio... Sai, poco tempo fa leggevo un libretto che si chiama Papalagi, è la storia di un capo villaggio delle isole Samoa, che visita l’Europa e poi, una volta tornato, racconta come vivono i papalagi, che sarebbero gli occidentali, ai suoi connazionali. Bene, a un certo punto dice che i papalagi lavorano e uno della sua tribù gli chiede, cosa significa? E lui risponde: lavorare vuole dire fare la stessa cosa per tutta la vita, ecco...
«Buongiorno, sono Grazia, in cosa posso esserle utile?».
Ecco, ora però sta cambiando idea anche lui. Quando per firmare il contratto di affitto ha dovuto venire mio padre a firmare per garantire. Mio padre, con la sua pensione da operaio... Non è stato bello, no. Avevamo un bel ringraziarlo, ma quello sguardo triste non gli andava via e lo so a cosa pensasse. Pensava a quel futuro che lui e mia madre rincorrevano e che noi non riusciamo nemmeno più a immaginare.
«Scende?»
«Non ancora, fra due»
«Grazie»
E adesso, questo affarino qui nella pancia? Se non fosse per lui... chissà poi perché penso sempre che sia maschio, se non fosse per lui avrei già mandato al diavolo il call center, l’agenzia di lavoro interinale, e tutto il resto. Lavoratori atipici ci chiamano, ma ormai atipici sono quelli che hanno il posto fisso!
«Grazie. Ah, scende anche lei?»
A vederlo da fuori è persino bello, con tutti quei vetri a specchio. È quello che c’è dentro che è una schifezza. Rispondere a gente incazzata perché il sistema non funziona, perché non vanno a riparargli la linea e tu lì a rispondere a cose che non sai. Tutto quello che sai, sono quelle risposte standard che ti hanno insegnato al corso. Devi essere gentile, tranquillizzarli. Vecchiette già spaventate da tutti quei «prema 1, prema 3, prema questo, prema quello».
Le scale moquettate, le porte a vetro fumé, e dentro tanti schiavetti come noi. Spero solo che tu non finisca in un posto così, lui o lei che tu sia, spero che quando sarai grande vada meglio. Che non debba passare le giornate con in testa una cuffietta high-tech come questa. High-tech, come suona bene!
«Buongiorno, sono Grazia, in cosa posso esserle utile?».