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I quaderni di Louga

La donna estrae i quaderni da una sacca di tela, dove li conserva tutti ordinati, foderati da copertine di plastica rossa. Calligrafie tonde, regolari, lettere che non superano mai le righe fini della pagina. Le vocali, le consonanti, le prime operazioni, fino alla composizione di frasi e all'esecuzione di esercizi di aritmetica.
La donna apre uno a uno i quaderni e li mostra con un sorriso di leggero orgoglio. Il suo volto anziano sembra ringiovanito dal velo rosso che le pende sul capo. E' la presidentessa di uno dei groupement femminili sorti nella regione di Louga, nel Sahel senegalese.
«Sono state loro a chiederci di intervenire» mi spiega Omar, il responsabile dell'A.N.A.F.A., un'associazione che opera nel campo della formazione in diversi villaggi della zona.
«Abbiamo visto che tutti i progetti di aiuto allo sviluppo, che non sono stati preceduti da una fase di formazione, sono inevitabilmente falliti. Non si riesce a gestire nessuna attività, se non si è in grado di scrivere, leggere e fare i calcoli. Perciò, prima di avviare qualsiasi tipo di attività in un villaggio, si provvede a una fase di sei mesi di alfabetizzazione». Destinatarie sono le donne, quasi tutte sposate e con figli, che danno vita al groupement. Gli uomini sono tutti seminomadi e sono spesso lontani dai villaggi in cerca di pascoli per i loro animali.
«In sei mesi le donne riescono a imparare a scrivere e a fare le quattro operazioni» dice l'insegnante, indicando quei quaderni rossi, che la donna continua ad aprire uno alla volta per mostrarli ai visitatori. Mi sembra incredibile, tenendo conto che queste donne vanno a scuola per due ore al giorno, con i bimbi in braccio e dopo una giornata di lavoro.
Nel cortile di un’abitazione vicina le donne si sono riunite per il rimborso dei crediti e una nuova ridistribuzione. Con il prestito ricevuto qualcuna ha acquistato piccoli animali, un'altra delle stoffe e ha confezionato vestiti che ha rivenduto. Accanto alla presidentessa siede la segretaria che annota tutto sui suoi quaderni, incolonnando numeri con la stessa calligrafia precisa dei quaderni di scuola.
Poco distante, grazie agli aiuti del progetto, è sorta una piccola bottega di villaggio. Gli scaffali, dentro, sono semivuoti e abbandonati.
«Siamo in attesa dell'approvvigionamento» dice una donna dietro al banco. E' lei, insieme ad altre due colleghe del groupement, a gestire la bottega per questo semestre. Grazie a questa iniziativa le donne non devono più recarsi a piedi a mercati talvolta distanti chilometri, per acquistare generi di prima necessità. Sono le responsabili della bottega ad andare al mercato per tutte le altre. La gestione è a rotazione: tre donne a turno, ogni sei mesi e ogni terna di donne è responsabile dell'andamento e della contabilità nel proprio periodo.
Da sotto il bancone escono due quaderni. Anche qui numeri in colonna, scritti in blu e in rosso. Entrate, uscite, ricavi, tutto viene incolonnato su quei quaderni. «Se c'è un ammanco, siamo noi a pagare. Per questo dobbiamo tenere a posto la contabilità».
Fuori dalla porta i bambini si spingono per vedere i bianchi che sono nella bottega. Un uomo alza la mano minacciosa e i bambini si allontanano correndo nella polvere.
«Ci rivolgiamo soprattutto alle donne perché danno maggiore affidabilità. Loro sono stabili, rimangono nei villaggi, mentre gli uomini o sono nomadi o vanno a cercare lavoro nelle città. Per questo puntiamo di più sui groupement femminili» dice Henry, un animatore dell'A.N.A.F.A., mentre percorriamo una pista sabbiosa, che porta nella valle del Ferlo.
Il paesaggio sembra immobile, come sotto una nevicata. Un pastore passa lento nella piana, seguito dai suoi cammelli. Lontana una mandria scivola silenziosa, lasciando una nuvola sottile di polvere.
Un asino tira un carretto con sopra una donna. Una camera d'aria di un camion vuota, penzola flaccida come un mollusco. Arriviamo a Negue, dove sulla piana spicca una grande pompa. Sembra un insetto gigante in mezzo alla sabbia. Cinque o sei ragazze si appendono al braccio della pompa e riescono ad azionarla con il loro peso. La pompa risale, sollevando in aria le ragazze. Sembra un gioco eppure questo sforzo è causa di molti aborti da parte delle donne di questi villaggi.
«Purtroppo il motore è rotto da tempo - dice Henry osservando l'altalena delle ragazze - e loro sono costrette a pompare a mano». Dall'altro lato della pompa le donne a turno riempiono le camere d'aria sui carretti e ripartono al passo sempre più lento dei loro asini.
Raggiungiamo a piedi le acque limacciose e povere del Ferlo. Alcune mucche stanno sdraiate pigramente sulla riva e un gruppo di pellicani galleggia sul fiume, che ha riconquistato il suo letto.
Il Ferlo era un affluente del fiume Senegal e le sue acque alimentano il Lac Deguier. Ma negli anni Sessanta la parte alta della valle è andata via via prosciugandosi, lasciando una conca secca ed erbosa a subire i colpi del sole. Da qualche anno il governo senegalese ha intrapreso un'opera di risanamento della zona, scavando il letto del fiume, affinché le sue acque possano nuovamente raggiungere l'area di Negue.
«Tra poco qui sarà di nuovo allagato. Bisognerà attendere un paio di anni perché la terra perda la salinità. Poi potremo avviare l'opera di bonifica e impiantare coltivazioni lungo tutta la sponda del fiume» dice Henry indicando con un largo gesto della mano la pianura, leggermente ondulata, che costeggia il fiume.
«Tornate fra tre anni, vedrete come sarà qui!»
Facciamo ritorno al villaggio, verso una casetta squadrata di mattoni. Un uomo anziano con un passamontagna in testa apre la porta arancione in metallo. Dentro c'è un mulino azionato da un motore a gasolio, collegato con una cinghia di trasmissione a una macina meccanica.
«Con il metodo tradizionale del mortaio per macinare un chilo di miglio, le donne impiegano circa un'ora. Grazie al mulino se ne possono macinare cinque chili in meno di venti minuti e senza fatica» spiega l'anziano, mentre arrotola la corda per avviare il motore.
Il mulino è stato installato grazie all'aiuto del progetto ed è gestito dalla gente del villaggio. «Chi viene al mulino paga 15-20 CFA per ogni chilo macinato. La quota viene stabilita dal groupement. Tutto viene registrato qui sopra ...». Tra le mani del mugnaio compare un quaderno, foderato con carta da pacco.
«Vengono segnate in blu le entrate e in rosso le spese per il gasolio e per la manutenzione. A fine mese si divide il ricavato in tre parti: la prima serve a pagare il salario del mugnaio, la seconda per coprire le spese di manutenzione, la terza viene depositata in banca e va a costituire un fondo di ammortamento per il mulino». E' stato calcolato che un motore dura circa dieci anni e in questo periodo è possibile risparmiare il denaro sufficiente per acquistarne uno nuovo.
E' ancora un quaderno a raccontare la storia di un successo. «Noi abbiamo il mulino da cinque anni e abbiamo già la somma sufficiente per un altro motore» dice il mugnaio, indicando un numero a più cifre, scritto in blu con calligrafia regolare.


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