Il piccolo piazzale al centro del villaggio è silenzioso. Il vento fresco del primo mattino precede il sole e alza sbuffi di polvere, che si avvolgono a spirale, per poi accasciarsi e tornare di nuovo terra. Le acque dell’Omo scorrono indifferenti, nella loro scia millenaria verso sud a dissetare il lago Turkana. Si sentono alcune voci. Non è ancora del tutto chiaro, ma lungo i sentieri si cominciano a intravvedere sagome snelle, con i loro carichi sulla testa.
È sabato e oggi qui a Dimeka, è giorno di mercato. Piano piano dalle capanne di legno, che circondano il piazzale, escono le prime donne con le loro merci da vendere. Si siedono in angoli diversi, accovacciate, all’ombra, come se ognuna di loro avesse un posto prefissato. Le corte treccine di capelli, impastate con ocra e grassi animali, incorniciano i loro sguardi profondi, persi in un orizzonte lontano. Al collo portano grandi collane di conchiglia. Qualcuna ne indossa fatte di perline di plastica colorata. Una ragazza arriva con passo svelto, portando sul capo una tanica gialla. Un’anziana donna regge sulle spalle una fascina di legno. L’uomo con il corno si aggira nel piazzale, guardano i visi delle donne. Le conosce, sorride e poi alza lo sguardo, per vedere chi arriva. I sentieri che conducono a Dimeka si cominciano a riempire. File di donne, con i carichi sulla testa, arrivano dai villaggi vicini. Il mercato inizia ad animarsi, ma nessuno vende.
«Il mercato non è la casa di nessuno» sostiene un proverbio africano e quindi è di tutti. È un’arena pubblica, condivisa da chiunque sia disposto ad andarci. Il mercato in Africa è aperto, senza confini o barriere che lo delimitano. Aperto a tutti, anche agli stranieri, come lo era l’agorà nell’antica Grecia, dove vigeva la proibizione di entrare nel mercato con le armi indosso. Anche nei numerosi mercati africani di oggi è così, chiunque può accedervi, sebbene proveniente da un luogo diverso o appartenente a un gruppo etnico straniero.
Il mercato è uno spazio neutrale, perché il mercato è tenuto dalle donne e le donne sono garanzia di pace. Sono loro a cancellare, seppure momentaneamente, i confini che ci rendono nemici. Perché noi umani siamo fatti così, tracciamo finti confini che ci dividono, ma poi abbiamo bisogno di comunicare, di scambiare merci, idee, pensieri. E allora dopo avere finto di essere diversi, dobbiamo fingere di essere simili, di poterci incontrare. Creare allora una terra di nessuno, uno spazio tra il già e il non ancora.
“There is a crack in everything, that’s how the light gets in”, canta Leonard Cohen. Ecco, questo piccolo mercato è quella fessura da cui entra la luce, che fa sì che possiamo incontrarci. In pace.
Il sole adesso ha iniziato il suo solito lavoro, sfiancare le persone della savana, come ogni giorno. Il mercato ora è vivo, animato, anche se l’ombra degli alberi non basta più a riparare tutte le donne giunti dai villaggi circostanti. La piazza adesso è quasi piena, ma sul mercato regna ancora una calma assoluta. L’uomo con il corno continua ad aggirarsi e osservare silenzioso. Tutti gli sguardi sono su di lui. L’uomo con il corno è il «capo» del mercato. Il suo compito è di accertarsi, che anche le donne dei villaggi più lontani abbiano raggiunto il mercato. Altrimenti le venditrici locali sarebbero enormemente avvantaggiate dal fatto di essere le prime ad arrivare.
Le donne chiacchierano allegramente. Una signora srotola il suo tabacco, una ragazza arriva con passo svelto, portando due galli sotto il braccio. Un'altra espone la sua verdura. A sentire il vocio che avvolge il villaggio, si direbbe che la merce più importante che circola sul mercato sia la parola.
Verso le undici l’uomo fa un ultimo giro della piazza, si porta al centro e dà fiato al suo di corno. Ora il mercato può cominciare.