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In Kongo

La pista del Kivu, che da Goma va verso Butembo sembra raccogliere tutte le rughe della vecchia terra d'Africa. Mozziconi di balestre e di sospensioni si accaniscono contro la litania di sassi e salti che percorre la pista. “Qui in Zaire è così - dice monsieur Ladì - i ricchi vanno in aereo e i poveri soffrono sulle strade”. Mi viene in mente la frase di un anziano signore di Goma che aveva lavorato con i Belgi: “Ma quando finisce l'indipendenza?”. La vecchia Land Rover di Ladì sembra una barca in una burrasca, scricchiola, salta, emette tonfi sordi e continua a marciare lentamente verso nord. La vegetazione inizia a contendere sempre più vigorosamente lo spazio alla pista. A ogni collina la boscaglia sembra chiudersi, poi invece ecco che il tunnel continua, una striscia rossa e audace che taglia la foresta.
Laggiù in fondo c'è un gruppo di gente: “C'è una buca” dice Ladì e rallenta fino all'orlo del cratere. Le buche dello Zaire sono un mondo. Attorno a queste fosse profonde, che ingoiano vetture e camion, per poi lasciarli andare solo dopo debite spinte, si è sviluppato il business. Piccoli ristorantini pronti a cucinare a ogni ora, case dove si produce la birra, ragazze intraprendenti che invitano gli autisti nelle loro capanne.
Nella buca ora c'è un camion della Tanzania. Il veicolo sembra la carcassa di un animale in attesa di essere scuoiato. Le ruote, sprofondate nel fango, testimoniano la lotta di quel motore spompato e di quelle gomme lisce, contro l'avidità del fango. L'autista siede sul bordo della strada, con una birra in mano. Si asciuga la fronte sudata e ride. Sono due giorni che è lì, aspetta un camion che venga da nord perché lo tiri fuori per poi entrare a sua volta nella buca e attendere un altro camion che arriva da sud. Così va la vita sulla strade dello Zaire, sempre in attesa di qualcuno che ti dia il cambio per attendere ancora a sua volta.
“Cosa ci vuoi fare - dice in inglese, per poi cambiare lingua - è l'article quinze!”. Questa espressione ti accompagna per tutto lo Zaire. Potrebbe diventare il motto nazionale, anzi lo è già. Sei in attesa di un traghetto che nessuna sa quando deve arrivare, né quando ripartirà, sei in cerca di un pezzo di ricambio, stai cercando di comporre un numero su un apparecchio che si rifiuta di andare più in là della porta dell'ufficio postale: sempre l'article quinze. Quando nei primi anni Sessanta il Kasai, una regione centro-orientale, dichiarò la propria indipendenza, venne redatta una prima costituzione formata da 14 articoli. La gente aggiunse subito il quindicesimo, applicabile tutti i giorni: debrouillez vous, arrangiatevi !
La strada che porta verso l'Uganda è più disastrata che mai. Lente file di camion carichi all'inverosimile serpeggiano lungo la pista cercando di evitare le buche. Autisti zairesi, ugandesi, tanzaniani e keniani si scambiano informazioni ed aiuto conversando in swahili. Una vecchia Toyota sgangherata sobbalza su di una buca e perde di botto l'intero retrotreno adagiandosi sul terreno molle. Le due ruote posteriori rimbalzano sull'altro lato della strada. L'auto rimane lì, monca, con il muso in alto. L'autista scende e guarda il danno: “Pas de problémes” dice tranquillo, “Akuna matata” conferma sorridendo un camionista ugandese di passaggio, nessun problema e intanto inizia a piovere.
L'auto viene spostata per liberare la strada e ci si mette al lavoro. Un'auto degna di rottamazione che però dopo poche ore riparte tranquilla riparata con chissà quale fantasia di mezzi ed attrezzi: article quinze!
Il paesaggio è fantastico, colline verdi e arrotondate si susseguono verso l'orizzonte apparendo e scomparendo in continuazione nelle nebbie. Una chiatta metallica, che una decina di uomini con lunghe pertiche spingono nell'acqua, permette di attraversare il fiume Semuliki, alla confluenza con il lago Amin, ex lago Edoardo. Nella penombra grigiastra della sera si odono gli sbuffi grossolani degli ippopotami che stanno abbandonando la frescura delle acque del fiume in cerca di erba da mangiare.
Il concetto nostrano di "animale da cortile" sembra essere stravolto a Kyavenyonge, un piccolo villaggio di pescatori sulle rive del lago. Tra le capanne di bambù e fango, davanti alle quali le donne si affannano con grosse graticole ad affumicare mucchi di tilapia pescati dai loro uomini, decine di goffi e sgraziati marabù si aggirano raccogliendo avanzi di pesce e di ogni sorta di cibo gettato dalle donne. Gruppi di ippopotami abbandonano di tanto in tanto la loro sonnacchiosa immobilità acquatica per salire sulla riva tra le barche dove i pescatori riparano le loro reti. Un bufalo sdraiato sulla riva sembra incutere alcuni timori ai visitatori, ma i ragazzini gli lanciano alcune sassate ed il bestione si allontana infastidito andandosi a nascondere tra i cespugli dell'interno. La sera, quando il villaggio si colora delle tenui macchie rossastre delle lampade a petrolio anche i facoceri e le gazzelle si avvicinano alle case e i loro occhi gialli brillano nell'oscurità. “Ogni tanto viene anche il leopardo - dicono al villaggio - di notte è meglio non uscire di casa”.
All'orizzonte le montagne si fanno sempre più misteriose, tra le nebbie più lontane si nascondono le cime ghiacciate del Ruwenzori, i "monti della luna" che tanto affascinavano e spaventavano i viaggiatori dell'antichità.
A Bukavu, una bella cittadina della regione del Kivu, la coda per acquistare i biglietti del traghetto inizia di primo mattino. Avevo chiesto all'impiegato a che ora venisse aperto lo sportello e mi aveva risposto: “Alle sette”. In realtà un biglietto sul vetro riportava le otto ed in ogni caso l'impiegato arriva alle nove. Il gruppo della gente in attesa si fa numeroso, disordinato, rumoroso, ma ognuno rispetta il suo turno. L'impiegato si siede dietro lo sportello e si mette a chiacchierare amenamente con il suo collega per una buona mezz'ora. Nessuno protesta, qualche battuta, una risata e via. Verso le dieci lo sportello viene aperto e la coda scorre veloce. Si tratta però solamente del pagamento. Prima vengono ritirati i soldi, poi, con una seconda coda si ottengono finalmente i biglietti. E' quasi mezzogiorno e conviene recarsi all'imbarco poichè il battello parte all'una. Il fuso orario zairese subisce però un' altra variazione. Alle quattro si salpa.

L'Air Zaire è stata ribattezzata dalla gente “Air Peut Etre”, data la sua inaffidabilità. La sede di Goma è una casetta di terra, con un tetto di lamiera un po’ sbilenco. Un foglio sbiadito e svolazzante sulla porta è l’unico indizio che quello sia l’ufficio della compagnia. L'impiegata è gentilissima, sorride continuamente sotto un arabesco di treccine che formano un'acconciatura affascinante. «Abbiamo lo stesso nome!» mi dice con stupore. Lei si chiama Aimée. Chiacchieriamo un po’, poi le do l’elenco dei miei compagni di viaggio. Apre un quaderno a quadretti e inizia a mettere una crocetta per ogni nome. La registrazione è fatta.
«Devo tornare il giorno prima per confermare?» chiedo.
Il suo sorriso ora è più solare che mai: «No, ma vieni e vedere se c’è l’aereo».
«Come?»
«C’è un solo aereo che fs i voli interni, ma se serve al presidente, lo prende lui».

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