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Savane

Il camion è un vecchio autocarro militare sudafricano, color sabbia, mimetico, scassato al punto giusto. La guida è un giovane inglese dal naso lungo, non conosce molto bene il paese, anzi non ne sa niente. D’altra parte, lui scriveva commedie per la BBC e solo da due anni girovaga per l'Africa Australe facendo mille mestieri. Con lui è Julius, un ragazzo Tswana che mantiene un silenzio assoluto, soprattutto quando si arriva ad un bivio e non si sa dove andare.
Intanto la savana arborea della piana del Chobe si allarga attorno alle rive del fiume dove branchi di elefanti si incolonnano silenziosi per l'abbeverata serale. Il tramonto in questa parte d'Africa è così bello da sembrare finto, così irreale che vedendone le foto non si può non chiedere: "che filtro hai usato?".
Con il calare della sera anche i babbuini se ne sono andati a dormire e finalmente si può stare un po' tranquilli.
Lontano si sentono i tonfi nell'acqua degli ippopotami e i fruscii di chissà quanti altri animali. Per tutta la notte si sentono ruggiti nemmeno troppo lontani assieme ad altri urli.
Nei parchi del Bostwana si respira fino in fondo l'anima della savana, nessun lodge dove rifugiarsi la sera, nessuna struttura per turisti, ci si accampa nelle aree attrezzate dove l'unico segno di "civiltà" sono alcuni rubinetti per l'acqua. Tutto attorno la vita continua normalmente assai poco turbata dalla presenza di qualche tenda sotto gli alberi. Le iene invadono l'accampamento in cerca di qualche avanzo di cibo e riempiono la notte con la oro risata isterica.
Le piste che portano a sud attraversano le distese del Chobe Park, la piana di Savuti, dove gruppi di leonesse sonnecchiano all'ombra, schiacciate dal caldo del pomeriggio, i boschi di acacia del Moremi Park abitati da numerosi branchi di elefanti, fino a raggiungere i bordi del Kalahari, un nome quasi magico, che evoca orizzonti lontani e mondi primitivi.
Il deserto del Kalahari è una vasta distesa ricoperta da arbusti secchi e sporadiche macchie di erba, abitato da una fauna nascosta e invisibile e dai pochi Boscimani che ancora non hanno ceduto alle tentazioni della vita sedentaria. È comunque assai difficile incontrarli, i pochi gruppi rimasti abitano zone assai distanti dalle piste principali e in ogni caso la loro continua mobilità rende assai complicata la ricerca. Cacciatori e raccoglitori, i Boscimani hanno sviluppato un'eccezionale capacità di adattamento al deserto nel quale sono stati costretti a rifugiarsi per le persecuzioni da parte dei coloni bianchi e delle tribù di origine bantu insediatesi nei territori dell'Africa Australe.
Capaci di resistere lungo tempo senza bere, i Boscimani sanno scovare ogni più piccola traccia di umidità e conservano, dentro dei gusci uova di struzzo, la poca acqua che riescono a raccogliere. La scarsità e l'aleatorietà delle risorse alimentari ha trasformato il loro stomaco che, come quello dei carnivori predatori, ha la capacità di dilatarsi in maniera incredibile, in modo da poter accogliere quanto più cibo possibile, cibo che servirà a compensare i lunghi periodi di digiuno in attesa della prossima caccia fortunata. Mentre il sole si prepara al nuovo spettacolo serale, si arriva allo Nxai National Park, caratterizzato dalle cosiddette "pans", delle vastissime pozze che, nella stagione secca si prosciugano ricoprendosi di una spessa crosta salata. In mezzo a queste aiuole salate sorgono dei piccoli isolotti dove crescono, nella loro millenaria solitudine, quelli che forse sono gli alberi più "africani": i baobab. La crosta salata gioca a riflettere gli ultimi raggi di sole e i baobab, con i loro rami contorti, assumono nel riverbero serale le sembianze di esseri spettrali e fiabeschi.
Julius per la prima volta si avvicina, sembra aver voglia di parlare. Per tutto il tempo era rimasto da parte, quasi avesse paura di avvicinarsi. Dopo le prime solite frasi di rito si fa serio e chiede: «Ma da voi c'è l’apartheid?». Di colpo tutto si chiarisce, lui è abituato ad accompagnare turisti sudafricani, con loro non avrebbe mai osato mangiare allo stesso tavolo, giocare a pallone e scherzare. Solo la convivenza di alcuni giorni ha potuto far allentare quella tensione a cui lo costringeva il colore della sua pelle in quell'angolo d'Africa condizionato indirettamente dal campo magnetico del razzismo di stato del Sudafrica.
Ancora verso ovest, attraversando le grandi pianure dove i simpatici springbok corrono saltellando tra l'erba giallastra, mentre il regale gemsbok osserva immobile il passaggio di quello strano veicolo polveroso. Una famiglia di licaoni è tutta riunita attorno ai cuccioli, i maschi sono tornati dalla caccia e ora le femmine strappano piccoli pezzi di carne dalla carcassa della preda e imboccano i piccoli.
La vegetazione si fa sempre più verde e i canneti sostituiscono la macchia bruciata dell’erba mentre ci si avvicina al delta dell'Okavango.
Le acque di questo fiume subiscono uno strano destino: dalle pianure alluvionali dell'Angola scendono a tracciare il confine tra questo paese e la Namibia raccogliendo i rumori e la crudeltà di quel conflitto che da anni vede impegnate le truppe cubane di stanza in Angola contro l'esercito sudafricano che occupa la Namibia. Poi l'Okavango piega verso sud entrando nel Botswana dove inizia la sua lenta agonia, frantumandosi in mille acque che vanno a disperdersi nelle sabbie del Kalahari. Così finisce questo grande fiume, svanendo come per incanto, il suo delta si fa sempre più paludoso mentre viene lentamente assorbito dalla terra arida.
Un volo al tramonto sopra il delta costituisce uno spettacolo davvero raro, dall'alto si leggono i percorsi dei vari canali fino a vederli lentamente svanire, come evaporati.
Le barche che risalgono l'Okavango percorrono stretti corridoi tra papiri e canneti e i piloti devono spesso fermarsi a liberare l'elica dalle canne aggrovigliate. A volte il passaggio tra la vegetazione è talmente stretto che i lati della barca sfregano contro gli steli dei papiri. I piloti seguono, con incredibile bravura una linea immaginaria tra le decine di canali in cui le acque si dividono. Sugli isolotti si vedono gruppi di cormorani pronti per la pesca, coccodrilli che scivolano silenziosi nell'acqua al minimo rumore mentre l'aquila pescatrice pare Via via che si sale verso nord i canali si allargano e il fiume inizia a mostrare il suo vero volto, sulle sponde appaiono le prime capanne e al termine del secondo giorno di navigazione si arriva a Sepupa, un piccolo villaggio vicino al confine con la Namibia.
Gruppi di donne si affollano offrendo dei cesti intrecciati dai bellissimi disegni geometrici, la più tipica forma di artigianato del Botswana. Alcune tengono i bambini legati dietro la schiena, una ragazzina cerca di calmare il fratellino che non smette di piangere, gli uomini non si vedono, forse sono nei campi a lavorare.
Qui il fiume piega verso ovest per disegnare il confine tra due stati in guerra tra di loro, i posti di frontiera sono delle vere e proprie postazioni militari mimetizzate tra le frasche degli alberi. Ogni tanto si sente uno scoppio in lontananza. "Cos'è"
chiedo al militare che sta controllando i passaporti, «Niente, solo dei bufali che passano sulle mine».

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