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Guardare dall'altra sponda

Il fiume Senegal scorre in una striscia di terra verde, coperta da alberi un po' sbiaditi. Una striscia esile, minacciata dalla sabbia e dalla crosta arida che si stendono sia a nord sia a sud delle due sponde. A nord, pochi km di pianura separano le acque del fiume dal deserto della Mauritania. A sud si apre la vasta piana del Sahel senegalese.
La strada che conduce a Richard Toll è attraversata da ondate sottili di sabbia che si alzano appena da terra per ricadere dall'altra parte dell'asfalto. Anche Dagana, un piccolo gruppo di case lungo la strada, è avvolto nel pulviscolo giallastro.
«Non è facile a 51 anni metterti a lavorare la terra. Devi farti venire le mani e i piedi come quelli dei contadini». Il vento polveroso di gennaio agita il lungo boubou verde di Amadou Touré, ex insegnante e ora principale animatore del campo rifugiati di Dagana, nel Senegal settentrionale.
Touré, come molti altri wolof senegalesi, lavorava fino a qualche anno fa in Mauritania, insegnando francese nelle scuole locali. All'epoca della Guerra del Golfo la Mauritania si è schierata dalla parte dell'Iraq di Saddam Hussein, il quale aveva fornito aiuti al paese, chiedendo però di attuare una politica filo-araba.
«I mauri si sentono bianchi - dice Touré, toccandosi la pelle nera del braccio - e pensano di appartenere al mondo arabo. Per questo hanno iniziato ad avviare una campagna contro i neri come noi, dicendo che gli rubavamo il lavoro».
Sono iniziati così episodi di violenza nei confronti dei senegalesi residenti al di là del fiume. Episodi subito bilanciati da analoghe ritorsioni verso i commercianti mauri che vivevano in Senegal. «La gente ha iniziato a picchiarci e a insultarci e qui, in Senegal, facevano lo stesso con i mauri».
In questo angolo d'Africa, ignorato da tutti i mass media e le CNN del mondo, la tensione saliva parallelamente a quella del Medio Oriente via via che la "tempesta nel deserto" si avvicinava all'Iraq.
Una notte Touré ha sentito bussare alla sua porta e uomini senza divisa sono entrati in casa sua, hanno preso lui e la sua famiglia e li hanno accompagnati a Rosso, sulle sponde del fiume. «Lì c'erano già centinaia di altri senegalesi. Ci hanno ammassato sulla riva, poi ci hanno caricati su dei barconi e ci hanno scaricati di qua in Senegal, minacciandoci se avessimo tentato di tornare».
Così Touré e gli altri hanno perso la casa, l'auto e tutto ciò che possedevano. Si sono rifugiati a Daganà, sulla sponda meridionale del fiume e, con l'aiuto dell'ACNUR hanno dato vita a un campo profughi, dove oggi vivono 540 persone, tutte deportate dalla Mauritania.
«In un primo tempo le Nazioni Unite ci hanno portato aiuti, poi hanno abbandonato il campo. Così abbiamo dovuto prendere in mano la situazione. Abbiamo così creato un comitato per la gestione del campo e abbiamo chiesto all'OFADEC, un'associazione senegalese di aiutarci avviando un'azione di partenariato con ONG europee».
Al primo sguardo le capanne del campo di Daganà hanno un'aria provvisoria, come se la gente non attendesse che il momento buono per abbandonarle in cerca di un destino migliore. Eppure, tutto attorno, è sorta una macchia dal verde intenso, che neppure la polvere dell'inverno riesce a sbiadire. Grazie all'installazione di alcune pompe si sono irrigati i terreni e sono state avviate colture di mais, cipolle, patate dolci, zucche e melanzane.
«Non siamo ancora all'autosufficienza alimentare per il campo, ma contiamo di arrivarci tra non molto» dice Touré soddisfatto. Nel campo è stato installato anche un piccolo ambulatorio, gestito da un infermiere, anche lui deportato dalla Mauritania. La vita continua e il campo sembra riacquistare fiducia, ma quale futuro attende questi profughi esiliati nel proprio paese natale?
«Oggi la Mauritania sta cambiando politica - sostiene Touré, mentre ci chiniamo verso il grande piatto di riso e pesce che sua moglie ha preparato per noi - Dopo la sconfitta del Golfo ha preso le distanze da Saddam e ha iniziato a chiedere aiuti alla Francia. Il governo di Parigi sta facendo da mediatore tra Senegal e Mauritania, però noi rifugiati non possiamo partecipare alle trattative e questo non è giusto».
«Pensa di ritornare?»
«Ce l'hanno chiesto, ma noi abbiamo rifiutato e diremo di no fino al momento in cui non ci daranno garanzie di restituirci tutto ciò che ci è stato tolto. A me mancavano cinque anni alla pensione e oggi dicono che non si può fare niente. Non possiamo accettare di tornare a queste condizioni. Vogliamo riavere ciò che era nostro. Allora potremo tornare».
Lo sguardo di Touré è sereno, ma fermo e sorride sicuro, mentre si gratta i calli dei piedi, simili ormai a quelli dei contadini.




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