Pochi chilometri a nord di Bohicon, sorge il piccolo villaggio di Houawé Zounzonsa. Un cartello in lamiera indica Reinseignements sur le palais. Il luogo indicato sembra una fabbrica di mattoni. In un cortile di terra rossa e umida un gruppo di giovani lavorano sudati in mezzo ad alcune gabbie di ferro. Dentro le gabbie alcune scimmie tristi e immobili nella loro depressione. Un giovane con una cartellina in mano ci accompagna verso il “palazzo reale”, un luogo silenzioso, circondato da manghi e altri alberi altissimi.
Il palazzo è appena riconoscibile per alcuni muri di terra semidiroccati. Sembrano vecchi e nodosi, sfiancati da troppe piogge e dall’incuria. Il tono del ragazzo che ci fa da guida è pomposo, come spesso accade qui: «Siamo nel palazzo di Dako Donu. Di qui partirono i membri della famiglia che fondarono il regno di Abomey. Questa è la culla del regno di Abomey…». Questa frase la ripeterà una dozzina di volte nel corso della visita “culla del regno di Abomey”. Come se cercasse nella maggiore profondità storica una legittimazione per quei muri diroccati.
«Il re è là» dice a un certo punto, introducendoci in un cortile. Il re è là, seduto su una sedia di legno, all’ombra di una tettoia. Il giovane si inchina davanti a lui e presenta gli stranieri. Auguriamo buona salute all’anziano e continuiamo la visita. «Lo incontreremo dopo» dice la guida. Questo era solo un saluto.
La casa del re, della madre del re, delle mogli del re, la sala delle udienze. La spiegazione è infarcita di espressioni che sembrano prese da libri di storia occidentali. E se è così appaiono obiettivamente pretenziose. C’è una sorta di enfasi nelle parole del giovane.
Un enorme albero ricopre d’ombra un cortile all’interno del palazzo. C’è un’atmosfera di quiete, tutto sembra sospeso. Nessun rumore arriva da fuori. Forse non c’è nessun rumore, fuori. Entriamo in un altro cortiletto dove, in due gabbie di cemento, sono rinchiusi un leone, una leonessa e un cucciolo. «Li abbiamo messi per attirare i turisti» dice. L’impressione è di grande tristezza.
Alla fine del giro ritorniamo sotto la tettoia del re. Il vecchio ora è circondato dai dignitari di corte. La notizia del nostro arrivo si è sparsa in fretta. Alcuni sono vestiti in abiti occidentali, altri in boubou tradizionale. Iniziano i convenevoli, poi il portavoce estrae un foglio e legge un messaggio di benvenuto. Il tono è enfatico: «Sua Maestà Dako Landozin vi augura il benvenuto nel suo palazzo reale, culla di tutte le dinastie del Dahomey …».
Il foglio, del quale sono state preparate nove fotocopie, una per ogni componente del nostro gruppo, è scritto a computer, su carta intestata, con un logo rappresentante il trono e una serie di timbri vari. I dignitari spiegano che hanno formato un comitato per rivitalizzare il palazzo e chiedono aiuti finanziari per fare un museo. Ritorna la storia, la “culla”, il richiamo al passato. E i musei. Ne stanno sorgendo molti. Spesso la tradizione africana ignora la conservazione, il restauro. È il processo per realizzare un manufatto che conta, non l’opera in sé. Quindi l’antitesi del museo, eppure oggi molti di questi capi tentano la strada della musealizzazione, per fini turistici e politici.
Ganà è un altro villaggio a due passi da Bohicon. Joseph, un ragazzo del villaggio che lavora in città, ha organizzato un incontro “avec le roi et avec le feticheur”. Ovviamente, dice Joseph, ci vorrebbe un regalo per il re e uno per il feticheur. Quanto? Cinquemila CFA per uno. È moltissimo, ma ormai non ci si può tirare indietro. Le roi è un vecchietto con un maglione sbrindellato e un cappello di lana appoggiato sulla testa. Il suo portavoce ci fa i saluti a nome del capo e del consiglio poi ci invita ad andare con loro nella foresta sacra. Per fare l’offerta al feticcio. Percorriamo un sentiero tra i campi ed entriamo nel boschetto, dopo esserci levati le scarpe, secondo il costume. Ad attenderci sotto un grande albero, sulla riva di un laghetto c’è un anziano. Somiglia molto al re, anche nell’abbigliamento.
«Chi è?»
«Il feticheur» dice Joseph.
«Ma non è il re?»
«Sì, è lui»
«Ed è anche feticheur?» insisto pensando al fatto che abbiamo pagato due volte.
«Sì, è sempre lui» risponde Joseph, quasi stupito della mia lentezza di comprendonio.
Il roi-feticheur prende una bottiglia di Fizzy ai gusti tropicali e la versa ai piedi dell’albero, sul feticcio, ma prima chiede di esprimere un desiderio che il feticcio esaudirà. Chiediamo di avere un viaggio tranquillo. Va bene, ma prima di fare il sacrificio bisognerebbe ancora fare un’offerta al feticcio. Bastano 1000 CFA.