Silenzio. Mi guardo attorno e mi sembra impossibile. Mi viene voglia di arrivare fino all’inizio della via, leggere la targa per essere sicuro che quella sia proprio Khaosan road. Lo so che è lei, ma in questo rarefarsi del buio è un altro mondo. Nulla si assomiglia. Guardo i coriandoli per terra, i bicchieri versati. La brezza notturna deve avere spazzato via le nuvole di marijuana, che ieri sera invadevano la via con una nebbia che portava lontano.
E poi il silenzio e la strada. Adesso si vede la strada, ieri notte no. Era una folla assordante, masticata da luci psichedeliche, che tradivano il buio, lo scacciavano dalla festa. Perché lì non deve arrivare. La notte va capovolta, il sonno sputato via. È il mondo dei ritmi tecno, sparati a tutto volume, che si intrecciano in suono caotico e corale. Non è la musica, è il ritmo che spinge il corpo a contare. Anche la luce si perde in mille rivoli colorati, inquieti, nervosi, che illuminano visi perduti in un caotico nulla.
Bicchieri di bibite dal colore improbabile spiccano nel fumo che ristagna. Venditori di erba pubblicizzano la loro merce con slogan ritmati. Puoi anche non comprarla, basta passeggiare nella folla, per inebriarti di fumo. Passeggiare… non è il verbo giusto, ci si incunea nella calca informe, si striscia contro corpi traballanti da troppa birra, cocktail e canne. Vista dall’altro la via sembra una grande ameba stordita, che muta continuamente la sua forma, senza trovare una soluzione.
Gli sguardi si annebbiano con il passare delle ore, l’ossessione ritmica continua, lo sciamano elettronico spara i suoi watt per un aldilà alcolico e dolciastro. Un sabba 2.0. Una scheggia impazzita nell’immensità di Bangkok.
La notte ha i suoi tempi terrestri, a qualsiasi latitudine. Piano piano gli addetti spengono gli amplificatori, i venditori di erba sbaraccano, intontiti anche loro dalla roba venduta. Le luci annegano nell’ultimo buio, resta un tappeto di bicchieri di plastica, di cartacce, di cannucce. Gli ultimi irriducibili, si trascinano a fatica, ridendo e vomitando. Nella prima luce un ragazzo trascina la fidanzata verso l’hotel. La ragazza sembra avere perso i sensi, il corpo inerte. Tracce di vomito macchiano la camicia bianca. È vestita da scolaretta, minigonna a pieghe e calzettoni bianchi. Biascica qualcosa, ma non ce la fa a reggersi in piedi.
Il fruscio delle scope degli spazzini ha qualcosa di sacro in questo mattino silenzioso. Di mistico. Come un vento che spazza via una tempesta. Nessun altro rumore. Solo lo scricchiolio leggero della saggina riempie il mattino.