MARCO AIME - LOGO UFFICIALE v.2

Objets d'art

Ora che ci vede di meno, il mattino è sempre uguale, in ogni stagione. Non proprio, l’aria umida dell’estate si sente sulla pelle, pregna di pioggia a venire e quella più rasposa della stagione secca, spinta da un harmattan ormai fiacco, dopo tanti chilometri percorsi dal Sahara a queste coline dell’Atakora. La luce, però, gli sembra sempre la stessa da quando un’ombra leggera è scesa sui suoi occhi.
Lawa prende il suo motorino, un Panther di fabbricazione ignota, probabilmente cinese. Non ne circolano altri a Natitingou. Lo tiene in una stanza a casa sua e ha fatto apposta uno scivolo di cemento per poterlo fare entrare e uscire. Deve pedalare per avviarlo, ma a volte lascia che prenda velocità da solo, lungo la discesa, cercando di evitare le buche. Le conosce a memoria e ora che non vede più bene, gli torna utile.
Scende fino all’asfalto, gira a destra e percorre la strada fino al suo «campo». Lo chiama così il suo negozietto di artigianato. Una costruzione azzurrina, appoggiata al muro dell’hotel.
Lawa apre il lucchetto e piano piano comincia a tirare fuori statue, maschere, cesti, armi antiche, collane e braccialetti. Dispone tutto con cura, appende le maschere e gli scudi lungo il muro esterno, spolvera un elefante di legno che serve da sgabello, allinea le piccole sculture in bronzo che arrivano dalla Nigeria, poi piazza davanti all’ingresso due grosse statue di legno, alte come una persona. A volte mette loro un cappello o una collana.
La strada intanto inizia ad animarsi. Nessuno passa di qui senza salutare Lawa. Tutti si fermano a fare due chiacchiere. Il poliziotto svogliato che perde tempo per ritardare l’ingresso in caserma, il veterinario calvo che spegne il motorino e si siede a parlare di politica, due donne che raccontano le ultime novità dal villaggio. Parlano in piedi, senza posare i carichi che portano sulla testa.
Lawa prepara sgabelli per tutti, discute, saluta in sei-sette lingue diverse, wama, yom, otammari, hausa, dendi, gourma... Una donna porta una ciotola con la bouillie per la colazione, intanto lui si è messo a infilare perle colorate per fare collane. L’alba dura poco nella stagione secca, inizia subito a fare caldo.
Un ragazzino arriva di corsa a dirgli che è arrivato un gruppo di spagnoli. Lawa si alza, guarda i suoi oggetti esposti, li riallinea, raddrizza una maschera, dispone meglio i braccialetti di rafia colorata. Sa che agli spagnoli piacciono le maschere del Burkina Faso, gli italiani, invece, preferiscono le statuette in ebano, i tedeschi...
Il mattino ora si riempie di voci e di rumori. È giorno di mercato. File di donne, motorini scoppiettanti che fanno un fumo azzurro. Qualcosa è cambiato nel panorama sonoro della città. Al gracchiare secco dei motori a due tempi giapponesi si sovrappone da qualche anno il borbottare offeso dei quattro tempi cinesi. Sanili, Skygo, Royal, Kawada, Suzuma cento nomi per moto uguali. Forse è una stessa fabbrica che li produce con nomi e colori diversi. Il motore e il telaio sono sempre gli stessi.
Gli avvoltoi si sono già appollaiati sul grande albero che fa ombra ai macellai del mercato, che abbattono capretti e montoni. la fila delle donne è continua, molte passano davanti alla bottega, salutano senza nemmeno fermarsi, lo sguardo diritto, il carico sul capo. Lawa saluta, non sempre le riconosce, la vista lo ha costretto in un piccolo cerchio, circondato di nebbia.
Arriva un ragazzo dall’aria un po’ sottomessa. Apre un sacco di juta e tira fuori alcune statuette. Lawa le soppesa, le gira e le rigira. Discutono sul prezzo. Lawa gliele vuole restituire, troppo care. No, no dice il ragazzo. Poi ci pensa un po’ e abbassa il prezzo. «Così va bene» fa Lawa e tira fuori i soldi dal taschino.
Il veterinario saluta e riparte. Gli avvoltoi ruotano in aria in attesa delle frattaglie. Tutta la città si riversa sul mercato. Lawa si siede accanto al suo campo e aspetta gli spagnoli.

MARCO AIME - LOGO UFFICIALE v.2
text-align-justify