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Porto Novo

Porto Novo è color ruggine. Una ruggine che cola sui muri delle case, che si aggrappa alle lamiere rosicchiate dei tetti, si appoggia sulla terra che impolvera l'asfalto.
Musica che esce da altoparlanti scassati tirati a manetta si mischia ai colpi dei meccanici, che riparano disperatamente motorini eternamente in panne. Alcuni carrozzieri in un cortile sterrato riverniciano i telai di altri motorini. Poco più in là, due ragazzini stanno smontando un motore mezzo arrugginito. Non si capisce se stiano lavorando oppure se giocano. Forse tutti e due. Appoggiata su dei cavalletti una cassa da morto in metallo. E' stata riverniciata in grigio metallizzato con sfumature nere. Come i telai dei motorini.
Altra musica viene da una strada accanto. E' un corteo funebre. Alcuni motorini precedono la processione come una guardia presidenziale. Dietro, una station wagon color argento segue lentamente. Dentro spicca una bara che sembra verniciata di fresco. Sul retro dell'auto una scritta pubblicizza l'impresa di pompe funebri. Louer l'eternel c’è scritto.
Un giovane si sporge dal finestrino mostrando a tutti un grande ritratto del defunto. Dietro l'auto i musicisti. Un paio suonano i tamburi, uno tiene in equilibrio sulla testa un pezzo di putrella arrugginita e con due spezzoni di tondino, arrugginiti anche loro, suona con rapidità. Un quarto suona una campana metallica percuotendola e danzando.
Due motorini risalgono continuamente il corteo per poi scivolare lentamente al fondo. Sui sedili posteriori due giovani in giacca e cravatta, con grosse telecamere, riprendono la scena. Sembrano i cameramen del Giro d’Italia.
Il corteo arriva davanti al palazzo Honmé e si dirige verso uno spiazzo sterrato. Un gruppo di donne inizia a danzare in semicerchio. I musicisti impazzano. L’auto si mette a girare in tondo nella polvere rossastra e i cameramen, scesi dai motorini, sventagliano i loro obbiettivi a destra e a manca per non perdere una scena. Poi, Louer l’eternel riparte con il suo carico funebre e il suo corteo musicale a riempire di allegria altre strade della città.
Nomi come Da Souza, Ribeira, Da Silva, scritti sulle case ricordano come questa città fosse stata fondata dai portoghesi e poi abitata dagli schiavi liberati. Anche l’architettura di quelle case fatiscenti ricorda lo stile coloniale.
Mireille, la ragazza del Museo Honmé, ha un portamento fine e grazioso. Muove le lunghe mani sottili con dolcezza, mentre spiega con calma la storia del palazzo, della vita di corte, delle paure di avvelenamento del re, delle violenze, degli intrighi.
Porte bassissime costringevano i sudditi a chinarsi per comparire al cospetto del sovrano. Una catena stesa sul pavimento, davanti a una porta, proteggeva il re dai malintenzionati. Per entrare occorreva scavalcarla e chi aveva cattivi propositi cadeva fulminato al suolo.
All’ingresso della sala da pranzo due feticci “assaggiavano” il cibo. Se era avvelenato i piatti che lo contenevano si spezzavano e la moglie che li aveva portati: «Come potete immaginare – dice con la solita grazie Mireille – veniva decapitata». Lo dice ridendo, come se fosse un’ovvietà. Una risata accompagna sempre le frasi dei ciceroni locali quando raccontano di decapitazioni, uccisioni, sepolture di donne vive. Una risata che talvolta spiazza i visitatori occidentali, già stupiti della dovizia di dettagli che arricchiscono le descrizioni degli episodi più violenti.
Mireille ironizza su un feticcio che individuava le mogli adultere: «Dovremmo inventarne uno anche per gli uomini» dice sorridendo con complicità alle donne del gruppo. E’ laureata in storia e ora fa la guida qui al museo.
«E’ un buon lavoro, no?»
«Sì, ma io sono a contratto. Non so quanto dura». Lo dice senza sorridere questa volta.
Fuori il cielo è grigio, indeciso, triste. Sembra un bambino con il broncio che però fa di tutto per non scoppiare a piangere. Le tettoie verdi del nuovo mercato spiccano sullo sfondo rugginoso della città. Le hanno costruite da poco, in cemento e lamiera. Le hanno dipinte di verde e numerate. Molte, la maggior parte rimangono vuote. Le donne, con le loro bancarelle che nascono il mattino per scomparire la sera, preferiscono rimanere sul bordo della strada. Il posto del mercato è quello, sulla strada. Strada su cui si affacciano case scalcinate e mangiate dall’umidità. Quante storie potranno raccontare questi bambini che stanno giocando per la strada, tra i calcinacci di edifici fatiscenti e pozzanghere che nella stagione delle piogge tormentano le strade sterrate? Quei barattoli usati, rifiuti inutili e ingombranti per noi, diventano piccoli tamburi nelle loro manine veloci e ritmate. Quei cerchioni abbandonati sono giochi da inseguire per le strade tra i sassi e le buche. E quei sacchetti di nylon stracciati, che possono trasformarsi in leggeri aquiloni che vibrano nel vento salmastro.
Strade piene di rumori e bancarelle attraversano la città fino al silenzio quasi irreale della vasta piazza dell’Assemblea Nazionale, che ricorda come, nonostante quasi tutto avvenga a Cotonou, la capitale del Benin è Porto Novo.
Il museo Alexandre Adandé è una bella costruzione coloniale. L’entrata è il solito antro buio con la boutique dei souvenir. Tutti uguali in tutto il Benin. La signora che guida la visita ha occhiali grandi e parla un francese troppo veloce, a volte incomprensibile. L’attacco è sempre lo stesso, sempre formale: «Bienvenue, nou sommes au musée Adandé…». Anche il tono di voce si fa ufficiale.
Gli oggetti sono esposti in modo didattico e ordinato. Ci sono maschere bellissime, dalle fogge bizzarre, vere e proprie sculture a soggetto. Alcune, le più vecchie, rappresentano simboli religiosi, mitici, altre, più recenti, raffigurano motti e proverbi. La maggior parte di queste sono a carattere satirico. C’è il fanfarone con una grossa pancia, un missionario sospettato di frequentare donne scolpito in pose equivoche, il colono con aria tronfia e ridicola, il pagano convertitosi al cristianesimo, la donna che accompagna due bambini vestiti da coloni e l’adultero con un viso che ricorda la parte del corpo che più utilizza per meritarsi l’accusa di libertino. Poi, seguendo il cammino delle maschere, ne appare una bellissima, sulla cui cima c’è un dottore in camice bianco, con una siringa in mano e una paziente sdraiata sul lettino. «E’ per sensibilizzare la gente sulle vaccinazioni» dice la donna. Ecco l’incredibile capacità d’innovazione e l’ironia della tradizione africana. Arte vivace, satirica e sociale. Sembra quasi che gli stimoli più forti vengano dalla volontà di irridere, mettere alla berlina, far teatro, insomma.

«Aujourd’hui au Bénin tout le monde est roi» mi aveva detto ridendo un amico di Bohicon con le labbra bianche per la schiuma della Beninoise. «Da qualche anno si sono scoperti tutti re o principi» continua sorseggiando la sua birra.
Gli avevo appena raccontato della cerimonia di intronizzazione del re di Porto Novo, alla quale avevo assistito con alcuni amici, il 29 agosto 2000. La città era in festa. Il corteo, con il nuovo re attorniato dai dignitari in costume tradizionale e trasportato su una portantina decoratissima, percorreva ripetutamente le strade della capitale accompagnato da tamburi e danze per poi confluire in una enorme piazza dove era stato attrezzato un palco. Il re prese posto al centro. Davanti, una vasta tettoia riparava dalla pioggia le centinaia di dignitari e uomini importanti invitati ad assistere. Su un lato della piazza un’altra tettoia ospitava le donne della famiglia reale, tutte in abiti elegantissimi, sedute sulle loro stuoie. Silenziose.
«Era dal 1908 che non si teneva più questa cerimonia» mi aveva raccontato animatamente Charlemagne Hounkpatin, un omone di una sessantina di anni che si occupa di turismo, ma sul biglietto da visita ha scritto “corte reale – portavoce”. Era lui, sul palco del re, a tenere tutti i discorsi ufficiali e ad animare la cerimonia. «Prima, quando c’era la Revolution, re e capi tradizionali erano aboliti. Il governo non li riconosceva. Ora stanno ritornando, perché la gente li vuole» sostiene. La Revolution è il periodo tra il 1975 e il 1991, quando l’allora dittatore Mathieu Kerekou, aveva instaurato un regime marxista-leninista che contrastava le autorità tradizionali. Le prime elezioni democratiche videro la vittoria di Nicephore Soglo, rappresentante della Banca Mondiale per il Benin, ma cinque anni di politica liberista hanno portato a un caso forse unico nella storia. Alle elezioni successive i beninoises hanno votato in massa proprio per quel Kerekou che da dittatore si è trasformato in presidente eletto democraticamente. La nuova politica di questo staterello del Golfo di Guinea si sta ora aprendo alle autorità tradizionali. E allora, tutti diventano re.
«Perché Charlemagne? – dice l’omone ridendo e mostrando i denti bianchi – Perché è stato un gran re e a mio padre piaceva la storia».

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