Salendo, il fumo della sigaretta si confonde con il colore grigio di quel cielo, ancora non riscaldato dal sole. La prima luce disegna il profilo della collina. La sagoma di San Luca non riesce ancora a rosseggiare. Francesco cammina a passi lunghi, ma lenti, con poca voglia di tornare a casa. Sente ancora nelle orecchie l’eco le risate fatte con gli amici, ma sono quel volto, quella voce, quelle parole a turbarlo. A non fargli prendere sonno. Ci aveva provato all’osteria a cancellarli con discussioni da bar, con la grammatica delle carte, l’amicizia del vino, ma adesso, da solo, non riesce a liberarsi di quell’incontro.
Si erano conosciuti ai tempi delle contestazioni giovanili, neppure poi molti anni prima. Tutti e due con l’eskimo, capelli lunghi e voglia di esserci, di discutere, di fare parte di un mondo che cambiava, che doveva cambiare, che si voleva cambiasse. Si studiava anche, un pochino, ma soprattutto si viveva e si passavano giorni e soprattutto notti a discutere e a tessere le belle illusioni. E lui ci credeva, lui più di altri. Lo ricordava, quando prendeva la parola e si scaldava, non mollava di un millimetro. Spesso Francesco non era d’accordo con lui, non era mai riuscito a calarsi in modo così completo nella posizione del compagno duro e puro, senza sfumature. Roccioso nelle sue convinzioni. Si divertiva a provocarlo a smontargli il bel discorso con una battuta, ma gli voleva bene, era una bella persona, forse travolta più di altri dalle rapide di quei giorni. Lui, Francesco era già un po’ più grande negli anni caldi, o forse non era mai stato giovane davvero, pensa ora, mentre si avvicina alle mura antiche. L’arco della porta segna per lui il confine tra la notte e il giorno. Indugia un attimo prima di attraversarlo. Si accende un’altra sigaretta. Ora il fumo è più chiaro sullo sfondo del cielo che inizia a perdere pallore.
Vestito bene, fin troppo, ricercato, l’amico parlava della sua posizione, aveva subito sottolineato che era capo del personale. Il ché non sarebbe stato così grave di per sé, ognuno fa quel che può, ma perché metterlo in primo piano, dirlo come prima cosa, prima di parlare di come stavano, se si erano sposati, se erano felici... Era un bel po’ di anni che non si vedevano... «Che ce l’avesse proprio con me?» pensa. Perché porto ancora i capelli lunghi? Perché ho ancora un giaccone come allora? Perché suono e canto e non ho un “lavoro”? Sembra di sentire mia madre che diceva «studia, che la laurea è importante!» e mio padre che ripeteva sempre di pensare alla pensione. E vabbè, ma quelle son cose da genitori, ma lui...
Sembrava in imbarazzo, parlava di continuo, senza mai chiedere niente. Come se avesse paura di scoprirlo. Ma parlava di lavoro, delle difficoltà, di che vita stressante facesse, come a dire “mica come te, che ti alzi tardi tutti i giorni, senza impegni da rispettare. Io sì che mi sono assunto delle responsabilità. Tu?
Gli aveva offerto un caffè, ma poi aveva voluto pagare lui. Non voleva avere debiti, forse e quando gli aveva ricordato di quella volta, con quella ragazza olandese..., di quando..., nomi di vecchi amici. Aveva sorriso, un sorriso rapido, subito chiuso. Quasi avesse paura diventasse risata. Proprio vero che la vita ci birilla come bocce da biliardo. Ma è lui che è “giusto” oppure no? Sente come un peso, una improvvisa arsura in gola. Anche lui, Francesco, in fondo è cambiato. Non è più un cantante da osteria o meglio non è più solo un cantante da osteria. Ha un pubblico e grande. Pensa al suo volto sui manifesti, ma non gli da gioia. É il ricordo delle parole di sua madre a disegnargli sul volto un sorriso: un giorno le aveva detto che partiva per un lavoro, lei aveva scosso la testa: «Lavoro? Ma se vai a cantèr». E lui: «Ma l’altra sera erano in diecimila»; e lei: «Si vede che non c’era nient’altro da fare».
Già è quasi famoso ora. Famoso! No, proprio non gli riesce di prendere sul serio quella parola. Famoso. Mentre il sole conquista faticosamente il cielo, grattando via il freddo violaceo dell’ultima notte, l’arco della porta comincia a disegnare un’ombra sulla strada. Quanti altri se ne sono andati? Quanti si sono persi nella serietà, nel conformismo? E spesso sono proprio quelli che allora gridavano più forte, che sembravano crederci di più. Quelli, pensa dopo avere acceso un’altra sigaretta, che però già allora si prendevano più sul serio. Già, non è facile rimanere pecora nera, ma va bene, si sa che la vita ci porta un po’ dove vuole lei e che a volte non è nemmeno facile scegliere, Francesco è disposto a capire tutte queste cose, figuriamoci, proprio lui, però non puoi passare così dall’altra parte, dai!
L’amaro di quell’incontro svanisce a poco a poco, dissolto nel fumo e nella prima luce. In fondo lui va fiero del suo incespicare e ridacchiando dentro di sé pensa che non sia poi mica tanto facile invecchiare senza maturità, ma ce l’ha fatta e altri amici sono rimasti, quelli veri che come lui si farebbero spellare per una battuta. Arriva davanti al portone, il 43 ed entra rapidamente in casa, sente una nuova energia salire dentro. Quasi volesse scappare. Prende la chitarra, gli fa piacere sentire il legno liscio del manico. Sente le corde scorrere sotto i calli delle dita, facili e silenziose il si e il mi cantino, scricchiolanti e ruvide le basse. Do, re minore, mi minore, sol settima, do. Ripeté il giro, questa volta aggiunge una settima al re e al mi. Ora suona più aperto. Continua con quegli accordi, le parole, poco a poco vengono da sole: «Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta, ma la gente che ci andava a bere...».