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Moquette

"La saggezza è come una sacca di pelle, ogni uomo ha la sua"

Il ritmo è antico ed anche i gesti che fanno vibrare l'aria intorno. I musicisti disegnano attorno ai tamburi scene di chissà quale caccia o guerra la cui memoria striscia su piste ormai cancellate dal vento.
La musica gioca con allegria e violenza nelle gambe dei danzatori che calpestano la moquette rossa della sala. Ai tavoli i turisti alzano lo sguardo tra un boccone e l'altro. Le danze non sembrano interessare a molti.
Loro, i danzatori, continuano a saltare su quella moquette con i piedi scalzi, che avevano, o forse hanno ancora, una scorza dura, abituata a spezzare le spine della savana.
Nell'aereoporto di Lusaka la confusione è indescrivibile, quasi 80 persone sono rimaste a terra. Il prossimo volo per l'Europa è fra tre giorni. Il caposcalo tiene gli occhi bassi in mezzo ad una cerchia di persone urlanti che urla i propri impegni e la propria rabbia contro quell'Africa dove niente funziona.
E' un signore basso, dagli occhi tristi, sempre un po' umidi. Continua ripetere una nenia monotona: «Wait, wait, we'll try to do our best» cercando di placare quel vento di parole e di insulti che lo sta torturando.
Alle sue spalle appare un uomo grasso, anche lui in divisa. Affronta la folla con un piglio deciso. Ascolta con un mezzo sorriso le solite proteste, poi le sue grosse labbra si allargano in un sorriso: «This is the third world, sirs, the third world» e se ne va lasciando la folla ammutolita.
I terminali non funzionano per un guasto alla linea. Anche telefonare in città è impossibile. L'aeroporto è diventato un'isola sconosciuta, sola in quel mare di comunicazioni che corrono sui fili, per terra e tra le nuvole.
L'omino sembra accennare un sorriso: «I computers non funzionano, bisogna aspettare» ripete battendo insistentemente le dita sulla tastiera. La più sofisticata tecnologia occidentale gli è venuta in aiuto smettendo di funzionare. Ora sembra più sicuro di se stesso, sembra dire: «Questa è roba vostra, se non funziona non è colpa mia». Si muove con spigliatezza, deciso, come se il terreno si fosse fatto improvvisamente più sicuro.
La folla ha smesso di gridare, sconfitta definitivamente da quel computer e sembra quasi rassegnata a vedere scorrere il tempo con il suo passo abituale. Rassegnata anche la grassa signora il cui figlio deve rientrare per gli esami di riparazione. Tace sfiancata su di una sedia portata apposta per lei. Accenna un rimprovero al ragazzo, se non fosse stato rimandato ...
Tacciono i due che devono rientrare in banca sennò ...
Superiori alla vicenda le due coppie vestite da cacciatori, pantaloni kaki e cappello con striscia di pelle di leopardo continuano a narrare le loro vicende di caccia.
«Un leone, sì, un leone, poi un kudu, gazzelle, tante. D'altra parte non capisco quelli che vengono qui poi "a questo non sparo, a quello non sparo". Se vieni, vieni per cacciare, no?».
Il più alto torna accompagnato dalla guida locale con quattro biglietti nuovi Lusaka - Johannesburg - Roma: «American Express» dice soddisfatto ai suoi compari e tutti sorridono.
«Mica vuoi stare qui!». Sembra uno spot pubblicitario.
La guida li saluta e si siede al bar a bere una birra: «Crazy», dice toccandosi la testa. poi inizia a raccontare le vicende di caccia.
«Facciamo sempre così. Due o tre giorni a girare a vuoto e loro credono di cercare il leone. Poi li porto dove c'è un maschio vecchio e decrepito, faccio finta di essere stupito. Io so benissimo dove stanno i leoni. E via così. Pagano per fare il lavoro dei guardiaparco. Crazy» e butta giù soddisfatto la birra.
Forse qualcuno dei turisti, affacciandosi dalle vetrate che danno sulla pista, ha notato quel lento cammino delle nuvole verso un orizzonte così lontano da sembrare falso.

Due giorni dopo, dietro alla scrivania del suo ufficio, il signore dagli occhi umidi sembra ancora più piccolo. Si è tolto le scarpe nere, forse troppo strette e mentre parla muove continuamente le dita dei piedi come per scioglierle. Da un pezzo cercavo di ottenere garanzie sul volo dell'indomani.
«Siamo sicuri di partire?»
«Voi ormai siete come miei figli. Non si dà da mangiare agli altri se non lo si è prima dato ai propri bambini. Vi do le carte d'imbarco adesso, domani sono in vacanza».
Il suo sorriso è sincero, dolce. Mi saluta con una stretta di mano e un "arrivederci".
Entra il grasso e ride «Third world, third world» ripete alludendo ai fatti precedenti e conta più volte le carte d'imbarco. Gli offro una birra e accetta con una grossa pacca sulla spalla.
Dalle vetrate del bar vedo "occhi umidi" che passeggia sull'erba accanto alla pista, senza scarpe.
L'indomani l'aeroporto è ridiventato un inferno di grida e spintoni. Il grasso domina la massa dall'alto dei suoi cento chili e del suo immancabile sorriso beffardo.
Appena dopo la dogana vedo "occhi umidi" che attende chiacchierando con un militare
«Volevo vedere partire i miei figli» dice e mi stringe la mano. Sorride soddisfatto con i suoi occhi umidi. Ai piedi porta solo un paio di sandali.


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