MARCO AIME - LOGO UFFICIALE v.2

Djanet

"Le parole sono come uova, appena schiuse mettono le ali"


«Soldi per andare direttamente in Europa non ne ho abbastanza - dice John, con il suo simpatico sorriso da ghaneano ed i capelli squadrati da un taglio alla moda - ora lavoro un po' qui in Algeria, poi cerco di passare in Libia. Spero di trovare qualche lavoro laggiù per poi proseguire in Tunisia e di là in Italia o in Francia».
Non sa una parola di francese e si muove agilmente, nei suoi abiti variopinti, tra i tavoli del ristorante. La sua caratteristica andatura saltellante contrasta con i movimenti lenti e posati degli arabi e dei tuareg che girano per l'hotel di monsieur Kirani.
Le antiche tracce delle rotte carovaniere, che si intersecano lungo le sabbie e le rocce del Sahara, tornano a essere segnate da nuove orme. Non si tratta solamente degli arroganti segni lasciati dai fanatici della Parigi-Dakar, tracce più lievi smuovono le dune del Grande Erg. Dal Ghana, Mali, Niger, Burkina, giovani africani attraversano il tappeto di sabbia del Tenerè raggiungendo Djanet, nel sud dell'Algeria. Di qui, attraverso l'altopiano del Tassili N'Ajjer o lungo le piste del Tadrart, clandestinamente fino in Libia.
«Il deserto è terribile. Poi qui a Djanet non c'è vita, alla sera non vedi nessuno, niente ragazze - John si abbassò un po' sul tavolo sorridendo - le hai viste le donne di qui? Aah, devi venire ad Accra, lì c'è vita. Senti - e si abbassò ancora di più - non hai mica un po' di whisky, quaggiù non si trova nulla».
Jussuf appare sulla porta e John smorza il suo sorriso. Strizza l'occhio per chiedere complicità. Poi si allontana dal tavolo. Jussuf guarda con aria di disprezzo quel giovane dalla pelle scura e dalla risata facile.
«E' una razza cattiva - disse - gente che non è più intelligente dei loro piedi».
Jussuf e suo padre Kirani sono i proprietari di un'agenzia di trasporti con uffici a Djanet, Tamanrasset e Ouargla e dell'albergo, una costruzione bassa e squadrata a metà strada tra l'aereoporto e la città.
L'albergo è nuovo, ma ha un aspetto provvisorio, un'aria di incompletezza
«E' così da sempre - mi ha detto Alberto, un vecchio frequentatore di quelle piste - non hanno ancora finito di costruirlo che già inizia a crollare. E' come la fabbrica del Duomo!».
Kirani è un simpatico filibustiere, spaccone, dà pacche sulle spalle a tutti, risolve qualunque problema o intoppo burocratico a suon di bottiglie di whisky che non gli bastano mai.
«Io non bevo - dice - sono musulmano, ma servono per fare girare le ruote, anche nel mondo dei musulmani!».
«Se viaggi per il deserto non puoi non conoscere Kirani. E' un figlio di buona donna, ma è in gamba».
Jussuf, il figlio, ha uno sguardo penetrante. Ricorda un principe arabo delle "Mille e una notte". Parla poco, osserva tutto. Sempre. John gli porta subito un piatto di tchorba, e Jussuf si china sul piatto per mangiare.
«Quando partite?»
«Domani»
«Per Tam?»
«Sì»
«Se aspettate ancora un giorno, c'è Cher che fa la stessa strada potete viaggiare con lui. E' sempre meglio in due»
«Perché no»
John avvicina al tavolo e Jussuf gli chiede ancora minestra. Parla un inglese perfetto.
«Non dategli del whisky, si ubriacano. Sono ignoranti» dice accennando con la testa al ragazzo.
Oltre a John ci sono altri quattro ragazzi del Ghana che lavorano nell'albergo.
«Deve essere dura abituarsi a stare qui»
«Non c'è niente, niente, tutto morto» fece John.
«Non capisce proprio niente». Jussuf parla con me, non si rivolge mai direttamente a John, se non per dare ordini.
«Cosa ci trovi qui? Niente musica, niente colori, niente ragazze!»
Jussuf mi lancia uno sguardo, trasmettendo il suo disprezzo verso quel ragazzo.
«Lui è un uomo del deserto - dico per distendere l'atmosfera - è difficile capire».
John rimane in silenzio, serio. Forse non capisce, ma non vuole continuare una discussione perdente.
L'aria è satura dell'odore forte che viene dalla cucina, dove gli altri ghaneani pelano mucchi di patate per l'indomani.

~
Fuori dall'hotel il buio ingoia immediatamente uomini e sabbia. Cammino un po' per godermelo assieme al silenzio. In fondo al piazzale c'è un fuoco, che arranca nell'oscurità. Mi avvicino lentamente, quasi controvoglia, ma incuriosito.
«Vieni! Vieni a bere un po' di tè!». E' la voce di Cher a scuotere quel momento immobile.
Cher è una vecchia volpe. L'avevo conosciuto qualche anno prima in un viaggio nel Tadrart. Lo sguardo furbo filtra attraverso le pieghe del turbante, che si confonde con il buio. I suoi occhi sembrano ridere sempre.
Avevamo passato molto tempo a chiacchierare e a scherzare. Spesso lasciavamo andare gli altri del gruppo per rimanere a discutere in attesa del tè.
«Io sono vecchio, ma tu, con tutte queste ragazze ... datti da fare!»
«Vecchio, vecchio, figurati! Perché non ci provi tu?»
«Ho 36 anni, io e poi sono già sposato»
«Ma va!»
«Si e ho anche tre bambini, ma adesso mi sono separato». Cher accende la sigaretta con un ciocco di legno del suo fuocherello. La teiera blu "made in Romania" è già pronta.
«Colpa della madre di mia moglie. Era impossibile, cacciava il naso dappertutto e andava in giro a raccontare tutto quello che succedeva in casa».
Cher si è accoccolato e ammucchia le braci con un legnetto.
«Non va così, quello che si dice in casa deve rimanere in casa, ma quella donna andava in giro e parlava. Sempre. Allora ho preso mio cugino, che è anziano e gli ho chiesto di sposare mia moglie. Lui è stato contento. Adesso abitiamo vicini, va tutto bene, vedo i bambini. E' la vita» dice e sorride con gli occhi.
«E voi, adesso dove andate?»
«Niger»
«Ah, gente strana quelli del Niger. Sono diversi da noi, non hanno nessun onore». Gli occhi di Cher si sono assottigliati in una smorfia di disprezzo.
«Una volta un capitano della polizia mi ha fermato. Io ero con l'auto, avevo della merce, tutto in regola. Questo continuava a chiedermi l'orologio, poi una coperta o qualcos'altro. Alla fine gli ho dato un po' di soldi e lui "merci chef, merci chef", ma io non sono un capo! Sono un autista e lui era un capitano. Sono vuoti qui, vuoti» dice battendosi la mano sul petto.
«Hai viaggiato tanto?»
«Con la Toyota, con il camion, un po' dappertutto: Libia, Mali, Togo, Benin».
Il fuoco sta per spegnersi e Cher lo ravviva soffiandoci sopra.
«Anche i libici sono diversi, sono rissosi, sempre a litigare e poi tirano subito fuori il coltello!»
«E giù, Mali, Burkina, Togo?»
«Selvaggi. Gente selvaggia»
«Perché ?»
«Senti, se Do voleva li faceva bianchi come noi – dice toccandosi la pelle della mano abbrustolita dal sole - se li ha fatti diversi un motivo ci sarà».
«Viaggi per lavoro?» chiedo per evitare una discussione che non ho nessuna voglia di iniziare.
«Per forza. Adesso ci sono un po' di turisti da portare in giro, ma poi c'è da lavorare, trasporto merce per il mio padrone».
«Contrabbando?»
Cher ride sotto lo chech impolverato: «No, no!».
«Eeeh!»
«Mon ami! - dice ridendo - E chi non lo fa? Qui tutti fanno un po' di contrabbando. Dalla Libia, con il Mali. Si va in Libia a comperare roba giapponese: radio, televisori, registratori e poi la si rivende qui, in Niger, in Mali. E' per questo che servono i franchi francesi».
«Ne beccano ogni tanto?».
«Sì, i gendarmi. Viaggiano sempre sul confine per intercettare le macchine dei contrabbandieri»
«E voi?»
«Di notte, con i fari spenti»
«Spenti?»
«Sì, poi ci sono piste non conosciute. Si guardano le stelle per orientarsi, come i nostri nonni. Loro con i cammelli e noi con la Toyota».
Il fuoco si sta smorzando e il freddo inizia ad avvolgere la notte. Saluto Cher, che rigira ancora i tizzoni per spremerne l'ultimo calore e mi lascio nuovamente assorbire dall'aria scura del deserto.
~
Non è venuto Cher ad accompagnarci, è stato destinato, con sua grande gioia, a un gruppo di turisti italiani, con molte ragazze.
C'è Saad a guidare un tozzo bus il cui disegnatore non doveva aver perso troppo tempo nel curare la linea a giudicare dai profili squadrati. Saad è arabo. Il suo naso aquilino spunta appena da sotto il turbante che porta alla maniera tuareg, ma assai più ridotto e scarno, che avvolge il suo volto dolce. Si muove agilmente su e giù per i gradini del bus che sembra troppo grande per lui. Il mezzo è pesante e gli insabbiamenti frequenti.
Dopo un po' capiamo perché Jussuf aveva insistito perché viaggiassimo assieme: «In due è meglio», soprattutto per il suo autista. Saad è però un tipo simpatico e in fondo il lavoro di disinsabbiamento sta diventando un divertimento.
Sono seduto sul bus mentre le dune sembrano ingoiarci via via che si avanza verso ovest. La pista è chiara, o almeno così sembra vedendo con quale sicurezza Saad si muove tra le dune.
«Perché bisticciavi con Kirani?». Qualche sera prima avevo assistito a una lite tra Jussuf e Saad, che aveva retto per un po', poi aveva chinato la testa e aveva subito le ultime ire del capo.
«Vedi, io ho il cuore sottile, se non grido mi scoppia. Ma poi mi passa subito e Kirani lo sa. E' un buon padrone in fondo, ma come tutti i padroni vuole sempre di più. Io lavoro più degli altri, ma ce l'hanno con me»
«Chi?»
«I tuareg. Io non sono dei loro, sono diverso. Io se sono sporco sto male, devo lavarmi. Per loro no, per loro è lo stesso»
«Ma non siete fratelli musulmani?» dico per provocarlo.
Saad sorride: «Io sono musulmano al 25%. Per il restante 75% sono fuorilegge. Tranne mangiare il maiale ho fatto tutto ciò che è vietato dal Corano». Ridiamo insieme e per un attimo abbandona la lentezza tipica dei suoi movimenti.
«Comunque c'è gente buona e cattiva dappertutto: arabi, tuareg, è come le dita della mano - c'è il piccolo, il grande, il medio. Siamo tutti uguali, ma qualcuno si sente superiore. Una volta un turista tedesco ce l'aveva con gli arabi. Io gli ho detto "tu ti credi superiore perché sei europeo, hai tanti soldi e io sono un nomade, ma in fondo abbiamo impiegato tutti e due nove mesi a nascere"».
«Di dove sei?»
«Ormai non ho più una casa, abito dappertutto. Una sera abito nell'Erg Admer, una sera nel Tadrart, un'altra nel Tenerè, e l'altra chissà, dove vuole Dio».
Si accende una sigaretta, abbandonando per un istante il volante del bus che ondeggia per la troppa sabbia.
«Sono sempre in giro, la mia casa è questo bus - dice battendo la mano sul volante - E' buffo no? Un uomo così piccolo con un bus così grande!».
Saad ha una voce bassa, leggermente cantilenante. E' difficile capirne il tono. Accompagna tutto con un sorriso appena accennato.
«Abitavo a Ghardaia, io sono di lassù, la mia famiglia è là. Avevo una moglie di sedici anni, ci eravamo appena sposati, ma l'ha morsa uno scorpione ed è morta. Da allora non ho più messo piede a Ghardaia, non ci sono più tornato».
Mi spiace di averglielo chiesto e non so cosa dire. Lui se ne accorge e mi sorride: «E' Dio che ha voluto così. Ci sarà un motivo».


MARCO AIME - LOGO UFFICIALE v.2
text-align-justify