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Un italiano in Benin

Riva ha la faccia larga da montanaro piemontese. E le orecchie a sventola. Infatti, suo padre era di Usseglio. Lo ripete più volte e dice anche che lui è nato a Nizza, ma è difficile capirlo. Un po' perché vino e champagne hanno reso sdrucciola la sua parlata, un po' perché tutto attorno i musicisti si dannano l'anima ad arruffianarsi i ricconi che affollano l’hotel.
C’è una festa per il funerale della madre di un generale. Nel cortile dell'hotel si affollano fuoristrada lucidissimi, sempre appena lavati dagli autisti, che sembrano irridere la polvere rossa delle piste che copre i viaggiatori normali. Uomini che trasudano potere e potenza, sfoggiano boubou raffinati ed elegantissimi. Come raffinate ed elegantissime sono le loro donne.
Alcuni bianchi incravattati siedono ai tavoli ormai coperti da piatti vuoti e bottiglie finite che chiamano altre bottiglie. Sono consiglieri militari, francesi e belgi. Le loro, di donne, non sono eleganti. Sono volgari. Si sforzano di ballare all'africana con risultati penosi. Riva ammicca e abbraccia tutte le donne, anzi, si appoggia loro con le gambe malferme. E tocca.
I musicisti invadono la scena. Sono vestiti di blu, alla cinese. Ci sono una tromba, due saxofoni, due tamburi e i piatti. È una musica strana, a metà tra la banda di paese e i ritmi africani. Ma bella. Gli uomini in boubou si avvicinano uno a uno e appoggiano biglietti da 1000 CFA sulla fronte dei musicisti, che ringraziano aumentando il vigore della loro suonata.
Riva ha un ristorante a Cotonou, il Salvador. Uno dei tanti yovò bar della capitale. Per farsi sentire dentro il frastuono si avvicina al mio viso: «Ricordi quelle sere ...» inizia a intonare sputacchiandomi nelle orecchie. «Da bere per il mio amico piemontese» urla strascinato al barista, che corre da un tavolo all'altro e tenta invano di lavare i bicchieri più rapidamente di quanto gli invitati riescano a svuotarli.
«Quel mazzolin di fiori ... Sul cappello, sul cappello che noi portiamo...». Riva sembra spegnersi a tratti, per poi risvegliarsi come dopo aver ripescato, dal fondo di una memoria contorta, disordinata e confusa dal vino, schegge della sua piemontesità.
«Je suis beninois – dice poi – Ho sposato una donna di qui» e alcuni veri beninoises attorno a lui annuiscono un po’ seriamente per il peso della sua affermazione, un po’ ridendo per la sua ubriachezza.
Sono 18 anni che è qui. Prima ha girato il mondo vendendo auto usate, gestendo locali e chissà cos’altro. I musicisti si aprono a corona attorno a una elegantissima signora in verde che si è lanciata in una vibrante esibizione di danza, vibrando le anche in modo provocatorio.
Riva mi molla e si avvicina alla donna ondeggiando mollemente il suo sederone. I belgi ridono di lui. È una macchietta. Si adagia nella danza con il bicchiere in mano e il sorriso largo, quello sì, da valligiano, reso un po’ ebete dal vino.
Un uomo con uno splendido boubou azzurro si avvicina ai musicisti e appoggia sulla fronte di due di loro due biglietti da 5000 CFA. E' un’apoteosi. Tamburi e fiati impazziscono. Il ritmo aumenta, la musica si fa assordante.
Riva si è di nuovo adagiato sui ricordi piemontesi e tenta di pronunciare qualche frase in quello che lui crede essere il dialetto e che in realtà e un mezzo francese da ubriachi.
«La figa stretta non si trova piùùùù...» intona infine, a dispetto di una memoria scostante che non vuole trovare nulla di piemontese e alza il bicchiere come se stesse brindando a chissà quale ideale.
Arriva un beninois in completo scuro e cravatta. Orologio e braccialetto d'oro al polso. A metà tra un manager e un magnaccia. Si lancia anche lui nella danza con aria indifferente nei confronti di tutti.
«È uno dei più ricchi commercianti di Cotonou» dice Riva.
«Cosa commercia?»
«Di tutto».


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