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Fousseni

"Il giovane sogna di diventare ricco, l'anziano spera di non diventare povero"


Niente al mondo sembra ossessionare Fousseni più del monsieur le gerent. Fousseni è un tipo magro, mingherlino, con due profonde cicatrici, intagliate sotto gli occhi come scolpite nel legno. Sono più nere della sua pelle e i loro bordi luccicano sempre di sudore. Per la maggior parte del giorno Fousseni gira con la radio in mano, ben protetta dalla custodia in pelle. Non c'è notiziario che gli sfugga. Solo quando il lavoro lo costringe, la posa, ma appena terminato, riaccende e inizia a girare la manopola in cerca della stazione giusta. Fousseni lavora al Motel di Djougou. Nelle calde giornate estive lo si vede trascinarsi nel cortile con le lenzuola pulite in mano. A ogni giro si siede e si asciuga il sudore: “La fatica! Sempre la fatica!” è il suo immancabile commento. Quando la pioggia ha terminato di sfogare la propria rabbia contro quella terra rossa, ormai abituata alle ire del cielo, Fousseni spazza la terrazza del motel. La «fatica»sembra accompagnarlo sempre, in ogni suo gesto. Quando però si parla del gerent allora il suo viso si illumina, la bocca si apre in un sorriso di compassione e scuote la testa: «Non è capace, non è capace di fare niente. Guarda questo bar: fino a un anno fa era pieno, tutte le sere. Adesso, da quando c'è lui ...» e la mano che spazia sui tavoli vuoti sembra terminare il discorso.
«Tu non lo sai, ma io sono conosciuto. Tutti mi conoscono. Mi telefonano dal Canada, dalla Francia, dall'America, tu mi chiami dall'Italia ... Tutti clienti che sono stati qua, si ricordano di me, mi vogliono bene. Lui è geloso, non vuole che mi telefonino e allora ha proibito di ricevere telefonate. Che male c'é? Eh? Pagano gli altri!» e scuote la testa.
Il Motel di Djougou è un posto curioso. Sulle pareti verdoline spiccano alcuni poster arricciati dall'umidità. Immagini per turisti, una fotomodella travestita da sacerdotessa vodù, ragazze sorridenti sulle piroghe a Ganviè e una pianta sbiadita del forte di Ouidah. Sui tavoli intristiscono i vasetti di ceramica con fiori finti, mentre dagli altoparlanti esce musica zairese a tutto spiano. Quando arriva qualche turista, si cambia la cassetta cercando di azzeccare quella della nazionalità degli ospiti. Le lunghe e contorte vie del commercio africano hanno portato su questi tavoli tovagliette di plastica con sopra la ricetta della casseula e della polenta concia.
Jacques, il cuoco, lavora qui solo nella stagione estiva e ci tiene a fare vedere che lui è abituato a un pubblico di ben altro tenore. D'inverno sta a Porga, nelle riserve di caccia della Pendjari, e cucina per i numerosi turisti che frequentano il parco.
«Non so come faccia Fousseni a lavorare per 18.000 CFA al mese. E' niente, niente. Non si può mica lavorare per così poco. Anch'io guadagno poco, ma io sto pochi mesi. E' quel gerent che non va. Non va! Guarda la cucina, è vuota! Non ci sono nemmeno patate».
Diciottomila CFA sono uno stipendio basso e più basso ancora era quello assegnato al guardiano notturno il quale, stanco di passare le notti sveglio per soli 10.000 CFA si era licenziato pochi giorni prima.
Il gerent è alto e robusto, il doppio di Fousseni. Visto sul motorino sembra ancora più grande, con quelle manone che stringono il manubrio, troppo piccolo, come troppo piccolo è l'intero motorino. Sempre elegante, con abiti nuovi e freschi di bucato, il gerent trascorre le sue giornate tra il motel e la città, oziando. Quando passa, il personale cerca di evitarlo, poi tutti cominciano a confabulare tra di loro lanciando occhiate oblique verso l'uomo che si allontana. Quale sia il loro rapporto lo si può dedurre dalla bacheca, appesa enfaticamente dietro il bancone del bar, piena di comunicati nei quali si vieta questo, si impedisce, quello, si minaccia, si impone. Tutto è chiuso a chiave, soprattuto il telefono e quando chiedi di fare una chiamata il gerent si piazza lì davanti con l'orologio davanti al naso per controllare il tempo.
«Cosa ti dicevo? non sa proprio come trattare la gente! Il cliente è re. Io ho gestito questo motel per 17 anni - dice Fousseni - e so come si fa. Bisogna cominciare poco per volta, ma fare le cose bene. Il posto deve essere accogliente e anche la gente deve essere simpatica».
Lungo il racconto nascono piscina, bungalows, tavolini colorati, aiuole fiorite, il cortile si anima dei progetti di Fousseni che con la sua cantilena lenta costruisce il suo motel.
«La gente mi dice di aspettare, vedrai che tornerai a gestire il motel. Quello lo mandano via presto».
Nell'attesa Fousseni cerca un progetto. Una delle massime ambizioni di molti africani è quella di entrare in un progetto di cooperazione. Questi progetti appaiono come una sorta di frontiera nuova in questa terra dove sempre in meno amano lavorare i campi, ma dove l'alternativa sono i lavoretti saltuari delle città. I progetti sono diventati, nell'immagine della gente del posto, una sorta di pozzo di San Patrizio: offrono lavori ben pagati, motorini, abitazione e prestigio, perché dopo aver lavorato in un progetto puoi sempre vantarti di essere stato all'altezza dei bianchi.
La casa di Fousseni è incastonata tra le altre a Kilir, il quartiere reale di Djougou. Di sera la città, intrisa di buio, sembra quasi dissolversi. Si cammina a passi corti e sospettosi, per paura di inciampare in qualche cosa o di mettere un piede in una buca. Adama, la figlia maggiore di Fopusseni dorme già sulla stuoia. L'odore del petrolio della lampada ha impregnato ogni cosa. Sui muri di terra spiccano un poster dei nuovi ministri, uno dei presidenti africani e uno, il più colorato, di Samantha Fox seminuda che sorride dall'alto, sopra il piccolo tavolino dove Adama tiene i quaderni della scuola.
«Ho già comperato un terreno, qui vicino, potrei costruire, ma mi mancano i soldi per la lamiera del tetto. Se riesco a tornare gerent vedrai che bella casa faccio! Tu piuttosto, non conosci qualcuno che lavori in un progetto?».
Usciamo di nuovo nel buio, bucato solamente dal punteruolo luminoso della torcia di Fousseni. La luce verdastra del bar macchia leggermente la strada là in fondo.
«Se vai a Natitingou salutami mio fratello Lawa».

***

Lawa segue un rituale identico tutte le mattine. Arriva nel fresco del primo mattino all'Hotel Bourgogne. Si reca nel ripostiglio dietro alla cucina e inizia a riempire gli scaffali della sua piccola bottega «Souvenirs d'Afrique». E' una tettoia di legno con il tetto in lamiera, chiusa ai lati da stuoie di paglia intrecciate che fanno da muri. Ogni giorno dispone gli oggetti in modo diverso: le maschere, le statuette, gli oggetti rituali, poi i braccialetti, le collanine e le altre piccole cose allineate con gusto sul tavolino. Terminato l'allestimento, Lawa si sdraia sulla stuoia oppure si siede all'ombra del grande mango che sovrasta la sua bottega.
«Io sto sempre vicino al mio campo!» dice grattandosi la testa con aria di scherno. Lawa viene da Copargo: «Quando ero bianco - mi aveva detto un giorno - lavoravo nell'amministrazione, facevo i censimenti, giravo nei villaggi, conoscevo tutto». "Quando ero bianco" voleva dire «quando lavoravo negli uffici«, quando faceva quelli che tanti africani chiamano gli "affari bianchi".
«Poi ho deciso di stare per conto mio, ero stufo di padroni e non c'era più lavoro. Mi è sempre piaciuta l'arte, per questo voglio andare avanti con questo commercio».
Nel 1992, dopo le elezioni vinte dal presidente Nicephore Soglo e dai sostenitori del multipartitismo, è iniziata la campagna di privatizzazione. Il Benin ha via via abbandonato il suo status di "paese dell'Est, per prendere la cosiddetta via democratica. Lawa è uno dei tanti prodotti di questa svolta. Lo stato ha tagliato quasi due terzi dei posti di lavoro e in molti si sono trovati a inventarsi un lavoro o a ritornare ai villaggi, ai campi.
Seduto accanto al suo «campo»Lawa controlla e segue la vita della città. Non c'è notizia, novità, problema che lui non conosca. La sua bottega è infatti la "sala stampa" di Natitingou. L'ombra dell'albero, che sovrasta la bottega, sembra attirare i passanti che si fermano apposta per vedere qualcuno e sentire qualche nuova. Ci sono visitatori abituali e di passaggio. La gerarchia è chiara: sono abituali quelli a cui Lawa, tirandolo fuori dalla bottega, offre un piccolo sgabello su cui sedersi. Gli altri stanno in piedi o si siedono sulla stuoia.
Oggi il cielo minaccia pioggia e l'aria del primo pomeriggio è gonfia di umidità. Tutti guardano verso est per individuare la barriera di polvere e acqua che precede la pioggia. La stagione sta per iniziare e quel venticello dà un po' di sollievo. Il maestro ha ancora in mano i suoi sgualciti registri scolastici. E' un tipo magro, segaligno, con un sorriso simpatico sotto i baffetti appena accennati. Esattamente l'opposto del veterinario: faccia tonda, barba folta e cranio completamente rasato. Ha gli occhi mobili e un'aria di chi è sempre pronto a prenderti in giro. Quando arriva con la sua moto finge sempre di non riuscire a frenare facendo scappare tutti.
«Fa sempre la commedia. Sempre» dice Lawa ridendo. Anche lui è una vittima della democrazia. Prima era veterinario, oggi è stato destinato a fare il burocrate in un ufficio e rimpiange di aver abbandonato il suo lavoro in un progetto sull'allevamento in Mali. I bambini delle scuole elementari sfilano tranquilli verso casa. Qualcuno si avvicina a noi, incrocia le braccia e mormora un timido bonjour, accennando un inchino.
«Io sono vietnamita» dice Bassari per indicare la sua statura piuttosto bassa, resa ancora più evidente dalla grossa testa che poggia su due spalle fortissime. «Sono andato a scuola più tardi degli altri perché per veder se avevi l'età ti facevano fare così» e fa passare il braccio sopra la testa cercando di toccarsi l'orecchio opposto. «Io ho le braccia corte e non arrivavo all'orecchio così mi hanno fatto aspettare». Da qualche tempo ha lasciato il villaggio per venire a Natitingou: «Aiuto Lawa - dice, anche se non si sa bene a fare cosa - intanto mi faccio il passaporto per viaggiare». Lawa intanto è sempre a fare progetti. Seduto sulla stuoia a ricucire i cauri su un cappello rituale, ornato da grandi corna. Commerci, investimenti, acquisti, rivendite, Lawa è sempre con lo sguardo verso il futuro: «Bisogna essere tout terrain» è la sua frase preferita, la sua filosofia di vita. La prima volta che l'ha pronunciata era dopo due giorni di festa. Il sabato c'era stato il tabaski, la festa islamica in cui abbattono i montoni e da buon musulmano Lawa ha festeggiato come tutti banchettando. L'indomani era Pentecoste e Lawa si è unito ai cristiani per banchettare nuovamente.

***


«Arriva quello del piano».
Quello del piano è Pierre, trent'anni, lo sguardo perennemente triste sotto il volto segnato dalla filigrana delle cicatrici etniche dei Betammari-be. Quando parla ha sempre un tono stanco, di chi è stufo di tutto, eternamente insoddisfatto. Pierre gira sempre con in mano una piccola tastiera elettronica alimentata a pila: «Mi piacciono la musica e lo sport. E' solo questo che voglio fare». Lavora al piccolo museo di Natitingou come volontario, e ha sempre quell'espressione svogliata, incisa sul viso come le cicatrici. Trascorre le giornate, disertate dai turisti, seduto a suonare malissimo la sua tastiera. Suoni tristi, svogliati anche loro.
«Cosa devo fare per riuscire nella vita? - mi ha chiesto una sera a bruciapelo - Io voglio riuscire, non mi interessano gli altri. Voglio fare quello che mi piace». Poi ha guardato attorno con aria sprezzante, come guarda sempre il mondo. Con un'espressione di sufficienza.
Sono tornato dopo quasi un anno. Fousseni ha davvero trovato un progetto, o almeno qualcosa di simile. E' stato assunto da un'impresa tedesca che lavora nella regione. Fa il cuoco, il sarto, il domestico e il gestore della piccola contabilità. Finalmente guadagna qualcosa di più e tra poco metterà il tetto di lamiera alla sua casa nuova.
Lawa ha trasformato la sua bottega precaria di paglia e legno in una piccola costruzione in terra anche lei con il tetto in lamiera. Ora al mattino non deve più trasportare fuori tutti gli oggetti dal magazzino, ma con aria soddisfata apre la porticina di legno e ammira la sua esposizione. Appende alcuni cappelli peul ai chiodi che ha piantato nel muro, tira fuori la radio e la stuoia e si sdraia accanto al "suo campo" in attesa di clienti e di amici. La sua botteguccia, appoggiata al muro dell'hotel de Bourgogne, sembra un'escrescenza naturale.
«Se guadagno un po' la ingrandisco e faccio un piccolo ufficio per i turisti. Organizzo le escursioni alla Pendjari, alle cascate, ai villaggi. Può funzionare bene!» dice lucidando un grosso elefante di legno.
Pierre non è più a Natitingou.
«Chissà dov'è quello! - dicono ridacchiando Lawa e gli altri - ha rubato i soldi del museo e poi è scappato. Proprio quando il direttore del museo stava già facendo le pratiche per farlo assumere! Che imbecille».
Martin, il direttore del museo, è un brav'uomo e i sembra davvero dispiaciuto quando mi racconta il fatto, seduto anche lui davanti alla bottega di Lawa. Stava già mandando avanti i documenti al ministero, forse sarebbe passata la richiesta di assunzione. Invece quello cosa fa? Ruba quei pochi soldi che c'erano nella cassa. L'hanno catturato subito e messo in prigione, ma dopo una settimana è scappato.
«Pare che sia a Parakou» dice qualcuno scuotendo la testa. Lawa continua a lucidare il suo elefante con il lucido da scarpe.
«Ah, quelli del piano!» dice a allontana l'elefante per ammirarne la nuova lucentezza .


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