«Eddai! Porca vacca, vuoi partire?». Paolo non vorrebbe fare troppo rumore a quell’ora di mattina. Sono le cinque e nella via dormono tutti. Quasi tutti. Il borbottare sordo di uno di quei furgoni che vanno al mercato, allenta il silenzio. Paolo guarda l’uomo, tutto imbacuccato, che guida il mezzo. L’uomo guarda a terra, sembra quasi che dorma. Solo il puntino rosso della sigaretta rivela che è sveglio. L’uomo del carretto non si volta nemmeno a guardare. Forse il suo rumore copre quello dell’auto di Paolo. O forse non ha voglia di interessarsi. A quell’ora…
Con il freddo è sempre la stessa storia, la vecchia Punto raschia, tossisce, scatarra, ma il motore non prende. Dai! Il mattino d’inverno è una lastra di metallo gelido a Torino. Le stelle sembrano congelate, l’aria dura. Dai! Il motore si torce in ultimo sforzo, poi si avvia. Paolo preme appena l’acceleratore per farlo scaldare un po’. Piano, ha paura che si spenga. Bisognerebbe cambiarla, ha 124.000 chilometri e la carrozzeria comincia ad arrugginire. Bisognerebbe anche cambiare la cucina. Mentre imbocca il corso, diritto, deserto, continua a pensare a quante cose ci sarebbero da fare.
Rosso. Sono in due al semaforo, lui e un altro nell’altra direzione. Dieci anni fa a quell’ora c’era la coda. Coda di marmitte che fumavano per il freddo. A Paolo era sempre piaciuto guardare il rosso del semaforo contro il cielo antracite del mattino. Chiudeva gli occhi per un istante, poi li riapriva, sperando di vedere il verde. Era un giochino così, un po’ stupido, ma gli piaceva farlo. Ora non ricordava da quando aveva smesso. Non si era quasi accorto di non farlo più.
Lo sorpassa un’auto. L’unica. La cassa integrazione, la crisi, la Fiat, l’elettrico i cinesi, il mercato. Eccole lì tutte quelle parole: un corso deserto e i bar dove quelli del primo turno facevano colazione? Ne è rimato uno, laggiù, vicino all’imbocco dell’autostrada, dove si fermano i camionisti. Per quanto? I due gestori sono già anziani. E i venditori de La Stampa davanti ai cancelli delle fabbriche? Ne vale ancora la pena?
Paolo si ferma al bar. Facce ancora scure, occhi sottili, pochi parlano. Il suono più forte è lo sbattere delle tazze sui piattini. Un cenno con il capo al barista che sa già cosa vuoi. Si paga in silenzio, un arrivederci con voce rasposa e via nel freddo.
La Punto sfiora il parcheggio del centro commerciale. L’asfalto sembra vagamente rosa, per l’alone dell’enorme insegna rossa, accesa anche di notte. Oggi c’è l’incontro con i rappresentanti sindacali, la direzione dirà cosa si è deciso sulla produzione. «Outsourcing» lo chiamano, no? E il costo del lavoro e la Cina e questo e quell’altro. Erano più di mille quando era stato assunto. Ora? Non si riesce nemmeno più a fare il torneo interno di calcio. Anche perché oramai sono tutti anziani per giocare. Di giovani quanti ne hanno assunti negli ultimi anni? E se danno da fare ad altri anche le guarnizioni lui e i suoi colleghi sono fregati.
Mobilità, seeh! A quarantasette anni cosa vai a fare?
Paolo lascia la macchina nel posteggio, si stringe nel giaccone e si avvia verso l’entrata. Un saluto alla guardia, chiusa nella guardiola, con la sua stufetta e via alla pendola. L’ha sempre odiata, ma a quell’ora è davvero insopportabile. Ora con quelle elettroniche va meglio, ma prima, quel clang! Alle sei meno un quarto di mattina, con la fila delle presse che ti aspetta, no, proprio...
«Eppure adesso stiamo qui a sperare che ce lo lascino ‘sto lavoro» fa Rovetto, mentre si infilano la tuta.
«Bella roba, eh?»
«Mei che niente, no?».
Già, meglio di niente, ha ragione Corio. Perché alle presse è brutto, respiri vapori tossici, corri dietro alle macchine, d’estate, quando fa caldo, ogni volta che apri quella bocca d’acciaio a 180 gradi ti senti soffocare, ti bruci le mani con la gomma bollente, però...
«Ciao, la sette non chiude bene e la nuova, qui, fa un po’ di bolle sui pezzi al fondo. L’ho già detto al capo turno, ma dillo anche al tuo». Rizzi al mattino era sempre di buon umore. A lui la notte non pesava, era fatto così. Faceva ridere con quel suo piemontese venato d’accento pugliese.
«Ti ho già caricato un giro. A buon rendere»
«A buon rendere».
Si conoscevano da quindici, forse sedici anni, se vedevano da sempre per pochi minuti, al cambio turno. Rizzi va a fare la doccia, lui controlla i timer. Un minuto prima che quella boccaccia rovente si apra. Il corridoio tra le presse ora è più largo e illuminato. Una volta era più fitto, più gente, si scherzava da una fila all’altra. I carrelli andavano su e giù continuamente. Era anche più buio e più sporco e di aspiratori ce n’erano meno...
«Ciao, speriamo bene oggi». Il carrellista era venuto a cambiare uno stampo.
«Speriamo».
Oggi c’è l’incontro con i rappresentanti sindacali, la Cina, il costo del lavoro, la concorrenza...