Un viaggio spesso inizia così. In aeroporto, con i partecipanti che si presentano, si annusano, si studiano. Un po’ di diffidenza. Chi viaggia in gruppo da tempo inizia a incasellare i compagni nelle tipologie ormai conosciute del turista. Anzi, no, del “viaggiatore”. Nessuno vuole essere turista. Il gusto e i timori di un nuovo incontro si mescolano. Come saranno? Andremo d’accordo? Entusiasmo di circostanza, sorrisi, battute, un’allegria forzata che serve anche a coprire un poco la paura, mai ammessa del volo.
Le nuvole sopra Malpensa fanno dimenticare il cielo, con la loro arroganza scura. Solo le montagne, laggiù, in fondo alle grandi vetrate da aeroporto riescono a imporre i loro spigoli neri. Tutto il resto è ombra.
Poi l’aereo parte per planare noiosamente sull’infinita pianura russa, prima di appoggiarsi ai margini dell’immensa macchia luminosa di Mosca.
All’imbarco per Samarkanda volti duri da russi, occhi chiari, sguardi freddi senza sorrisi, modi da padrone, che si mescolano con gli zigomi sporgenti, la carnagione scura, gli occhi sottili e infossati, i capelli corvini degli abitanti dell’Asia centrale. L’unica cosa che li accomuna è la lingua. Settant’anni di regime sovietico hanno lasciato il segno, la necessità di dialogare con il gigante russo fa il resto. Gli uzbeki sono chiacchieroni, allegri, sorridenti con quei loro volti antichi, che spiccano nel miscuglio di abiti moderni e tradizionali. Un signore si avvicina: «Che lingua parlate?» chiede in inglese. Italiano, «Ah, mi sembrava. Il mio capo è italiano» dice sorridendo. Lavora negli Stati Uniti e vende mobili per conto di ditte italiane.
La scritta luminosa Samarkand sul tetto dell’aeroporto emoziona, anche nella sua fredda essenza di neon. L’alba sta ancora strisciando sulle steppe siberiane e nuvole piatte disegnano ornamenti frastagliati nel cielo bruno. La città è tranquilla nel suo mattino caldo. Donne con il gilet arancione spazzano i bordi delle strade, sollevando nuvolette di polvere. Il verde brillante delle aiuole incornicia bellissime decorazioni floreali. Tutto è ordinato, anche il traffico. Neanche l’ombra del tipico caos allegro delle città asiatiche, di quel rimbalzare di clacson tra fumi di scarico di motori sfiniti dall’uso. Auto nuovissime, quasi tutte Chevrolet. Tutte bianche, per il caldo. Anche i segni dell’epoca sovietica sembrano essere spariti. Pochi palazzi squadrati contornano la periferia. Il resto è nuovo, talmente nuovo da far sembrare ai nostri occhi quasi bizzarri i costumi tradizionali delle donne, con le loro ricche decorazioni orientali, i loro colori marcati.
La prima impressione è contraddittoria, ma non può che esserlo, per noi occidentali, che portiamo sulle spalle il peso del mito. Da Tamerlano a Vecchioni quel nome, Samarkanda, così musicale, evoca un altrove per eccellenza. Come Timbuktu, talmente lontane, leggendarie da far dubitare che esistano davvero. I siti “canonici” sono grandiosi, spettacolari, sembrano usciti da un colossal holliwoodiano di Cecil B. De Mille. Sfavillanti nelle loro sfumature di azzurro, verde, giallo. L’imponenza delle arcate si frantuma in mille piccole decorazioni, pazientemente tessute da artigiani a cui era impedito disegnare esseri viventi e che per questo avevano addestrato le loro dita alla raffinatezza della grafia, dell’arabesco, della filigrana dipinta.
Tutto questo che si staglia su un cielo dolcemente azzurro, appena scosso da un vento del sud, non è però “originale”: è stato ricostruito in epoca sovietica, in modo filologico. Un falso? Perché? L’idea occidentale e moderna del restauro conservativo si scontra con questo lavoro di riproposizione del monumento com’era. Forse bisogna togliersi gli occhiali e guardare il mondo per quello che è.
Mentre la voce della guida ricorda la grandezza di Tamerlano e di suo nipote Uluk Beg, mi viene in mente che da noi il solo nome di Tamerlano evoca terrore, orde di mongoli assetati di sangue, implacabili con le loro lame affilate, città devastate, mentre qui viene visto come il grande sovrano illuminato, costruttore di opere monumentali, come Lorenzo de Medici. A vederlo lì, ritratto nel suo monumento, ascoltando le parole della guida, mi viene da pensare che non fosse né migliore né peggiore di molti sovrani e imperatori europei dell’epoca.
Viste dal di fuori, queste imponenti costruzioni segnano l’orizzonte di Samarcanda, ma non dialogano con la città. Sono presenze piacevolmente ingombranti, attorno alle quali la vita sembra scorrere indifferente. La città è moderna, con centri commerciali, palazzi di vetro, enormi tabelloni pubblicitari. Manca un qualcosa che raccordi l’antico al nuovo. Un bagnasciuga della storia dove passato e presente si incontrino. Forse quei carretti trainati da asini, che camminano placidamente nel traffico… Osservando più attentamente, però qualcosa in realtà c’è. Sulla piazza Registan, come alla Necropoli di Shah i Zinda i turisti si mescolano ai locali. Molti, moltissimi uzbeki sono turisti a casa loro, segno del legame che li unisce alla loro storia, alla loro fede. La loro presenza fa sì che questi luoghi non diventino monumenti per stupire lo straniero. Che rimangano vivi. Il passato relegato in luoghi sconnessi dal posto, finisce per musealizzarsi, per estraniarsi dal quotidiano e sopravvivere solo a uso e consumo dei turisti. Paradossalmente, proprio i luoghi che più segnano l’identità di un posto, rischiano così di diventare dei non-luoghi.
Così Samarcanda si porta dietro questa contraddizione. Contraddizione? Chissà, forse è solo il fatto che il peso del mito che le abbiamo assegnato non le si addice, ma rimane un bel posto, pulito, ordinato, pieno di gente sorridente.
La strada verso Urgut corre piatta tra campi coltivati a frutta, cotone, granoturco. Casette a un piano, con il giardino, costeggiano l’asfalto dando un senso di ordine di pulito. Il parcheggio di Urgut è affollatissimo, auto nuove si mescolano a vecchie Lada di sovietica memoria, che resistono indifferenti ai mutamenti della storia. Tetragone a ogni cambiamento, continuano a traportare cose e gente, come se il Muro fosse ancora su, quasi a ricordare ciò che si vuole dimenticare. Urgut è il suo mercato. Una folla di gente si spintona dolcemente nei vicoli del bazar. Senza fretta, con calma, vi si appoggiano contro, vi spostano quel tanto che basta per passare strisciando e continuare. Con grazia. Qualcuno chiede da dove vieni, poi sorride. Nessuno insiste per venderti qualcosa. Un giovane mi dice che è venuto da Taskent per comperare quaderni e penne per i suoi figli: «Qui costa molto di meno» mi spiega sorridendo.
Dietro una cortina di fumo, che lo rende quasi misterioso, un signore magro prepara in continuazione shashliki, spiedini di carne da cuocere alla brace. Accanto, in un'altra nuvola di fumo alcuni ragazzi cuociono i somsa, involtini di pasta sfoglia ripieni di carne, in forni di terracotta a forma di cupola. Dentro la temperatura è altissima, mi dice uno di loro, mentre si avvolge uno straccio bagnato attorno al polso, prima di infilare le pagnottine dentro il forno, appiccicandole con mano veloce alla parete rovente. Una fila di gente si ammassa in attesa che li sforni.
Verso nord. Il paesaggio si fa piatto, scompaiono i profili secchi delle montagne. Qualche dromedario disegna l’orizzonte, mandrie di pecore karakol, dal vello nero, pascolano tranquillamente, mentre il sole si abbassa pigramente sulla steppa con un chiarore lattiginoso. Un tramonto dolce, di altri tempi.
Bukhara vive di una strana allegria un po’ annoiata, polverosa, come se l’indolenza della steppa la avvolgesse di un leggero strato di sonno. La steppa sembra assorbirle tutte le energie. Appena fuori dalla “zona turistica” le stradine sconnesse della città vecchia si intrecciano come i cavi elettrici, che penzolano dai pali come ragnatele infinite. Le casette basse si stringono sui vicoli a proteggerli dal sole. Porte di legno intagliate reggono massicci lucchetti. Sembra quasi che le case siano state costruite attorno alle porte, per dare loro un senso.
Mattoni, sacchi di cemento, tondini di ferro, il quartiere ebraico è tutto un cantiere, che forse non chiuderà mai. Dà l’impressione di essere vivo, tutti riparano, restaurano, costruiscono. Lo è tutto l’Uzbekistan. Gru ovunque, un paese che sta crescendo. Resti di antiche moschee si mescolano al cemento armato. All’improvviso, appoggiato a un muro lo rivedo. Il tubo giallo del gas, che sembra percorrere tutto il Caucaso. Lo si vede ovunque, lungo le strade, attorno alle case. Come ha fatto ad arrivare fino qui? Lo stesso colore, la stessa origine sovietica, quando il gas era gratuito per tutti. Un lunghissimo filo giallo, che sembra cucire insieme le ex repubbliche dell’URSS. Chissà dove andrà ora. Chissà se lo ritroverò.
Quando il sole comincia ad avere voglia di terra, dopo una giornata passata a sconfiggere le ombre dei minareti e delle mura, pazientemente costruite, distrutte e ricostruite nei secoli, le donne iniziano a bagnare le strade, per rinfrescare la serata e placare l’asfalto rovente.
Soli è un uomo di settant’anni. Ha la pelle scura e il volto scolpito da profonde e spesse rughe, che gli conferiscono l’aria del saggio. Era insegnante di francese, ora è in pensione. Parla un ottimo italiano, condito da qualche simpatico francesismo, che lo fa sembrare un po’ Peter Sellers quando fa l’ispettore Clouseau. Non lo dice, ma fu lui ad accompagnare Tiziano Terzani, quando scriveva i suoi reportage, da cui sarebbe nato Buonanotte signor Lenin. Con gesti lenti e voce pacata srotola come un tappeto il passato della città, un susseguirsi di moschee e madrase, che raccontano un islam aperto e pacifico, una religione da mercanti. Il sole cuoce i mattoni centenari come quelli nuovi. Anche qui tutto è stato ricostruito. Il passato si è rifatto presente.
Il grande minareto interrompe la notte di Bukhara, attirando su di sé ogni sguardo. Fiamma d’argilla lanciata nel buio, faro di fede davanti al quale, si narra, anche Gengis Khan pare essersi intimorito. Voleva distruggerlo, dice la leggenda, ma arrivato ai suoi piedi, dovette alzare così tanto lo sguardo, che il cappello gli cadde dalla testa. Lo prese come un segno e decise di risparmiarlo. Magari non è andata così, ma è una bella storia. Oggi i turisti sollevano la bacchetta da selfie e puntano in alto lo smartphone e nessun cappello cade più.
Samarcanda è sfavillante, lucida nel suo brillare di ceramica. Bukhara è sorniona, sonnolenta, Khiva è più ammiccante, con le sue mura perfettamente ricostruite, i suoi muri di fango e paglia, che fanno da sfondo a mille bancarelle turistiche. Ma in fondo questa era città di commercianti, lo è sempre stata e forse un tempo più di oggi, passavano genti venute da lontano e nei caravanserragli, nelle botteghe si vendevano i souvenir dell’epoca. La storia si ripete.
La storia, già, questo fardello con cui dobbiamo per forza fare i conti. O forse no. Le guide spesso negano, minimizzano le immagini negative del passato. Nessuno parla dell’efferatezza di Tamerlano, ma in fondo era lo spirito dei tempi. Anche Costantino, che noi immaginiamo buono e pio, aveva ucciso due fratelli per accedere al trono imperiale. E che l’emiro di Bukhara facesse gettare quelli a lui sgraditi giù dal minareto? No, quelle sono voci messe in giro dai boscevichi, che Soli distingue dai russi, perché tra di loro c’erano anche ucraini, bielorussi, kazaki... Khiva era un importante mercato di schiavi, ma la guida si chiude in un sorriso e dice che non ne ha mai sentito parlare. Quel passato non deve tornare per nuocere il presente. Forse ai corsi di formazione si insegna che il turista potrebbe essere turbato da certi racconti, o forse è rimasto qualcosa della vecchia abitudine sovietica della disinformatja e allora meglio avvolgere il passato con un mantello romantico e rassicurante. Oppure non si è ancora capito il voyerismo morboso di certi turisti, che sarebbero ben più appagati da storie di terrore e violenza. Come spesso accade, due immaginari diversi si sfiorano e non si incontrano, ognuno va per la sua via. Ma poi, saranno davvero veritieri quei racconti di violenze?
Ogni viaggio è un intreccio, più o meno riuscito di visioni del mondo, altrimenti non è viaggio. È visita. L’Uzbekistan ti costringe a riflettere sul rapporto che ogni popolo intrattiene con il suo passato. Cosa fare del tempo trascorso? Delle sue fatiche spese a consumere l’opera dell’uomo? Il tempo grande scultore diceva Marguerite Yourcenar, ma a scapito del lavoro umano. Grande levigatore, piallatore, distruttore anche. Consumatore di materia con cui noi contemporanei tentiamo di lottare.
Che fare?
Un tempo si smontava il vecchio per costruire il nuovo: «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini». Anche qui è accaduto. Poi la concezione moderna di conservare, di pensare quelle costruzioni, quelle opere come appigli solidi per la memoria, che ora si fa materia. L’idea di visualizzare la storia con le sue rughe, inglobando nell’opera il trascorrere del tempo. Nasce il Gran Tour, antenato del turismo e il turista vuole “vedere” la storia, solo così riesce ad apprezzarla. Molti turisti rimangono delusi da Timbuctu, perché hanno letto che era una città medievale, ricca e colta, come Firenze, Siena, Venezia, che sono ricche di monumenti. A Timbuctu il monumento non c’è, è fatta di sabbia e la delusione nasce dal fatto di non riuscire a leggere quel passato. Di non averne le chiavi. Il turista è o almeno è stato per molto tempo, un occidentale cresciuto all’ombra del monumento. Ne ha bisogno, è la prova che gli dà certezze. Inoltre, dà un senso alla sua giornata, che non richiede improvvisazione, ma diventa come quel gioco in cui bisogna unire i puntini, per avere una figura. Il viaggio non è più scoperta, ma verifica. Chissà, forse sta proprio qui la differenza fra viaggiatore e turista (ammesso che esista differenza): il primo cerca la scoperta, il secondo la conferma.
Il tempo lo si può rispettare, lo si anestetizza, lo si congela, ne si blocca il lavoro, ma gli si riconosce la fatica fatta. Il Colosseo, Pompei, l’Acropoli li conosciamo così, con gli acciacchi dei secoli addosso. Non riusciremmo a pensarli diversi. Un affresco da poco restaurato un po’ ci dà fastidio, ci sembra finto, siamo abituati a guardarlo attraverso la patina dell’usura.
Qui è diverso, il tempo lo hanno combattuto e sconfitto. O forse solo ignorato, la storia aggirata, ma non rimossa. Semplicemente rimessa in scena, facendo finta di nulla. Come una commedia di Shakespeare. Era così un tempo, è così ora.
Un falso diremmo noi. Noi, ma gli altri? Chi può dire qual è la via giusta? Il passato è come un baule da cui ciascuno prende di volta in volta ciò che gli serve. Gli uzbeki, i sovietici hanno preso le vecchie tracce e le hanno ricostruite. Khiva è nuova di ricostruzione, ma antica di concezione ed è fatta di terra e paglia. Coma un tempo. Un presente dal cuore antico. Una splendida quinta per un turismo sempre più fatto di selfie, in cui si guarda sempre di meno, ma ci si guarda sempre di più. Le immagini sono egocentrate, il viaggio è sfondo, cornice. Coda di pavone per stupire (stupire?) gli amici, raccontare che non solo sono stato là, ma posso dimostrarvelo. I sorrisi, la posa scema che dovrebbe far ridere o per smitizzare (forse un po’ per vergogna), questo conta, ma conta se sono fatti lì, nel viaggio esotico, in qualche Oriente che appaia lontano. “Io” non è più “l’altro”, caro Rimbaud, io è sempre più Ego. I locali semmai abbelliscono la scena, fanno vedere quanto siamo disposti a familiarizzare, ma rimangono al margine della foto, del viaggio.
In un’epoca in cui l’immagine (non la fotografia, l’immagine), che deve essere subito condivisa, prevale sull’esperienza, in fondo Samarcanda, Bukhara, Khiva e altri luoghi ricostruiti, forse sono molto più moderni di quanto noi riusciamo a pensarli.