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Cantare con la pancia piena

Il primo incontro fu nel 1995. Mio padre era appena mancato e un amico mi regalò un cd, dicendomi: «Ti terrà compagnia». Era Talking Timbuktu di Alì Farka Touré. Dalle casse uscì un suono che scivolava tra dolcezza e disperazione con una semplicità che solo la vita vera riesce a esprimere. La voce che al primo ascolto sembrava stridula, diventava di volta in volta accecante nel suo tagliare l’aria e raccontare storie di anime. E poi quella frase sulla copertina: «Per qualche persona, quando dici Timbuctu, è come dire “la fine del mondo”, ma non è vero. Io vengo da Timbuctu e posso dirvi che siamo proprio nel cuore del mondo».
Il secondo incontro fu proprio là, nel centro/limite del mondo, nella sua Niafunké, pigramente appoggiata sulle rive del Niger. La sua casa lo sanno tutti dov’è, una grande casa, sempre piena di gente che va e che viene. Lui era lì, seduto su un tappeto, mentre nel cortile grandi e piccini si ammassavano davanti a un enorme televisore acceso. Aveva davvero l’aria di un patriarca d’altri tempi. Chiacchierammo di musica e mi accorsi solo dopo un po’ di quanto inadeguate fossero le mie domande. Per me Ry Cooder, con cui aveva realizzato Talking Timbuktu, è un grande della musica e gli chiesi cosa aveva provato a suonare con lui: «Non ho guadagnato niente» disse, «ho solo dato, perché sono di una terra dove si trovano l’ombelico e le radici della tradizione africana. Quando dicono: l'arte, la musica ... siamo noi che abbiamo la musica, ma ogni etnia di questo paese ha la sua cultura, la sua storia, le sue leggende la sua arte e ognuna ha espressioni diverse. Non è come in Occidente dove si suona solo per il piacere di farlo». Mi ha spesso colpito come il costante complesso di inferiorità, che gli africani tendono ad avere nei confronti dei bianchi, svanisca quando si scende sul terreno della musica. «Il senso della musica è universale, però ho visto giapponesi, canadesi, americani, italiani venire qui a imparare a suonare la kora, lo xilofono, le percussioni, ma non ho mai visto un africano andare in Europa per imparare a suonare o a ballare».
Gli occhi di Alì Farka Touré si illuminavano e la sua voce si infervorava a questa domanda che forse, complice l’etnocentrismo congenito di noi occidentali, doveva essersi sentito porre troppe volte. «Mi hanno chiesto spesso qual è stato il contributo di Ry Cooder nella mia musica. Bene, non ha cambiato nulla. È stato come mettere zucchero nel miele per renderlo dolce. Lui ha imparato, perché gli ho dato qualcosa che non conosceva: le radici di questa arte. Mi hanno chiesto qual è la differenza tra il blues americano e quello africano. Gli ho risposto che in Africa non abbiamo la parola blues. È senza significato».
Martin Scorsese, ha intitolato un suo film-documentario Dal Mali al Mississipi, ma nella pellicola il viaggio va in senso opposto: parte dalle storie di vecchi bluesmen americani per approdare sulle rive del Niger, dove il protagonista incontra Alì e suona con lui. Perché puoi chiamarlo come vuoi, ma quella musica, quella, viene di lì.
Quelle corde tirate, quelle note strozzate legano il Niger al Mississipi. Due fiumi, acqua, un tema che ritorna spesso nei titoli di Alì Farka Touré. «La mia ispirazione viene dall'acqua. È col fiume che lavoro. Quando lo vedo l'ispirazione mi entra dentro. «È il paesaggio che dà la forza. La musica incoraggia l'agricoltore, l'allevatore il pescatore a fare meglio il loro lavoro. In un giorno potrei incidere tre CD. Io non scrivo mai la musica. Non ho nemmeno un registratore. Lavoro con le idee e la sera, se la pancia è piena, nel mio giardino lo spirito vola nelle nuvole».
La terza volta che lo incontrai, fu nel 1998 a Villa Arconati, a Bollate, dove Alì teneva un concerto. Riuscii a incontrarlo prima che iniziasse. Sedemmo anche quella volta su un tappeto messo lì per lui. Si ricordava benissimo della mia visita, chiacchierammo un po’, prima che venisse chiamato a suonare, in modo magico, come al solito.
Gli dissi che più ascoltavo i suoi pezzi e quelli di altri maliani, più avevo la sensazione che la musica, tutta la musica, nascesse dai suoi luoghi.
«È la verità» disse ridendo.

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