Con il primo arrossire del giorno le rocce intorno eccitano la fantasia con le loro forme bizzarre. Uscire dalla tenda è un vero sacrificio, il freddo gela le mani e le orecchie e sul telo esterno c'è un sottile strato di brina. Riparati dietro un masso rossastro i tre cammellieri sembrano vibrare nei riflessi del piccolo fuoco che hanno acceso per riscaldare il solito the. Attorno a loro le selle dei cammelli, decorate con fregi di pelle e chiodi di ottone. Il più anziano dei tre sorride sotto la coperta che gli copre la testa e fa cenno con la mano di avvicinarmi.
È il quinto giorno che camminiamo attraverso gli oued scavati tra le rocce da quei torrenti che si formano quando sull'Hoggar piove. Accade solamente una o due volte l'anno che l'acqua riempia questi canali sassosi per poi scomparire in pochi giorni divorata dal sole.
Il massiccio dell’Hoggar, roccioso e imponente, sembra quasi l'ultimo avamposto prima della infinita distesa di sabbia del Teneré. Le sue torri di pietra hanno, con merito, contribuito al nascere dell'appellativo di Dolomiti del deserto. Forme agili e slanciate che si impennano verso l'alto con le loro pareti di basalto.
Ai piedi del massiccio, Tamarranset, la capitale dei tuareg, una cittadina ricca di militari e di costruzioni recenti. Poco rimane delle vecchie e tradizionali architetture. Sulla via principale i due hotel della città, i cortili affollati dalle moto e dai fuoristrada dei turisti. Lontano, oltre la piana graffiata dagli arbusti si innalza il massiccio dell'Hoggar. Il profilo squadrato dell'Adriane domina la pianura.
Verso est parte la pista per Djanet, nel Tassili, che un tempo veniva percorsa da lunghe colonne di cammelli. Oggi i cammelli servono soltanto ad accompagnare i turisti per brevi passeggiate folcloristiche. Sono le Toyota a correre sulle piste sabbiose del deserto, di giorno e di notte. I loro nonni percorrevano le rotte carovaniere orientandosi con le stelle, i giovani tuareg, oggi, si lanciano in folli corse notturne su piste lontane da quelle principali. Carichi di oggetti contrabbandati dalla Libia, questi nuovi signori del deserto, cercano di evitare le pattuglie dell'esercito che controlla le frontiere. Di notte, a fari spenti, ä impossibile individuare un'auto nel deserto.
Lasciate le basse case della cittadina la nostra colonna di tredici cammelli aveva iniziato ad attraversare la vasta pianura in direzione delle guglie più alte del massiccio. Il profilo piatto dell'Adrien, che domina sulla città, si allontanava lentamente, mentre la caratteristica forma dell'Ilamane divenivo ogni ora più chiara e nitida contro il cielo azzurro.
È stata probabilmente proprio questa sua forma fallica a fare si che questa montagna sia divenuta sacra per i Tuareg. Narra una antica leggenda che l'Ilamane si fosse innamorato di una montagna femmina: il monte Ahmer della quale si era però invaghito anche un'altra montagna uomo. Quest'ultimo sfidò a duello l'Ilamane e lo ferì profondamente con la spada (le spaccature sono ben visibili sul profilo del monte), poi un grande cataclisma scaraventò lontano l'innamorato sconfitto fino a farlo arrivare nel luogo in cui ora si trova.
Via via che si penetra nelle pieghe del massiccio il paesaggio diventa sempre più interessante e ricco: le rocce basaltiche dell'Hoggar sembrano fare a gara nell'assumere forme e figure bizzarre. L'anziano cammelliere mi invita a sedere tra di loro sorridendo. Si accovaccia vicino al mucchietto di braci e con la mano callosa le raduna al centro, poi prende da dietro la schiena una radice nodosa quasi quanto le sue dita e soffia sui tizzoni fino a far riprendere le fiamme. Si muove con gesti antichi che rivelano una dolcezza e una signorilità difficile da immaginare in un uomo del deserto, eppure le sue movenze nascondono una raffinatezza segreta.
L'acqua bolle in fretta nella piccola teiera smaltata blu e l'atmosfera rarefatta si scioglie come una nenia di tempi andati mentre l'uomo travasa il the da una teiera all'altra passandolo più volte in un bicchierino di vetro colorato. Neppure il sapore forte e amaro del primo giro di tè riesce a scalfire la dolcezza di quel momento, stiamo in silenzio sorridendo mentre il cammelliere ripete con calcolata lentezza gli stessi gesti di prima. Il secondo giro è più dolce, ma ci vuole ancora una serie di lunghi travasi perché' il the raggiungesse il suo sapore migliore mescolandosi in perfetto equilibrio con lo zucchero.
Il più giovane dei tre è salito su di un masso più in alto per cercare i cammelli che nella notte si erano allontanati per pascolare. Il suo profilo scuro spicca tra il colore arancione delle rocce.
L'anziano si sfila la coperta dalla testa e per la prima volta vedo i capelli e la sua barba. Sono bianchi, ma l'indaco del suo velo li ha resi azzurri. Lentamente inizia ad avvolgere la lunga striscia di tela attorno al capo assumendo ad ogni giro sempre di più un aspetto da guerriero. Poi si alza e, dopo essersi pulito le mani annerite dal fumo con la sabbia, si sfila il lungo abito scuro per indossarne uno azzurro ricamato che teneva nella sacca della sella. È venerdì e anche lì, in mezzo al deserto quell'uomo sa rendere omaggio al dio in cui crede.
Il sole comincia a salire, e quando i primi raggi riescono a spezzare il gelo dell'alba si capisce la ricchezza e la profondità degli antichi culti del sole, culti legati ad una vita semplice, come questa. Ci mettiamo in marcia ancora infreddoliti, il Tahat, la montagna più alta dell'Hoggar è alle nostre spalle mentre l'Assekrem è ancora lontano.
Ci vogliono ancora due giorni per arrivare al colle dell'Assekrem, dominato dalle famose Canne d'Organo e da fantastiche dolomiti di basalto. Quel colle freddissimo a 2870 metri, dove padre Foucault costruì il suo eremo per ritirarsi a meditare in completa solitudine. Forse furono quell’aria immobile e quel paesaggio magico ad attirare Foucault in quel luogo e forse furono anche i gesti lenti e antichi dei signori del deserto, gli stessi che l'anziano cammelliere compiva nell'avvolgersi attorno al capo il suo inseparabile velo.