MARCO AIME - LOGO UFFICIALE v.2

Il rientro

Puoi alzarti molto presto all'alba, il tuo destino si è alzato prima di te


La voce noiosa e cantilenante di Ibrahim continua a tormentarmi attraverso il finestrino aperto. Il taxi-brousse non si decide a partire anche se i posti sono ormai tutti occupati e i bagagli caricati. Il patròn della vettura passeggia su e giù per il piazzale, lucido di sudore, alla ricerca di qualche altro passeggero. E' pomeriggio avanzato e la gente è già partita. La tettoia della stazione dei taxi getta un'ombra lontana, deformata dalle buche del piazzale. Finalmente l'autista, con gesto papale, conscio del suo potere, si tira su il lungo abito colorato e si siede nell'abitacolo con sollievo dei passeggeri. Alcuni ragazzini iniziano a spingere il pulmino e il motore si avvia.
Ibrahim continua a fare il ruffiano. Correndo di fianco al finestrino ripete: «Spero di rivederti, tu sei gentile, molto gentile ...» e così via. Sono giorni che mi sta appiccicato fingendosi mio amico per scroccare qualcosa.
«Il tuo amico parla come uno yovò - dice la ragazza accanto a me, mentre il pulmino sobbalza sulle buche del piazzale - crede di non essere più nero? I bianchi parlano così» e fa il verso ad Ibrahim. L'altra ragazza, una togolese, scoppia a ridere annuendo con il capo. Ibu, così ama farsi chiamare Ibrahim, è un imbecille. Gira tutto il giorno, intontito dalle cuffiette del walkman, alla ricerca dei bianchi per scroccare qualcosa. Occhiali scuri, anche di sera, bazzica sempre attorno al motel presentandosi a tutti e raccontando le stesse storie: suo padre è un ufficiale di polizia, lui ha studiato a Cotonou e adesso vuole andare in Europa a studiare informatica: «Però adesso ho fame, mi dai qualcosa?». Una volta il mangiare, un'altra le pile del walkman e così via. Quando ho cominciato a negargli i prestiti si è attaccato ad un gruppo di francesi che alloggiavano nel motel. Ogni tanto tornava a dirmi: «Mi hanno comperato del tabacco e dei braccialetti» come dire: «E tu?».
Forse non è un imbecille. E' solo uno dei tanti palleggiati da un mondo che gioca sempre da fuori. Adesso è lì che chiede ancora 100 CFA per le pile correndo di fianco al pulmino. Al termine del piazzale il taxi brousse si ferma davanti a un banchetto di legno con su allineate due file di bottiglie di Johnny Walker, riempite di benzina. Il ragazzino prende un imbuto fatto con una bottiglia dell'acqua e inizia a versare. «Qui costa meno, viene dalla Nigeria» mi spiega l'autista come per giustificarsi, mentre alcune ragazzine si avvicinano al finestrino con le loro vetrinette di dolci appoggiate in equilibrio sulla testa. Cinque bottiglie e via.
Facciamo 500 metri e siamo di nuovo fermi. L'autista scarica tutte le borse e si mette ad infilare nel bagagliaio lunghe lamiere zincate, che sporgono per oltre un metro dal retro della vettura. Siamo nel centro di Djougou, all'incrocio delle strade per Natitingou e Lama-Kara. Mi rassegno all'attesa e mi metto all'ombra, seguito da un bambino silenzioso che vende arachidi. Al centro della rotonda le donne abbrustoliscono il mais, respirando ondate di polvere rossa sollevate dalle auto.
Ero arrivato a Djougou un mese fa. C'ero arrivato di notte, scaricato su quello stesso piazzale da un bus pieno di polvere e rumore sul quale ero riuscito comunque a dormire. Un anziano signore mi aveva accompagnato fino al motel attraverso strade buie e silenziose. Il mattino seguente per quelle stesse strade, ondate di donne con i loro carichi sulla testa si avviavano lentamente verso il mercato. Ragazzine schiacciate dalla fatica si fermavano lungo i muretti per riposare. Pochi minuti, poi di nuovo con il catino sulla testa a infilarsi tra i gas di scarico dei motorini.
Il meccanico era entrato subito in agitazione correndo e chiamando altri giovani. In meno di un'ora la moto che avrei dovuto noleggiare era lì, con il proprietario che la indicava soddisfatto: un'Honda 125, adeguatamente tamponata, martoriata e rattoppata per sopravvivere a quelle piste sgangherate e strizzate dalla pioggia. Mancava il freno anteriore, come a quasi tutte le moto del paese. Forse i progettisti giapponesi dovrebbero fare un salto qui per capire quanti accessori sono superflui in una moto. La presi con un certo divertimento, in fondo tutti viaggiavano così.
Ero venuto per iniziare una ricerca sulla società Tangba: tre villaggi arroccati sulle colline. Sfumature giallastre appena percettibili tra il verde della vegetazione. Lasciata la strada principale si imbocca una pista irta di sassi, che spaccano gli ammortizzatori e le ossa. Poi la pista si stringe fino a diventare un sentierino. Tinga Sawa, il capo villaggio, mi aveva accolto con grande ospitalità assegnandomi una capanna nel cortile dei suoi figli maggiori. Si era ricordato del nostro incontro di tre anni prima. Tutti i particolari. Guardava la foto che gli avevo portato, sorridendo: «Quando sarò morto i miei figli continueranno a vedermi». Ero combattuto tra il fascino della nuova esperienza e l'angoscia e la solitudine che stavano salendo. La giornata passava in fretta, sempre a correre dietro a uno e all'altro, ripetendo a tutti le stesse domande.
Poi la sera. Il villaggio annegava in un silenzio che nemmeno il canto dolce dei pipistrelli riusciva ad alleviare. Il cielo fosco non concedeva neppure la grazia di un po' di stelle. Stavo lì ad ascoltare la pioggia che batteva i denti contro la lamiera del tetto. Riguardavo i miei appunti senza vederli. Leggevo e rileggevo la stessa pagina, ma la mente scivolava di lato fino a toccare terra. Il decimo giorno avevo preso la moto ed ero tornato a Djougou. La folla del mercato, la stanza del motel, il telefono. Tutto mi sembrava importante, tutto si era relativizzato incredibilmente in fretta. Djougou mi era ormai diventata familiare. Mi sentivo protetto.
Poi la telefonata. Mio padre era all'ospedale. Per cosa? E' grave? La voce arrivava ad ondate interrotta da echi indisponenti e scariche irritanti. Le monete scendevano in fretta interrompendo la linea ogni volta che cadevano. Era l'unico telefono della città e non ero più riuscito a prendere la linea. Mentre tornavo dalla posta al motel sentivo le solite voci dei bambini che salutavano: «Baturè! baturè!», ma mi sembravano distanti. Sorridevo ai loro saluti quasi automaticamente, ma in quel momento non provavo alcuna simpatia per loro. Ero sprofondato in un'angoscia totale, impantanato in quell'angolo d'Africa che avevo sognato da tempo, senza neppure più l'appiglio del telefono.
Cecìle era seduta al tavolo con il suo quaderno dei conti davanti al naso. Dovevo dirlo a qualcuno, mi sarei sentito meglio. «Marcò, sei tornato?». Lo sguardo triste di Cecìle sembrò sorridere per un istante. Poi la solita espressione seria tornò sul suo viso.
«Penso sempre a un sacco di cose - mi aveva detto un giorno - Il lavoro del bar è schifoso, qui non c'è rispetto. Credono che noi siamo prostitute». E' togolese ed è venuta in Benin per cercare lavoro. Forse sarebbe riuscita a finire gli studi. Forse. Mancavano i soldi.
Raccontai di mio padre a Cecìle e mi sembrò subito di essere meno solo. Non importava cosa pensasse. Ero io ad avere bisogno di parlare, di farmi sentire. Non ascoltare. Sentire. Cecìle guardava seria. Aveva un sacco di cose a cui pensare.

Finito di caricare le lamiere, il taxi imbocca la pista per Lama-Kara. Attorno la pianura scorre lenta, interrotta solo dai profili arrotondati delle montagne dell'Atakora. Le piogge hanno ascoltato le invocazioni dei feticheurs e hanno imbevuto quel suolo sottile e fragile. I mucchietti di terra degli ignami ricordano le montagne dei libri di fiabe.
«In Togo si sta meglio che qui»
«Figurati, ogni giorno ne ammazzano una decina. Qui adesso c'è democrazia!»
«Democrazia, democrazia, si mangia con la democrazia?»
Le due ragazze discutono scherzando, mentre sul sedile dietro una donna allatta in silenzio il suo piccolo. A Barei il taxi si ferma. Bisogna scaricare le lamiere, ma la ricerca della casa giusta sembra complicata. Dopo un bel po' di va e vieni per stradine infossate tra i campi di miglio, si arriva a un'abitazione in evidente fase di ampliamento. Terminata la consegna si riparte. Le montagne si fanno sempre più vicine, mentre il sole scivola all'orizzonte allungando le ombre dei contadini che tornano dai campi. La pista è abbastanza scorrevole e mi sento meglio. La sensazione di viaggiare verso Ouagadogou mi dà conforto. Almeno sto facendo qualcosa. Qualunque cosa è meglio di un attesa impotente e snervante a Djougou.
Le formalità alla frontiera sono rapide e si riparte per Kitaou. Finalmente sull'asfalto. Anche questo sembra un altro piccolo passo verso Ouagà. La stazione dei taxi è piccola, semivuota. L'autista scende e fa scaricare i bagagli. Non continua la corsa con soli quattro passeggeri e cerca un veicolo che vada a Lama-Kara per imbarcarci. Una vecchissima Peugeot 504, in condizioni pietose, attende come un'enorme tartaruga ai bordi della strada. Siamo in sei e mancano tre passeggeri. La strada inizia a perdersi nel buio della sera. Mi appoggio alla Peugeot pensando a casa. Domani pomeriggio sarò a Ouagà. Potrò telefonare. Se è il caso prenderò il primo aereo. Domani pomeriggio. Mi costringo a rimandare tutto all'indomani, anche i pensieri.
Un giovane alto con la cravatta avanza verso l'auto con una radio e una cartella di pelle in mano. La radio, a tutto volume, trasmette un notiziario, mentre dietro a lui altri quattro ragazzi col berretto da baseball camminano saltellando. Si parte. Quello con la cravatta si mette accanto al finestrino e allunga al massimo l'antenna della radio. L'autista spinge a fatica quel cassone stracarico, per fortuna la strada è in discesa. Salta su al volo, lentamente, la macchina prende slancio e il motore si avvia. Mi chiedo come faccia al ritorno. Sento che in fondo tutto questo mi piace. Forse perché sono un provinciale, perciò amo questa terra, questa grande provincia del mondo, del nostro mondo.
La stazione di Lama-Kara è un grande piazzale pieno di chioschi affollati, che sputano musica assordante e uomini ubriachi di birra.
«Non ne avete di auto così in Europa. Eh?» dice quello con la cravatta per fare rimarcare la differenza tra lui e gli "altri". Lui è uno dei "nostri", ha capito. Sono le sette di sera. Sorrido e scappo in cerca di una coincidenza per Dapaong. «Nasara, nasara», così chiamano i bianchi in morè, la lingua dei Mossi del Burkina Faso.
«Nasara - mi aveva detto un amico - significa uno che fa cose incredibili, come volare sugli aerei, per esempio». Quel termine è un altro passo verso casa. Il pulmino è decisamente migliore. Si riempie in fretta e partiamo. Vogliono a tutti i costi che mi sieda davanti. Non voglio fare la parte del privilegiato, ma tutti sono concordi. Sento solo la parola nasara ripetuta che emerge dalla cantilena acuta del morè. Avevo chiesto a Saidou cosa significasse realmente baturè, come ci chiamano in Benin. «Vuol dire quelli che non lavorano, che fanno lavorare gli altri. E' una cosa che è troppo forte e grande per noi» aveva risposto.
Il benzinaio guarda con aria ebete. E' costretto a fare manovre assurde perché continua a tenere in mano una radio che non ascolta nemmeno tanto l'altoparlante gracchia . Lascia la pompa della benzina, costeggia il pulmino fino a quella dell'aria e si ferma, ancora inebetito, a guardare. Poi lentamente, con una mano sola inizia a svitare il tappino della ruota. Ho sonno e non riesco a far altro che memorizzare quella scena che mi sembra finta. Poi la strada fila liscia in mezzo alla foresta, resa grigia dai fari del pulmino. Mi sveglia la spinta della frenata che mi tira verso il parabrezza. Alcuni arbusti sparsi sulla strada segnalano che c'è un'auto in panne. Figure confuse si muovono nel buio, appena percettibili alla luce dei fari. Dopo una breve discussione l'autista accetta di caricare alcune donne con i bambini dietro pagamento. Mi sembra crudele, erano in panne. Cosa non è crudele qui? Ci si stringe in silenzio. Le teste ciondolano per il sonno e le curve. La strada è ottima e mi mette di buon umore.

Avevo deciso di lasciare Djougou e di rientrare a Ouagadogou al più presto. Lì ho degli amici. Posso telefonare e ricevere telefonate. Posso prendere un aereo e tornare immediatamente in Italia. Si trattava soprattutto di un fattore psicologico, lo sapevo benissimo. Ouagadogou era più vicina all'Italia solo nella mia mente. Era trecento chilometri più vicina. Trecento su tremilacinquecento. Quanto era distante il villaggio Tangba dall'Italia?
Il pulmino mi scarica in uno spiazzo triste appena fuori da quella che credo essere Dapaong. Lì c'è un albergo, una costruzione pretenziosa, finto tropicale, finto esotico, finto tutto. E' mezzanotte e due bianchi silenziosi e tristi siedono al bar guardando fissi nel loro liquore. E' caro, molto, ma non ho scelta e mi getto sul letto senza riuscire a leggere nemmeno una pagina del mio libro. Non è sonno, è la mente che continua a scivolare di lato. Alle sei sono in piedi ed esco senza neppure fare colazione. Mi rendo conto che si tratta di una fretta assurda. Guadagnare dieci, quindici minuti per poi attendere ore alla stazione. Eppure non riesco a farne a meno. Non riesco ad adattarmi al ritmo naturale delle cose. Anche se non posso, mi trovo a tentare di forzarle. Mi accorgo della vera natura della nostra cultura. Costringere le cose ad andare come vogliamo noi. Cosa farebbero loro al mio posto? Cerco di immaginarmelo mentre cammino carico di bagagli verso la stazione dei taxi brousse. Innanzitutto avrebbero meno bagagli di me. Poi aspetterebbero, come aspettano solitamente che tutto avvenga.

«Sei il primogenito? Allora è giusto che tu torni a casa, da tuo padre. Il primo figlio deve essere là se il padre muore». Questa era stata l'unica giustificazione alla mia idea di tornare. L'avevano detto senza emotività, quella sera al bar. Era solo un modo di rispettare la tradizione. Forse mi aspettavo più partecipazione o forse mi mancavano le solite frasi di circostanza che si dicono da noi. Rituali uguali a quelli che studiamo, cercando in giro per il mondo tutto ciò che ci sembra strano e affascinante. Rituali che facciamo solitamente senza pensarci, e tantomeno pensiamo possano essere tali, dei quali ora sentivo la mancanza. Non era indifferenza di fronte alla malattia e alla morte, era solo l'incapacità, da parte mia, di leggere il loro modo di esprimersi, di atteggiarsi davanti alla vita. In ogni caso in quel momento cercavo i miei codici e questo mi rendeva triste.

Ancora una stazione di taxi. Stavolta semivuota e silenziosa. Le colline, impregnate di verde, spiccano sull'azzurro del mattino. Nessuna pioggia sembra arrivare da est. «Ouagà? Ouagà? Si parte subito!».
Dopo un'ora manca solo un passeggero per riempire l'auto. Chiacchiero un po' con un maliano altissimo e robusto che parla bene l'inglese e si ostina voler parlare con me in quella lingua. Un altro maliano, con i tipici lineamenti da peul, siede all'ombra ascoltando le notizie alla radio. Un giovane nigeriano con un grosso registratore cerca di spiegare, in un francese stentato, quanto valgono le monete del suo paese all'autista. Il maliano che sa l'inglese lo guarda in silenzio e non accenna ad aiutarlo.
Il passeggero ci sarebbe. Un ragazzo allampanato con un sorriso fisso stampato sulla bocca. Ha con sé cinque sacchi enormi di non so cosa. Prima la discussione riguarda il prezzo da pagare per i bagagli. Poi il ragazzo dice di dover passare da Cinkansi, mentre l'autista vuole attraversare la frontiera in un altro posto perché la strada è migliore e ci sono meno controlli. La trattativa alterna momenti di discussione a lunghi silenzi nei quali il giovane guarda per terra mentre l'autista rosicchia il suo stuzzicadente con aria pensierosa.
«Non vuole capirlo - mi fa l'autista - di là è meglio. No?». Gli dico che per me fa lo stesso che non so neppure dove sia Cinkansi e tantomeno l'altro posto. Vorrei partire, partire. Si parte o no? Sì che si parte. L'autista scuote la testa incredulo della mia fretta. Certo che si parte.
Il maliano grosso ritorna e dice che c'è una vettura che va a Cinkansi, alla frontiera tra Togo e Benin: «Di là si trova subito un'occasione per Ouaga». Lui deve continuare per Bobo Dioulasso e quindi Bamako, mentre il Peul proseguirà per Douentza. L'auto è indescrivibile. Un furgoncino Peugeot che porta addosso i segni di mille battaglie contro la pioggia, le buche, i carichi troppo pesanti, la ruggine. Tutte perse. Si avvia goffamente, a passo d'uomo, verso l'uscita. Sempre a passo d'uomo raggiunge a fatica l'asfalto e si incammina senza aumentare la velocità. Siamo schiacciati, chiusi sotto il telo che risucchia tutto il gas di scarico. Il nigeriano attacca il registratore, mentre due donne e il peul iniziano una discussione sulla Liberia e sull'incapacità di Tylor a fare progredire il paese. «Bisogna essere precisi» continua a ripetere il peul ad ogni inizio di frase. Poi attacca sottolineando con le mani le sue parole, come se parlasse dalla sedia gestatoria. Serio, serissimo.
«No, no, non vuoi mica fare un paragone con Sankara? - l'uomo si guarda attorno con aria incredula, cerca consenso negli occhi degli altri, me compreso. - Sankara ce n'è stato uno solo. Nessuno è come lui. Nessuno».
«Io volevo dire ...».
«Mon ami, puoi dire quello che vuoi, ma non farmi paragoni con Sankara!».
«Dico che è diverso, la Liberia non è il Burkina. Sai come sono i burkinabè!» riprova il peul.
L'uomo scuote la testa con l'aria di chi ha capito che non c'è niente da fare. Poi alza lo sguardo e dice: «Sankara è stato un uomo. Sankara è stata la speranza per tutti noi. L'Africa ha perso il suo figlio migliore». Tutte le donne fanno segno di sì con la testa. E' vero. Il peul non azzarda più ribattere. La discussione è conclusa.
Ci fermiamo. L'autista è coinvolto in una discussione con due individui con un camice verde sbiadito. Capisco che non vuole pagare, ma non so cosa. «Sono del sindacato autisti. Dicono che ha caricato troppa gente e adesso deve pagare».
«Non sono mica poliziotti. Perché deve pagare?»
«Andiamo! Andiamo!»
Tutti i passeggeri ridono per la lentezza del veicolo che supera di poco quella delle donne che camminano lungo la strada con i loro carichi in testa. I campi di miglio, saturi di foglie verdi reclinate, scorrono lenti, quasi esasperanti. Altra fermata, questa volta è la gendarmeria. Troppa gente, deve ritornare indietro o pagare una multa. Le donne scendono dalla vettura e si mettono a discutere con i militari. Il capo le guarda silenzioso, masticando un bastoncino e sputando di lato. La cosa si appiana dopo una breve passeggiata dell'autista e del capo fuori dalla nostra vista. Sento nuovamente l'angoscia salire. Non riesco più ad accettare quelle continue interruzioni. Perché?
La mia formazione antropologica, la fede incrollabile nel rispetto delle culture diverse, si scontrano con la necessità. E quale è la vera necessità? Quella di sapere? Di poter catalogare i fatti e rimetterli nei nostri schemi? Non so se sto creandomi dei problemi per non pensare a questa interminabile marcia o se davvero vale la pena di rifletterci. In che mondo vivo? Mai come ora mi accorgo di quanto l'esistenza sia davvero fatta di percezioni.
Il nigeriano continua a mettere fino all'ossessione una delle canzoni più alla moda del momento. E' Alpha Blondy, che con il suo reggae ripete all'ossessione "wari banna, wari banna: i soldi sono finiti. Gli operai sono arrabbiati, perché sono mal pagati, i professori sono arrabbiati, perché non possono insegnare, gli studenti sono arrabbiati ..." e così via. Mi sono perso nei miei pensieri e solo adesso mi rendo conto che siamo arrivati a Cinkansi. Un'ora e mezza per fare ventiquattro chilometri.
Il piazzale è affollatissimo di auto e di persone. Sacchi pesantissimi, moto, tavoli, lamiere, tutto viene caricato sui furgoni pronti a partire appena pieni. Il mercato è pieno di donne burkinabè che fanno acquisti. In Togo i prezzi sono di un terzo inferiori a quelli del Burkina. I trasporti, la dogana, la mancanza di un porto, fanno lievitare enormemente i costi. Scivolando tra le maglie piuttosto larghe delle dogane locali le donne di Ouagadougou organizzano il loro petit commerce di stoffe, slip, magliette, peperoncini, carbone.
Anche questa volta per un attimo ho creduto al "si parte subito". Forse volevo crederci. Mi dava fiducia. Come mi fa sentire meglio lo stare appoggiato alla portiera del pulmino Volkswagen, quasi potessi forzarlo a partire. Sono le nove passate e il sole inizia a impantanare la piazza nella sua luce smorta e virulenta. Un cieco guidato da un bambino continua a girare attorno al pulmino con la sua ciotola tesa. Non ho moneta e ho fretta di partire. Sul pulmino ci sono già il nigeriano, che insiste con la sua cassetta, il peul e il maliano grosso, due donne togolesi e una ghaneana. Non riesco a sentire la gioia che di solito mi davano questi mercati vibranti di ritmo, di suoni, di colori. Niente, voglio partire.
«Come si fa a dire quanto ci vuole! E' una macchina, mica un aeroplano!». Il padrone della vettura, che tutti chiamano vieu sembra stupito della mia ingenuità. Chiedo a tutti quando arriveremo a Ouagà. So che non devo fidarmi, ma voglio credere che sia vero, che sarò là alle sei di sera. Il padrone è un vecchio con tre profonde cicatrici sul viso e un lungo vestito lacero e sporco. E' incattivito, cerca clienti, attacca briga con tutti per il prezzo da pagare. Arriva il giovane spilungone che doveva passare da Cinkansi a tutti i costi. Dice all'apprendista di caricare i suoi sacchi pesantissimi e parte per ulteriori acquisti. L'apprendista sta inzuppando di sudore la sua maglietta sporca di polvere. In piedi sul tetto del pulmino, schiaccia i bagagli per farne stare di più. Ormai il pulmino è pieno, ma niente lascia intendere che stia per partire.
Kaborè, l'autista, è vestito di bianco. Ha un'aria dolce, parla con una cadenza lenta. Ha l'aria di un uomo che sa sempre trovare una buona ragione per tutto.
«E la parte del rospo?» gli fa uno passando.
«E' sempre in basso». risponde Kaborè ridendo.
«Un telefono? A Bitou, appena dopo la frontiera, ce n'è uno». La notizia mi mette di buon umore. «Roba cinese - dice la donna accanto a me rigirando la lampada tra le mani - non va mica bene. Dopo un po' comincia a fumare. Di qui, vedi? Le cose dei cinesi non vanno mai bene». Mentre il pulmino giace sfinito sul piazzale i venditori ambulanti continuano a girare e ad infilare la loro merce dai finestrini. Le donne continuano ad acquistare roba: una tuta, una padella, due foulard, un cappello di velluto. Il peul è seduto in fondo a chiede consiglio alla donna che odia le lampade cinesi.
«Tu che te ne intendi, prendimi un foulard per mia moglie».
«Com'è, nera nera o un po' chiara?».
«Un po' chiara».
«Allora sta bene con uno nero» e prova il foulard sul braccio della donna accanto, che allatta il bambino. La ghaneana sta nell'angolo in fondo. Silenziosa.
Non ne posso più. Sono le undici. Continuo a chiedere al vieu quando si parte, ma lui si ostina a dire: «subito, subito». Poi si volta e scompare nella folla.
«Cerca ancora qualcuno, il vecchio, vuole farci stare ancora più stretti!». Il nigeriano ha guadagnato il posto accanto all'autista e rimane imperterrito ad ascoltare la sua cassetta. Dietro un altro giovane, attacca anche lui la sua radio. Tutto diventa incomprensibile.
«Fretta, fretta. Non mettere fretta alla gente. Non puoi mettere fretta a Dio!». L'autista mi rivolge lo sguardo in cerca di consenso. Lo guardo stupito, non so cosa dire, mentre il ragazzo che gli sta davanti, quello che ha fretta, ride e mi guarda come a dire: «E' scemo».
Le vendite attraverso i finestrini continuano. Matite, quaderni, magliette, cestini, vanno a riempire quei pochi buchi che sono rimasti liberi nel pulmino. Si direbbe una smentita della teoria dell'inpenetrabilità dei solidi. E' mezzogiorno: l'aiutante dell'autista cerca di sistemare un enorme quadro di Bob Marley che non vuole trovare posto sul tetto. Non so davvero a cosa pensare. Anche il peul ha acceso la sua radio e ascolta le notizie. Cado in uno stato di abbandono totale. Niente mi entra più nella testa. Né quei rumori ondulati di voci, intreccio di lingue dal ritmo saltellante. Né quegli odori di cose sconosciute, forti, secchi, impastati dal sole. Né quella musica che esce da altoparlanti squarciati e che rimbalza malamente sulle lamiere mal fissate.
All'una partiamo. Siamo in 17. Il solito pieno di benzina, trecento metri e siamo alla frontiera togolese. Diamo i passaporti e le carte d'identità al vieu che parte con i documenti stracciati del pulmino verso uno dei tanti edifici pubblici dell'Africa. Sono pressoché tutti uguali. Squadrati, poche finestre, sempre troppo grandi e troppo vuoti. Mi metto all'ombra sotto la tettoia, mentre le donne approfittano della sosta per altri acquisti. Un militare fa segno all'ambulante di avvicinarsi. Il giovane corre. Appesa al collo ha una cassetta di medicinali. Il militare inizia toccarli tutti, ne legge il nome, il dosaggio, la provenienza: «E' il Ghana che ci cura! Senza il Ghana saremmo tutti morti - dice ridendo - Cosa mi dai per la gola?».
Il ragazzo allunga tre bustine al militare che ne apre una e si mette a fare smorfie perché è amara. Infila una mano in tasca e dà 100 CFA al ragazzo: «Ma fanno cento franchi l'una!»
«Vai, vai, sono fin troppi!». Il ragazzo resta un attimo immobile a guardare il militare che ormai si è messo a chiacchierare con un collega. Poi si gira, triste e si allontana nel sole.
Altri trecento metri e raggiungiamo alla dogana burkinabe. E' l'una e mezza passata. La dogana ha chiuso. Riapre alle tre. Non c'è più rabbia, nessuna reazione. Accetto e basta. «Ognuno ha la filosofia delle proprie attitudini» aveva scritto Pavese, e forse anche delle proprie possibilità avrebbe dovuto aggiungere.
«E la parte del rospo?» fa un doganiere a Kaborè.
«E' sempre in basso».
Mentre cerco un posto all'ombra assisto ai dialoghi a mezza voce, agli sguardi circospetti che attraversano il piazzale. Le donne stanno decidendo quanto dichiarare alla dogana. Sull'altro lato della strada, sotto una tettoia in paglia, un vecchio dalla faccia dura attende sotto un cartello scritto a mano declarations. Si fa la coda, si pagano 100 CFA e si ottiene un biglietto scritto a mano con quanto si è dichiarato. All'apertura lo si mostrerà ai doganieri, sperando che ci credano, e si pagherà il dovuto. Il vieu fa la sceneggiata. Dice che lui non vuole rischiare, che è pericoloso. Probabilmente fa così tutte le volte. Vuole scucire qualcosa alle donne che però non sembrano mollare. Il quadro di Bob Marley è appoggiato al pulmino, capovolto.
«Sei sfortunato. Tu non hai merci da trasportare e sei capitato in una macchina di donne. Fanno perdere un sacco di tempo». Il peul si è seduto accanto a me e tiene la radio in mano. Spenta. Siamo all'ombra della dogana e di tanto in tanto un soffio fresco agita le creste del miglio. A pochi metri due ragazzine continuano a gettare nel pozzo i loro secchi fatti con le camere d'aria per poi tirarli su a fatica. Vorrei addormentarmi, ma non mi riesce. Mi torna in mente il villaggio. Là i tempi lunghi non mi infastidivano, anzi, nemmeno mi parevano lunghi. Eppure non riesco ad odiare davvero questa terra. Penso a Gigi, a Marina, ad Alberto, a tutti quelli che vivono qui, che bestemmiano, si incazzano, criticano eppure restano e non odiano.
Chi ama l'Africa? Quelli che si cercano lontani da se stessi? L'Africa incarna i nostri bisogni insoddisfatti, il nostro bisogno di avere una terra sotto le scarpe al posto dell'asfalto. Non so se chi scappa è più immaturo. Sicuramente è più sincero di chi resta. O forse non è vero nemmeno questo. Una fede, ecco cosa ci vorrebbe. Chissà come sta mio padre. Forse non è così grave. Forse sono io a esagerare. Qui tutto sembra più difficile, almeno a noi.
Un militare apre lentamente il lucchetto della porta. La gente si accalca con i foglietti in mano e con qualche CFA, pronto ad allungarli al doganiere. E' una farsa mal recitata. I doganieri, fino ad un istante prima scherzavano con tutti. Ora entrano nel loro ruolo da duri. Occhi fissi sulla gente per metterla in soggezione. Lunghe pause silenziose con le dichiarazioni in mano per intimorire chi sta loro di fronte. Qualcuno si spaventa e corre alla tettoia delle dichiarazioni per aggiungere un sacco o due: altri 100 CFA.
Il piazzale della dogana è arroventato dal sole aquest'ora. Kaborè va a lavarsi le mani, come sempre quando c'è una sosta, poi entra allegramente nell'ufficio della dogana.
«E la parte del rospo?» si sente gridare dall'interno.
«E' sempre in basso!» risponde ridendo Kaborè, con quella sua voce dolce.
Ci sono dei pacchi da caricare. Scatoloni male imballati, provenienti dalla Cina. Tre Nigeriani iniziano a contrattare con Kaborè. Si tratta di radio e registratori cinesi, da vendere a Ouagadougou.
«Diecimila CFA? E' troppo, autista!»
«E' il suo prezzo!»
«Cinquemila, va bene?»
«Ho detto diecimila, se no me ne vado» fa Kaborè, senza però alzarsi dagli scatoloni. Gli altri capiscono che c'è ancora un margine di trattativa e rilanciano. Alla fine si accordano su ottomila. Kaborè si alza e fa segno all'apprendista di slegare il carico, per far posto ai pacchi. Intanto i tre Nigeriani hanno iniziato un'altra discussione con i ragazzi che devono caricare gli scatoloni sul tetto del pulmino.
«Mille!»
«Cinquecento è già troppo!»
«Mille o niente» e se ne stanno fermi davanti agli scatoloni, mentre l'apprendista cuoce sotto il sole, in piedi sul tetto del pulmino. I Nigeriani iniziano a imprecare, fanno scene di disperazione, poi finalmente il carico viene sistemato sul portapacchi.
Un ufficiale sta sgridando una ragazza che non ha i documenti: «Come si fa a girare così? Dovevi venire a dirmelo. Hai paura? Le autorità non sono mica dei leoni! Non mangiano la gente». Vieni qui e ne parliamo. La ragazza resta in silenzio appoggiata al muro, con gli occhi bassi. «Traducile quello che ho detto» fa a una donna grassa, seduta sui suoi pacchi.
«Buongiorno signore, come va?»
«Bene gli rispondo»
«Arrivate da dove?»
«Benin»
«Ah, ma è meglio il Burkina, vero?»
Gli rispondo di sì e lui ride contento, stringendomi la mano.
Dopo la dogana c'è un altro controllo. Non so cosa sia e non voglio saperlo. Il vieu riparte con il suo malloppo di documenti sfrangiati. Ci sono problemi con la ghaneana. Le manca un qualche documento e il gendarme non vuole lasciarla passare.
«Vuole 1200 CFA e lei ne ha solo 500».
«Lasciamola qui!».
«Chi se ne frega!».
«E' una ghaneana - fa un altro, sa bene lei come cavarsela!»e tutti scoppiano a ridere. In Burkina «ghaneana»equivale a prostituta. La maggior parte delle ragazze che fanno questo mestiere a Ouagà sono togolesi o ghaneane.
Vedo un'auto nuovissima con due signori eleganti a bordo. Hanno l'aria di uomini di affari, con le loro ventiquattrore appoggiate sul sedile. Mi avvicino per chiedere un passaggio. L'uomo alla destra fa scorrere il suo sguardo dalla testa ai piedi. Per la prima volta penso al mio aspetto tutt'altro che piacevole. Sono impolverato e impastato di terra rossa. La camicia ha assunto una tinta strana, sfumata, del tutto diversa dall'originale. Niente di peggio che un bianco male in arnese, soprattutto per gli africani che hanno raggiunto una certa posizione. Hanno salito a fatica la scala dei nostri valori e non possono tollerare che proprio noi, dopo averli imposti, li si tradisca così. Comunque non vanno a Ouagà.
Le trattative vengono interrotte per l'arrivo di un altro pulmino. Il vieu e la ghaneana si fanno da parte e lasciano scorrere la coda. Così come continua a scorrere il tempo attorno a quella terra rossa macchiata di verde, appena accarezzata dal vento. Mi siedo accanto a Kaborè e quasi mi dispiace rifiutare la sigaretta che mi offre.
«Cos'è la storia del rospo?
«Tutti mi chiamano così - dice - la parte del rospo. Perché quando Dio ha creato il mondo, ha dato una parte a ttti. Al rospo è capitata quella in basso. Lui non può mica salire! Per questo tutto quello che Dio mi manda, io sono qui per riceverlo. Non devo cercare di fare più di quel che posso. Sono come il rospo, devo stare in basso». Guardo gli adesivi sul cruscotto, sbiaditi dal sole e resi opachi dalla polvere: "la santé avant tout", "l'homme propose Dieu dispose", "la suffrance est un conseil". La strada scorre lenta e il pulmino ondeggia sotto il pesante carico.
La polvere inizia ad arrossargli capelli.
«Come sei venuto dall'Europa?».
«In aereo».
«Ma è vero che l'aereo, quando vola, trova dei buchi, come quelli sulle piste?».
«Sì».
«Me l'avevano detto, ma non ci credevo» dice tirando la sigaretta fino quasi a bruciarsi le dita. Il gendarme si è accontentato dei 500 CFA e si risale. Manca una donna. La vediamo lontana, in fondo alla strada. E' tornata verso le bancarelle per comperare ancora qualcosa.
«Sempre le donne!»fa il peul mentre tutti si scagliano contro il vieu che ha troppa pazienza e aspetta tutti. Questo assume l'aria di chi è responsabile dei suoi passeggeri e deve prendersi cura di loro, mentre un ragazzo parte di corsa per far ritornare la donna.
«Adesso c'è ancora la polizia, poi si viaggia». E siamo ancora fermi sotto il sole che comincia a essere un po' stanco.
Sarà grave? Non sembrava dalla voce di mia madre. Speriamo. Potessi almeno telefonare. Siamo al controllo di polizia burkinabe, un cubo di cemento scrostato gonfio di umidità. Sul muro sporco si intravvedono numeri di telefono mal scritti e mezzi cancellati. Il poliziotto è grande e grosso, con gli occhiali scuri, un'aria da duro. Ha visto il mio passaporto e mi ha fatto cenno di mettermi di lato, senza neppure alzare gli occhi, con l'espressione supponente di chi sa di avere la tua vita in pugno. Gli altri passeggeri sfilano davanti a lui quasi sull'attenti e si ritirano con la carta d'identità tra le mani e accennando un leggero inchino. Solo le donne non sembrano farsi intimorire dalla divisa.
«Così non va bene, monsieur!». La voce tesa e arrogante del militare mi scuote da quel torpore nel quale ero caduto osservando l'orizzonte lontano interrotto dalle colline.
«Non va bene, non va bene».
«Cosa?».
«Non si mettono le mani sul tavolo!» dice, sempre senza guardare, con voce di chi dà ordini. Non mi ero neppure accorto di essermi appoggiato a quel tavolino sgangherato sotto la tettoia.
«Quale è la sua professione?» continua con tono militare.
«Professore» mento guardando di nuovo l'orizzonte, come per restituirgli la scortesia.
«Di cosa?» e stavolta mi guarda.
«Storia» continuo a mentire senza guardarlo. Avrei voglia di mandarlo al diavolo, lui e tutti quelli come lui che si comportano da arroganti con tutta quella povera gente che sta viaggiando per sopravvivere. Urlargli in faccia quale specie di parassiti siano lui e i suoi compari che non fanno altro che mantenere con la forza quella fetta di potere che gli viene dalla divisa. Scuoto la testa più per scaricare la rabbia che per convinzione. Non faccio nessuno sforzo per cercare di capire e di capirli. In questo momento odio quel militare e non perché mi ha sgridato.
Il suo superiore sta sdraiato all'ombra di una tettoia e non accenna a muoversi. Finito di scrivere il militare restituisce a Kaborè i suoi documenti e si avvicina al pulmino.
«Cosa c'è in quello scatolone?».
«Lampade».
«Fa vedere. E in quello?».
«Radio».
«Piccole o grandi?».
«Piccole».
«Quante?».
«Venti».
«Che marca?».
«Nippon».
«Scendilo giù».
L'apprendista slega il carico e inizia a calare gli scatoloni. l doganiere fa aprire i pacchi e controlla le scatole all'interno. Prende una radio cinese in mano, la guarda e la riguarda, poi la appoggia sullo scatolone.
Il suo superiore arriva mentre sta guardando un radioregistratore. «Hai controllato i documenti di questi signori?». Fa con tono professionale, mentre gli toglie di mano il radioregistratore.
«Sissignore».
«Vieni con me. Prendi la scatola dice a un Nigeriano».
Si allontanano verso l'albero dove sono posteggiate le moto e dopo qualche minuto il Nigeriano ritorna con la scatola in mano. La schiaccia per farmi vedere che è vuota e mi fa un'espressione di rassegnazione.
L'ufficiale ritorna a guardare nel pulmino e chiama Kaborè: «Hai cento litri di benzina, non lo sai che puoi portarne solo cinquanta?».
«Un bidone è vuoto signore».
«Apri».
L'apprendista scende dal tetto e inizia a slegare la corda che chiude il portellone posteriore. Nel frattempo arriva un pulmino nella direzione opposta. L'ufficiale intravvede una possibilità migliore e si avvicina alla nuova auto. «Va bene, per questa volta vai» dice a Kaborè che ha ormai dimenticato.
Il militare grosso intanto sta sgridando gli altri due: «Volete prendermi in giro? Avete detto che in questo scatolone c'erano le Nippon e invece sono Trident. Le Nippon sono nell'altro!».
«Ci siamo sbagliati. Chiediamo scusa per questo».
«Bisogna essere precisi! Vieni».
Vanno dietro al pulmino e ne scorgo solo i gesti rapidi delle mani. Il militare scuote ancora la testa. Ancora un passaggio di mani e di banconote sporche e spiegazzate, metre Kaborè mi guarda sorridendo, con lo sguardo di chi sa come va la vita.
«Nasara, hai mille franchi?» mi fa una donna dal pulmino.
«Perché?».
«Se non arriviamo per le sette alla sbarra di Bitou chiudono e allora o si paga o si sta lì tutta la notte».
«Dì al vieu di pagare lui, così impara farci perdere tanto tempo».
«Il nasara non deve pagare. Lui non fa mica il commercio. Voi donne dovete pagare!». Lo spettro di restare fermi tutta la notte si aggiunge a tutti gli altri. Le radio continuano i loro cammino, ognuna per conto suo, incrociandosi sulle teste dei passeggeri. Dalla cassetta del Nigeriano esce un reggae monotono che ripete "science sans conscience...".
Quella che era una strada asfaltata si è trasformata in un inferno. Buche enormi che si aprono a destra e a sinistra. L'autista guida piano, quasi si ferma per fare entrare le ruote nelle buche e poi piano piano ne esce. Il pulmino è stracarico e il bagagliaio manda rumori sinistri. La strada affonda lentamente nella penombra della sera. Lontano, al fondo del cielo, i lampi rivelano i contorni morbidi delle grandi nuvole nere.
A Bitou telefonerò a casa. Questo mi fa sentire meglio. Potrebbe anche essere peggio. In ogni caso devo sapere come sta mio padre. Mi accorgo di come la tecnologia ha condizionato i nostri sentimenti. La facilità di comunicazione ci ha reso più dipendenti dagli altri. Comunicare è diventato una necessità. L'abbiamo interiorizzata al punto di trasformarla in un bisogno fisiologico. Ci è impossibile rimanere isolati. Non sapere cosa succede ci spaventa.
«Cristo, Cristo, come cazzo si fa!».
Attaccato alla sigaretta quasi fino a strapparla per il nervoso, un signore dal volto abbrustolito dal sole va avanti e indietro nella luce fioca della dogana di Bitou. Il suo compagno, un uomo grasso con i capelli bianchi e unti che scendono sul collo è davanti al tavolo del doganiere e si capisce che qualcosa non va.
«Italiano?» dico, conscio della banalità della domanda.
«Ooh, piacere - e dice un nome che non capisco - E' impossibile, guarda è impossibile. Ho fatto tanti anni di Africa, ma questo è un paese maledetto. Maledetto». In questi incontri si stabilisce subito un senso d'intesa che accomuna gli occidentali in Africa. Si sa già di cosa parlare e cosa dire. Ovviamente crede che la pensi come lui. Ha un forte accento veneto: «Stiamo facendo una diga e la strada, ma questi non meritano niente. Niente bisogna dargli» e si accende un'altra sigaretta. Non vanno a Ouagadogou e mi sembrano davvero dispiaciuti di non potermi aiutare: «Ma se ti serve qualcosa ...». Arriva il grasso e si passa la mano nei capelli: «Rompono i coglioni perché ci sono quelli del Togo che fanno commercio e allora rompono i coglioni a tutti. Ce l'hanno su con la birra!» dice al suo amico.
«E' un italiano».
«Ah, piacere. Sono dei selvaggi. La vedi quella là? - e indica una ragazza alta, vestita elegantemente, appoggiata al Toyota metallizzato - quella troia là è un anno e mezzo che sta con me e ancora rompe i coglioni».
«Dai, lascia stare. Devi anche rispettarla un po' - dice il veneto guardandomi come per dire - Lui esagera», ma non insiste più di tanto.
«Tagliargli la gola, ecco cosa bisogna fare. Quello là - e indica il doganiere - lo vedi? Aspetta che gli molli 5000 CFA, altro che tutti i suoi discorsi sui controlli giusti, sulla legge!». Ha una voce strascicata, come da ubriaco e gli occhi lucidi un po' persi nel vuoto.
La gente del pulmino si è seduta sul muretto in cemento mentre il vieu si agita con i suoi documenti per fare fretta al doganiere che con la pila in mano controlla le dichiarazioni. Mancano dieci minuti alle sette e tutti aspettano il verdetto. La penombra che avvolge il posto di dogana la rende ancora più spettrale e tetra o forse è solo la negazione della nostra abitudine ad illuminare tutto.
Si passa. Un brivido di sollievo attraversa il pulmino e i sorrisi tornano sulla bocca di tutti. Il peul attacca la radio e ascolta un qualche notiziario in lingua morè.
«Parla dallo spazio!» dice indicando la radio da cui esce la voce un po' opaca di un astronauta francese. «Dallo spazio!» sottolinea sgranando gli occhi per l'eccezionalità della cosa. Mi rendo conto quasi d'improvviso di quanto sia straordinaria la cosa. Di quanto la valanga di tecnologia abbia annullato la nostra capacità di stupirci. E' incredibile davvero e la spiegazione scientifica non dovrebbe togliere fascino alla cosa. Mi viene in mente mia bisnonna: dopo novant'anni passati in montagna, si trasferì dalla figlia in città, quando le forze non la sorreggevano più. Stava ore a guardare la televisione: «C'erano Matilde e Felicita oggi» diceva. Ritrovava nello schermo tutti i personaggi del suo paese, un mondo dove tutti si conoscono. I calciatori per lei erano bambini, perché avevano i pantaloncini corti e giocavano. Riduceva tutto a sua misura, ma nonostante questo si stupiva di vedere il suo mondo in quella scatola luminosa. Si stupiva. La nostra abitudine a tutto invece ci segna e ci toglie la capacità di reagire. Tutto è ormai normale, tutto.
Anche gli italiani hanno risolto il loro problema e stanno per partire. Il grasso apostrofa la ragazza che fa l'offesa. «Vedi che è una troia? Te l'avevo detto. Un anno e mezzo che ...».
«Dai, dai, andiamo. Buona fortuna e auguri per tuo padre!».
Percorro la via centrale di Bitou illuminata solo dalle lampade a petrolio delle bancarelle. Il posto telefonico è chiuso. Bestemmio dentro di me e quasi mi metto a piangere. Niente, niente da fare. La rassegnazione cerca di prendere il sopravvento, ma c'è qualcosa dentro che si oppone, questa incapacità a perdere tipica di chi sa che i problemi si risolvono, sempre. Di chi non vuole accettare che qui non è così. Guardo in alto il cielo, non disturbato da quelle piccole fiammelle cinesi. Dalla Cina fino a qui, a illuminare una piccola tettoia dove si cucina il to, la polenta di miglio che accompagna per tutta la vita la maggior parte dei Burkinabé.
E' di sera che il mistero dell'Africa si fa più fitto per noi, abituati al nostro mondo di luce, privo di angoli oscuri. Le strade si inzuppano di buio. I visi e le persone diventano sfumature, macchie scure che costringono a strizzare gli occhi per essere viste. In questa pasta scura, bucata solamente dalle fiammelle delle lampade a petrolio tutto si rivela per quello che è: un mondo sconosciuto. Mi siedo su di un secchio rovesciato mentre un bambino mi viene accanto e mi prende la mano. Resta così, in silenzio, senza neppure rispondere al mio sorriso. Ancora una volta la morsa dell'angoscia si allenta. L'indomani mi sembra più vicino, forse arriveremo nella notte. «Dipende - dice un camionista - la strada è brutta fino a Koupela. Dipende ci si può mettere tre ore, oppure otto. Come si fa a saperlo!».
L'Africa è un'attesa, ti dà sempre l'occasione di aspettare qualcosa; la grande emozione di un'esistenza precaria. Il peul e alcune delle donne del pulmino hanno iniziato a discutere.
«No, non è giusto. I marabout mandano i bambini a chiedere l'elemosina e poi si fanno dare i soldi. Ti sembra giusto? Dimmi!».
«E' il Corano che dice così»si difende il peul.
«I bambini non devono chiedere l'elemosina e se lavorano devono aiutare la famiglia».
«Ma non puoi dire che l'Islam è cattivo».
«Non dico che l'Islam è cattivo. Sono i marabout che sono cattivi!».
Dentro di me do ragione alla donna. Penso a tutti quei bambini che stanno tutto il giorno ai semafori di Ouagà, sotto un sole che sembra non aver nessuna pietà di Maometto e dei suoi seguaci. Tutto il giorno ad elemosinare qualche CFA dagli automobilisti. Si affacciano al finestrino con la loro lattina vuota e guardano con gli occhi supplicanti inventando ogni giorno una storia triste diversa. Davanti all'indifferenza dell'automobilista assumono un'aria arrabbiata e dicono:«Questa volta va bene così, ma la prossima sono 100 CFA!».
I due hanno smesso di discutere mentre il mio bambino continua a rimanere immobile guardando in basso. La sua manina dentro la mia. Restiamo fermi un'ora. Poi si riparte. Il pulmino scivola lento tra quegli aloni di luce appena accennati e si rituffa nel buio. Appena fuori si ferma. Tutti scendono e si scaricano i bagagli.
«Cosa succede?».
«Bisogna riparare il portapacchi, si è rotto».
Non voglio. Non voglio che mi entri in testa l'idea che si poteva fare in quell'ora in cui siamo stati fermi a Bitou. Lascio scivolare via ogni considerazione. Sono diventato refrattario ad ogni forma di giudizio. Gli altri si sono seduti su di un tronco, in silenzio. Il quadro di Bob Marley ha un piccolo strappo sulla guancia ed è pieno di polvere, come tutto. I due giovani che stanno riparando il portapacchi iniziano a litigare. Non capisco una parola, ma le posizioni sono chiare. Il più grande dice che non bisogna battere in quel modo. L'altro si offende:«Che lo faccia lui, allora!».
«Non litigate tra di voi» fa il peul, mentre ascolta l'ennesimo notiziario che ripete sempre le stesse informazioni. La lite va avanti per una ventina di minuti. Poi il più grande indica il pezzo da riparare allargando le braccia e, in francese, esclama: «Dai, non vedi che la gente qui ha fretta!».
Mi siedo accanto al peul e mi metto a chiacchierare con lui.
«Sempre i tuareg! Voi europei chiedete sempre di loro. Vi piacciono, vero?». Cerco di spiegare che sono più conosciuti, che se ne parla di più. In realtà ha ragione. L'immagine del Tuareg colpisce il nostro immaginario. Lo accettiamo molto di più di quanto possiamo accettare un nero. Il Tuareg è esotico. Il volto coperto dallo chech, il lungo turbante blu indaco, tormentato da mille pieghe, il suo mondo di sabbia, la fierezza del predone, irriducibile a tutti i tentativi di costringerlo ad una vita diversa. Mitizziamo facilmente chi vuole rimanere diverso da noi, solo a patto che lo faccia secondo i nostri canoni e in un luogo abbastanza lontano da non darci fastidio.
Capisco il suo disappunto: «Sono dei criminali. Vengono nei nostri villaggi, ammazzano donne e bambini. Se trovano un pastore nella savana lo uccidono e portano via tutti gli animali. Selvaggi. Con loro ci sono sempre problemi». Per non so più quale volta risaliamo sul pulmino. Devo aspettare che si siedano le donne accanto a me e poi incastrarmi tra la donna col vestito azzurro e la portiera. Nonostante i salti riesco a cadere in quello che mi sembra solamente un dormiveglia, ma che in realtà è proprio sonno.
Un sobbalzo più forte del solito mi sveglia facendomi battere la testa contro il vetro laterale. Il pulmino è mezzo insabbiato e il rumore del motore è alle stelle mentre le ruote lisce tentano invano di mordere quella polvere. Due o tre retromarce e il veicolo si sblocca. Vedo nel buio la sagoma ingobbita di un camion completamente insabbiato fino alle ruote. Lo aggiriamo lentamente ondeggiando sul terreno molle, seguiti da un folto gruppo di ragazzini pronti a dare una spinta. Un urlo accompagna il rumore del motore che riprende la sua spinta per ripartire. L'autista si ferma. Il veicolo viene circondato. Il vieu scende arrabbiato e inizia ad urlare. Nell'abitacolo si sono svegliati tutti e iniziano a discutere.
«Hanno ragione i bambini!».
«Cosa è successo?».
«I bambini hanno riempito con le pietre i buchi per fare passare le auto e adesso chiedono 200 CFA. Hanno ragione».
«E' il vecchio che è spilorcio!».
«E dagli 'sti soldi !».
I bambini sono aggressivi. Solo le donne li difendono. Quei bambini, schiacciati da una società per la quale non sono altro che una promessa, devono strappare ogni giorno un piccolo pezzo della loro futura esistenza. Non so come finisce la disputa e mi rimetto a dormire. Cerco solo di non pensare a casa, ma mi è difficile. La stanchezza non è abbastanza per farmi crollare dal sonno. Il pulmino riprende a sobbalzare per poche centinaia di metri, poi ancora fermi. Preso dalla scena non mi sono nemmeno accorto che le radio hanno smesso di suonare. Anche quella del peul. Due camion si sono fermati in mezzo alla strada bloccandola completamente. Non si capisce il perché.
«Fanno così» è la sola risposta. Sono anche l'unico a chiedersi il perché, a volere una risposta a ogni costo. La mia risposta. Forse loro hanno già risposto a tutto ciò che succede. O forse no, ma nemmeno noi. Uno dei due camion accenna a muoversi.
«Dai, passa adesso, adesso! - grida il peul all'autista che tentenna - se non passi ora, non passerai mai più!». Ci infiliamo tra i due camion, immobili nella notte e ci troviamo nuovamente nel buio. Mi costringo a dormire per non stare male. Ho le mani, la bocca, i capelli, tutto impastato di polvere che scricchiola tra i denti. Sul pulmino dormono tutti. All'orizzonte si vedono alcune luci, ma non voglio chiedere di che città per non sentirmi dire che siamo ancora tanto lontani.
La mancanza di salti mi sveglia. Siamo sull'asfalto. Koupela? No. Siamo solamente a Tenkodogo. Ci si ferma davanti ad un banchetto aperto nel cuore della notte. Prepara caffè e latte condensato con pane. L'autista mangia qualcosa. Il Nigeriano e altri due ragazzi si sdraiano sull'asfalto addormentandosi. E' mezzanotte e ho una gran sete. Mi accorgo che quasi non penso più a casa. Il viaggio è diventato tutta la mia esistenza. Chiedo una Coca. Più avanti c'è un bar: «...ma è lontano. Ci fermiamo con il pulmino».
Ripartiamo attraverso un paese sprofondato nel buio. Dalle fessure delle porte in lamiera filtra di tanto in tanto la luce rossastra di una lampada a petrolio. Sottile, appena percettibile. Dopo un paio di chilometri arriviamo al bar. Straborda di musica e di ragazze che mi invitano a ballare. Le proposte sono esplicite, così come le confezioni di preservativi "Prudence" esposti sul tavolo. La Coca è calda e ne lascio metà ad una ragazza che ringrazia, anche se forse si aspettava qualcosa di più. Mentre ritorno lentamente al pulmino mi accorgo che sono tutti sopra. La sosta è stata fatta solo per me. Mi fa piacere questa gentilezza.
«Nasàra hai bevuto la tua Coca?». Non capisco se c'è un po' di ironia dietro a quelle parole o se è solo un modo di coinvolgermi nella discussione generale. Le buche annunciano che la tregua è finita e per Koupela ci sono ancora centoventi chilometri. Ormai sono rassegnato a tutto, non faccio più calcoli, niente. Mi convinco che in fondo va bene, qualunque cosa accada potrò telefonare. Prima di addormentarmi penso a quanto è cambiato il mio atteggiamento nel giro di poche ore. Tante per un viaggio così, ma poche per cambiare modo di pensare. Ci si adatta davvero a tutto e in fretta. L'impotenza ha trasformato il mio atteggiamento aggressivo nei confronti della realtà, lo ha ammorbidito, plasmato, adattato alle forme di quella terra sepolta da un buio che adesso neppure i lampi riescono a strappare.
Koupela è una curva a sinistra, un sobbalzo duro che immette sull'asfalto. Tutti si svegliano. Il peul era già con gli occhi aperti e sentiva il notiziario a basso volume. L'autista si ferma e scende dal pulmino. Sono le due e mezza e abbiamo poca benzina. Il vieu è stupito, si sente tradito. Dice a tutti: «Avete visto, no? Ottomila CFA. Ce l'ha sempre fatta. E' incredibile!». Kaborè sorride con il suo sguardo dolce, la barba rossa di polvere: «Io ve lo avevo detto che consumavamo di più ...». La strada sterrata lo ha costretto a viaggiare con le marce basse e questo ha fatto salire i consumi. Mi sdraio sull'asfalto e mi addormento come gli altri nel silenzio della città.
Mi sveglia la donna con il vestito azzurro. Si parte. Non so quanto ho dormito. Hanno trovato la casa del benzinaio e lo hanno svegliato. Kaborè sta versando nel serbatoio una tanichetta da cinque litri, non di più. La prossima fermata non si fa attendere molto. Un segnale "douane" messo in mezzo alla strada, sorretto da alcune pietre e appena visibile alla luce dei deboli fari del pulmino. Il doganiere non si muove dalla sua moto che ha posteggiato a una ventina di metri dalla strada. Kaborè, con la pazienza dell'uomo religioso, prende il suo fascio di documenti e si avvia nel buio. La pila del doganiere ferisce per un attimo la notte, poi scompare. Dopo un po' arriva, imbacuccato con un passamontagna e la pila in mano. Mi accorgo che anche gli altri passeggeri hanno indossato abiti pesanti. La frescura è l'unica cosa piacevole. Il doganiere inizia ad aprire le borse, poi fa segno di scaricare tutti i bagagli. Nessuno protesta. Tutti scuotono la testa nel buio, qualcuno dice piano: «Vuole dei soldi».
«Da voi non ci sono le dogane?» chiede il maliano.
«Alle frontiere, non dentro il paese». Mi guarda un po' scettico, ma non dice nulla. I confini in questi paesi sono superabili in mille posti diversi. Il terreno è pianeggiante, ogni punto è buono. Gli unici controlli possibili sono quelli casuali, lungo le strade. Il doganiere continua ad illuminare sacchi, borse e dichiarazioni alla luce della pila. Sembra una scena da film dell'orrore. La pila scorre di nuovo sui pacchi dei nigeriani.
«Avete la licenza di commercio?». I tre restano in silenzio.
«Ce l'avete o no?». Silenzio.
«Persino quelli che vendono i polli hanno una licenza, qui in Burkina! E voi che volete vendere radio! Sono 2000 CFA a testa di contravvenzione per mancanza di licenza. Venite!». Il doganiere si allontana nella brousse e raggiunge la sua moto con i documenti dei commercianti. I tre restano fermi. Uno scende dal pulmino: «Wait, wait!» gli fanno gli altri due.
Il doganiere, perso nel buio della notte, siede ora sulla sua moto con la pila in mano. Legge e rilegge i documenti dei Nigeriani. Si vede benissimo che non gliene frega nulla, ma continua a sfogliare quelle carte ostentando un'attenzione esagerata e scuotendo la testa. Uno dei Nigeriani, il più grosso, continua a fare la spola tra la moto e il pulmino. Parla con gli altri due, vanno davanti al fanale giallo acceso, contano qualche banconota, poi il grosso riparte.
«Ladri! Ladri!» imprecano i due Nigeriani metà in inglese, metà in francese. Nella foga delle imprecazioni douanier e customer, car e voiture si mischiano rapidamente.
«Prima che arrivassimo noi, qui una radio costava 25.000 CFA, adesso, grazie a noi, potrebbe costare 5000, ma questi ti prendono tutti i soldi per strada!».
Discuto un po' con loro, dandogli ragione. Quella gente è pagata dallo stato, con i soldi dei cittadini, per poi rubare soldi a quegli stessi cittadini.
I bagagli vengono ricaricati a fatica e si riparte. La prima luce sembra una macchia di latte nel tè. Sporca, grigia, lenta. La strada piano piano riprende i suoi contorni persi nel buio della notte. La campagna è secca, arida. La pioggia è in ritardo e le macchie rossastre tra le piante segnano l'ingresso nel Sahel.
Un puntino nero corre come un matto nella piana arida. Kaboré rallenta e il bambino raggiunge la strada con il fiatone, mentre il sudore inizia a colargli sulle narici. Si avvicina al finestrino e parla in morè con l'autista, prendendo fiato a ogni frase. Nel pulmino stanno tutti in silenzio. Kaborè prende dalla tasca 200 CFA e li dà al bambino, poi ingrana la marcia.
«E' il mio figlio più piccolo - dice - è qui, perché va alla scuola coranica». Lontano la macchiolina nera riattraversa la piana senza correre, in direzione di un piccolo villaggio grigio.
Il motore inizia a strappare e a singhiozzare. Si smonta il filtro pieno di polvere rossa. Tutti si sdraiano abbattuti dalla stanchezza. Forse sono troppe ore anche per loro. Il peul si allontana nella brousse e inizia a pregare. Il vieu cade addormentato sull'asfalto. Distrutto. Sono diciotto ore che siamo partiti. Si riparte, piano piano. Dal finestrino scorrono lenti i villaggi dei contadini Mossi. Piccoli recinti con i granai in paglia, sospesi. Forme arrotondate, come disegnate da mani infantili. Le pozze sono asciutte. Nemmeno quest'anno gli déi hanno graziato la terra.
Inizio a pensare a Ouagà. Devo andare a casa di Gigi a lasciare i bagagli, poi subito a telefonare. Comincio a ripercorrere le strade gonfie di motorini scarburati, di taxi rattoppati, di biciclette cinesi. Mi accorgo che mi piace. Mi sono affezionato a questa brutta città. Mi ci sono attaccato perché ci sono amici simpatici e perché adesso ne ho bisogno. Dietro ad ogni collina spero di vedere i palazzi della capitale. Cerco di riconoscere nei vilaggi lungo la strada e nei loro nomi i nomi visti all'andata. Mi convinco che questo era vicino alla città, sì, me lo ricordo, ma ogni collina non fa che nasconderne un'altra uguale.
Poi le bancarelle lungo la strada si fanno più fitte. Aumentano anche gli edifici in muratura. Si ha la chiara sensazione che la città sia vicina. La radio del nigeriano ha ricominciato a suonare. Il peul e il maliano si spiegano a vicenda quali coincidenze prenderanno. Il pulmino si ravviva anche se procede penosamente con il motore che strappa. Fermiamo per fare scendere due donne e i loro voluminosi carichi. Il viso di Bob Marley è sempre più malconcio e inumidito dalla rugiada impastata di polvere.
Il pulmino non parte più. La benzina è finita. La vicinanza della città mi ha dato nuove energie e non riesco più a rassegnarmi. No, non può essere. Un ragazzino con la solita tanica da cinque litri prende una bicicletta e dopo una mezz'ora torna con la benzina. Il motore è però a secco e occorre spingere il pulmino per metterlo in moto. Ancora una collina e Ouagà appare al fondo della piana. Tutte le radio sono accese. Il giorno è ricominciato.
«La dogana» dice Kaborè con l'aria di chi sa come va il mondo. Il suo abito impolverato ondeggia appena sul piazzale, mentre si dirige verso i doganieri. Taxi brousse che arrivano, altri partono, tutti che scaricano e ricaricano. Nuvole di bambini con vassoi di frittelle, banane, pagnotte, dolcini attorniano i pulmini in sosta.
Kaborè se la cava in fretta, proabilmente conosce il doganiere. Risale e imbocca il vialone alberato che porta in città. Gli chiedo se può fermare davanti all'ONATEL, la società dei telefoni. Mi guarda un po' stranito: cosa possono cambiare dieci minuti di differenza? Non posso andarci dopo. No. Sono stato riposseduto dal demone occidentale dell'ansia.
Salto giù al volo, indifferente al fatto che tutti devono aspettarmi sul pulmino. A casa va tutto bene: non è una cosa grave. Esco dal fresco della sala dei telefoni quasi correndo. Alcuni handicappati elemosinano con il loro barattolo sulla gradinata. Il posteggiatore continua ad allineare i motorini con precisione maniacale. Kaborè è in piedi davanti al pulmino: con quel vestito lungo sembra un airone impolverato.
«E la parte del rospo?» mi dice sorridendo.
«Sta sempre in basso» gli rispondo e avrei voglia di abbracciarlo.

MARCO AIME - LOGO UFFICIALE v.2
text-align-justify