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Beni culturali

Nelle teche del Museo Etnografico di Addis Abeba si possono ammirare, protetti da un vetro asettico e ridicolo, gli stessi oggetti che la gente dei villaggi usa tutti i giorni. Macine in pietra, cestini intrecciati, calebasse, poggiatesta in legno, tutte cose che si incontrano nel corso del viaggio, passeggiando tra le abitazioni dei numerosi gruppi che abitano le regioni meridionali dell’Etiopia. Come se in un nostro museo etnografico trovassimo la lavastoviglie, il carrello del supermercato, la caffettiera e il tritacarne. I nostri musei separano il tempo del visitatore da quello degli oggetti. Ad Addis Abeba ne separano solo lo spazio.
Contraddizioni? Forse, o forse no. Come l’immagine di due giovani cacciatori mursi che scivolano leggeri, ignorati dall'isteria delle mosche tse-tse, lungo la pista scontrosa che tenta di forzare una terra chiusa su se stessa. Due ragazzi nudi, completamente nudi, ma con in mano un kalashnikov e la vita segnata da due giri di una cartucciera piena di proiettili, che rendeva spigolosi i loro fianchi stretti. La cartucciera taglia in due il nero della pelle. In mano hanno due zanne di elefante probabilmente ucciso da poco.
Ci vogliono cinque capre per acquistare un kalashnikov e 5 birr per una pallottola. Poco meno della paga giornaliera dei braccianti che lavorano nelle tenute agricole dello stato, dove 10 ore di lavoro valgono 7 birr.
Cinque birr è anche il prezzo per scattare una foto qui, nella valle dell’Omo. Una vasta piana che si apre ai piedi dell’altopiano etiopico, culla di numerose popolazioni nomadi e sedentarizzate. Tra queste i Mursi, allevatori e cacciatori della savana che abitano in villaggi immersi nella prateria. Uomini aitanti, dai corpi statuari e la pelle disegnata da motivi ornamentali tracciati con il caolino. Le loro donne sono state immortalate in centinaia di libri a causa del piattello labiale che ne deforma le labbra. Per questo i turisti ci vanno e talvolta rimangono sconcertati dal loro atteggiamento. Non si aspetta che anche qui l’economia possa determinare le scelte della gente.
Strano gioco l'economia: il turista paga 5 birr per portare a casa la prova inconfutabile di essere stato davvero là, vicino ai “primitivi” Mursi. Paga malvolentieri però, deluso dalla purezza perduta di quelle genti, che vede come primitivi, che spera come intatti, ma che gli impongono ferree leggi di mercato.
I Mursi sanno quanto vale per il turista una foto? Sanno quale bagaglio di vanteria, narcisismo, stupore, invidia, indianajonismo si trascina dietro quella semplice reazione chimica della durata di un centoventicinquesimo di secondo, che verrà proiettata su uno schermo bianco o sul muro della sala, dove sono stati staccati provvisoriamente i quadri o i poster?
I Mursi sanno che quella foto vale una pallottola e quella pallottola, forse, vuol dire una gazzella, un'antilope, un facocero e anche un elefante: cioè carne da mangiare. Foto-pallottole-proteine: un nuovo triangolo economico in una valle che pensiamo sperduta, solo per avere l’occasione di stupirci, come forse si era stupito cent'anni fa Vittorio Bottego, quando percorse queste lande alla ricerca del fiume a cui ha legato il suo nome e la sua avventura di esploratore: l’Omo. Sperduta perché lontana da ogni centro.
Ma cos'è un centro? Un'entità geografica o un luogo del pensiero? Per esistere un centro ha bisogno di una periferia, e di solito siamo noi a stare al centro. Ma quando andiamo nella terra dei Mursi, quando ci infiliamo nel caldo indecente della piana in cui vivono, perdiamo la nostra “centralità” geografica e umana. Non siamo più noi a fare le regole, altri ce le impongono. E ciò che forse ci stupisce è che sono le nostre stesse regole, quelle che subiamo: le leggi del mercato, che stabiliscono il prezzo in base alla scarsità della merce.
I Mursi sono unici e forse lo sanno. Sanno che abbiamo bisogno di loro, dei loro corpi statuari, disegnati come colonne di un tempio greco, per poter dire di essere stati “là”. Per leggere sui volti delle loro donne deformati dai piattelli labiali, sulle cicatrici della loro pelle una nostra idea di storia, per convincerci del passato dell'umanità. Abbiamo bisogno di loro per sperare di capire come eravamo, e che adesso siamo diversi, anche se non sappiamo bene cosa siamo diventati. Abbiamo bisogno di loro per stupirci in un mondo dove tutto sembra essere la seconda visione di qualcosa di vecchio e noioso.
I Mursi comprano pallottole e kalashnikov con i soldi dei turisti, i quali poi magari si intristiscono davanti a un elefante o un’antilope uccisi. Se non scattassero quelle foto, antilopi ed elefanti verrebbero uccisi lo stesso: l'economia mondiale va bel al di là di un clic fotografico, ma siamo consci della spirale in cui tutti noi ci infiliamo?
Il turista fa spesso il moralista. Anche quello più sensibile si indigna alla richiesta di denaro per le foto. Si indigna perché è un occidentale, che nel mondo attuale vuole dire non essere nulla, se non uno tra i più ricchi della terra. L'Occidente non ha più confini, non siamo più all'epoca delle crociate, quando i limiti erano chiari a tutti: di qua i cristiani, di là gli infedeli. L'Occidente oggi è ovunque e quindi in nessun luogo, non ha più centro.
Così il turista spaesato prova indignazione, perché ha delegato a queste genti il compito di conservare intatta la purezza delle tradizioni. Cosa che noi abbiamo piacevolmente abbandonato in nome di ideologie nuove e una vita più confortevole. Ha affidato a loro l'ultimo gruzzolo di un patrimonio scialacquato senza scrupoli e ora fa il moralista. Lui, attore e coautore della civiltà dell'immagine, si inalbera se qualcun altro accetta il gioco e si mette pure lui sul mercato e lo fa in un regime di monopolio.
Non chiediamo forse soldi, noi, per fare ammirare le opere del nostro patrimonio artistico? I Mursi i loro beni culturali se li portano addosso. E perché si conservino hanno bisogno di mangiare e di uccidere animali. Pallottole dunque.
Ma forse ci indigniamo perché quei corpi neri e opachi non ci riflettono. Per quanto ci sforziamo di essere aperti, democratici e relativisti, non ci riesce di vedere in loro uomini come noi, capaci di fare i loro calcoli e i loro interessi, sfruttando i nostri bisogni per soddisfare i loro.

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