Un cerotto. Un cerotto appiccicato sulla pelle morbida del deserto a sanare chissà quale ferita. Questo sembra la pista dell’aeroporto di Timimoun, mentre appare sbiadita dall’oblò rigato del Fokker che arriva da Algeri. Attorno a quella striscia una spianata rosa appena increspata da sassi e arbusti. All’orizzonte i fianchi dolci delle dune dell’Erg. Rosa anche loro in questa luce del tramonto, ma pronte a diventare ora grigie ora gialle per sottolineare la fatica quotidiana del sole.
La città di Timimoun è a due chilometri dall’aeroporto. Ci si entra senza accorgersene. Le prime case, più squadrate e moderne sono rosse anch’esse, come quelle più antiche della città vecchia, che si stringono nella medina. Sono sparse all’inizio, segno di un insediamento che sta nascendo, poi si fanno più fitte e allora si vede che ci sono vie e strade tra quelle case.
Brahim, il nostro accompagnatore, dice all’autista di svoltare a destra in una stradina sterrata e stretta. Le case hanno i numeri verniciati sui muri: “Sono i quartieri nuovi – dice Brahim – E’ ancora tutto provvisorio”. L’auto si ferma davanti alla numero 58. Una signora di circa quarant’anni dalla pelle nera ci apre il portone e ci saluta cordialmente. “É madame Djemma” dice Brahim, mentre attraversiamo il cortiletto ed entriamo nella casa. Ci sediamo sui tappeti che coprono il pavimento. I bicchieri per il rituale tè alla menta sono già pronti e la teiera arriva dopo un istante. La stanza è bianca, sa di pulito. Nel muro sono state scavate delle nicchie decorate con il gesso nelle quali sono nascoste le lampadine che illuminano con luce soffusa. “Le ha fatte lui” dice Djemma indicando Brahim e lui sorride sdentato sotto il turbante.
Usciamo nella strada e ci incamminiamo verso il centro città. Una strada larghissima con al centro un largo marciapiede per camminare, questo è il centro. Lungo la via si incontrano fontane dalle forme eleganti e armoniose. Tutte senza acqua. Il vento soffia in continuazione e solleva una nebbiolina gialla di sabbia. Al fondo della via, accanto al semiabbandonato Hotel Oasis Rouge, sorge la Porte du Sudan, un arco di terra rossa che apre la città sulla spianata del deserto. Una porta sull’Africa, quella nera, che dà a Timimoun un’aria di frontiera, a cavallo tra il Maghreb e il sud del Sahara. Lungo la strada i negozi e le bancarelle sono chiusi. Siamo in periodo di Ramadan e aprono solo dopo il calare del sole.
Passiamo accanto all’Hotel Gourara, il più grande e forse l’unico funzionante. E’ di colore rosso, come tutto qui a Timimoun, ma la forma è squadrata e massiccia. Nulla a che vedere con quelle linee arrotondate dell’architettura locale. Scendiamo nel palmeto seguendo il passo rapido di Brahim. “Vedi, qui tutti hanno chiuso, ma io, nel mio piccolo riesco ancora a lavorare”. Brahim Selkh è un uomo di quarantatré anni, magro da fare paura. A prima vista sembra un tipo ombroso, quasi inquietante, con il volto reso ancora più fosco dal telo azzurro che gli incornicia il capo. Ma è un tipo vivace, dall’umorismo sottile e dall’intelligenza pronta. Dietro alla sua apparente trascuratezza si nasconde un’ottima capacità organizzativa. Lui e Djemma hanno messo in piedi una piccola agenzia che, per usare espressioni alla moda, propone un turismo responsabile. Si dorme in una casa tradizionale, immersa nel palmeto di Timimoun e restaurata con l’aiuto di un avvocato di Napoli, grande viaggiatore, diventato grande amico di Brahim. Si mangiano piatti cucinati da Djemma e da altre donne del posto, si ascolta musica tradizionale e si può partire, a piedi accompagnati dai cammelli, lo splendido circuito del Gourara. Sei sette giorni a passo d’uomo tra diversi tipi di deserto, da un’oasi all’altra. Ci accompagnano due cammellieri, un giovane alto dallo sguardo serio e un signore più anziano con una barbetta a punta e ricorda i disegni di Alì Babà sui miei libri d’infanzia. Ha un’espressione allegra e ama scherzare. I cammelli siedono pigri, indifferenti al vento. I due soppesano i carichi, li bilanciano e li legano. Poi via via li sistemano sulle schiene dei cammelli. Si parte nel pomeriggio, i tempi qui sono sempre lunghi. Il deserto fuori Timimoun inizia con una spianata dura, da cui affiorano numerose le rose del deserto, schegge di sabbia pressata dal vento. I cammelli ondeggiano mollemente sulla sabbia. Hanno gambe dinoccolate che sembrano cedere sotto il peso.
La spianata è interrotta da qualche arbusto avvinghiato alla terra per non essere strappato dal vento. Poi inizia il petit erg, una fascia di dune alte e bellissime. Il piede affonda, scivola ed è una sensazione dolce quella di camminare a piedi scalzi sulla sabbia che si raffredda via via che il sole scende.
Ogni sera si raggiunge un’oasi. Piccoli grumi di case avvolte da un palmeto. Sbiaditi e polverosi visti da fuori, questi palmeti nascondono un mondo vivo e coraggioso. I sentieri che li percorrono sono costeggiati da orti verdissimi. Piccoli rigagnoli di acqua fresca li lambiscono e li nutrono. Seguendo questi ruscelli verso la sorgente li si vede riunirsi: prima due, poi altri due poi altri ancora a formare canali più grandi. E’ questo il sistema delle foggare, una tecnica semplice e perfetta per suddividere l’acqua in parti uguali. Spesso la sorgente è lontana dall’oasi. Gli uomini di qui hanno creato canali per portarla fino all’abitato. Canali sotterranei per impedire l’evaporazione nelle stagioni più calde. All’interno dell’oasi il canale principale viene diviso da una sorta di pettine, costruito in terra, che lo frammenta in una dozzina di canaletti minori, tutti uguali che si dirigono in direzioni diverse verso gli orti. Ciascuno di questi canaletti viene successivamente diviso, grazie a un altro pettine in rigagnoli minori e così via in modo da portare a ogni appezzamento una quantità d’acqua uguale alle altre.
Le stradine delle oasi sono strette e spesso coperte dalle case. Si formano dei corridoi ombrosi, dove la gente in estate siede per ripararsi dal sole, mentre d’inverno servono per proteggersi quando il vento di sabbia soffia troppo forte. In alto, sulle alture che incrinano l’orizzonte, si vedono numerosi resti degli ksar, le fortezze costruite per difendersi dagli assalti dei predatori.
Il ritmo delle camminate è tranquillo, induce a pensare, come tutto il deserto. I paesaggi si alternano, dune, sassi, crosta e ancora dune. I colori cambiano durante il giorno trasformando il mondo attorno. Si incontrano pozzi abbandonati, invasi dalla sabbia e pozzi nuovi, appena ricostruiti.
Alla fine del trekking, dopo avere superato l’ultima fascia di dune, il deserto si placa nella vasta spianata sassosa che un tempo era un vasto lago salato e oggi è poco più che uno stagno. Laggiù si vede la scarpata sulla quale sorge Timimoun. Dà sempre una sensazione di piacere vedere una meta lontana. La vedi, ma sai che ci vorranno ancora ore prima di raggiungerla. Inizi ad assaporarla da lontano, a immaginare che per oggi il tuo camminare è finito. Forse ritorna a galla quella fatica del viaggio degli antichi descritta da Eric Leed ne La mente del viaggiatore. La parola travel in inglese significa viaggio e ha la stessa radice del francese travail, lavoro e dell’italiano travaglio. Il viaggiare di Ulisse era fatica, non piacere. Fatica che noi, viaggiatori a piccole rate, andiamo a cercare in un ritaglio del nostro calendario annuale per sentirci meno automobilizzati. Per inventarci un po’ avventurieri, lasciando a casa alcune delle nostre garanzie quotidiane.
I cammelli scivolano indifferenti lungo quella piana, mentre la città si avvicina impercettibilmente. Brahim è là ad attenderci con una vecchissima Land Rover scassata e fumante. “Brahim è povero, va a piedi, vedi” dice spesso con un tono un po’ lamentoso, ma alla fine trova sempre l’auto da noleggiare per quello che ti serve. Cammina, corre, telefona. Non ha nemmeno un ufficio, ma si dà un gran da fare e alla fine tutto fila liscio. Ci porta all’Hotel Gourara. Anche qui, come in tutta l’Algeria, il crollo del turismo ha gettato in crisi gli operatori locali. L’hotel ha ampi saloni vuoti e impolverati. La posizione è bellissima, affacciata sul palmeto e sulla scarpata che dà sul deserto. L’atmosfera, forse per l’aria di abbandono che pesa su questi locali vuoti, è da Deserto dei Tartari.
Oggi è il giorno dell’Aïd, si festeggia la fine del Ramadan. I vicoli della medina sono pieni di gente vestita di bianco. Si incontrano, si salutano con gioia. I bambini indossano gli abiti della festa. “Saalam aleikum”, “Aleikum al saalam”, le cantilene dei saluti si inseguono tra i muri rossi delle case. Una città gioiosa e in festa. Questa è Timimoun e questo è anche l’Islam. Non quello che conosciamo dai media, fatto di terrore e sgozzamenti che spesso attribuiamo ai principi di quella religione. L’Islam, quello della stragrande maggioranza dei musulmani del mondo, è religione pacifica, come questa gente che si e ci saluta per le strade, felice di avere terminato il lungo digiuno del Ramadan. Il sole stenta a infilarsi nelle fessure delle vie della medina. Lame d’ombra tagliano le strade. Qui il vento non si sente. Se ne percepisce il soffiare solo guardando in alto, le foglie delle palme che ondeggiano pigramente.