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Dalla parte del torto

Le colline del Monferrato sono belle in autunno, colorate di rame e d’oro, ma non sono come le montagne. Margherita accende il fuoco, anche se i legnetti umidi non vogliono saperne. Era un mese esatto che erano partiti. La gente di Roaschia è sempre partita, perché ci sono posti dove vivere è un lusso che non ci si può concedere sempre, tutto l’anno. E allora si va, finché ci sono posti dove andare. Dove trovare erba per le pecore.
Erano partiti, quando le montagne iniziavano a sentire i primi brividi di freddo, quando l’odore del primo umido d’ottobre calava sul paese. Le nuvole iniziavano ad arrotolarsi su se stesse e a prepararsi ai grandi lavori dell’inverno. Il cielo si faceva secco e piatto. In montagna sembra quasi di batterci la testa contro. L’erba dei pascoli si era fatta dura e pungente. Avevano lasciato l’alpeggio, caricato la poca roba sul carro e giù, verso le colline, dove trascorrere l’inverno. Era sempre così, tutti gli anni.
«Roaschia era combinata così, c’erano tre mestieri in pista: contadino, pastore e commerciante. Tutti e tre ti portavano via» diceva sempre Toni e lo diceva senza rabbia, così, come si parla di una cosa di cui non si può fare a meno. Come la pioggia, la neve, il fulmine, il lupo.
Mentre le prime fiamme incrinano il buio del mattino, Toni raduna le pecore. I bambini dormono ancora sul carro, il muro rumina silenzioso nel buio e i cani scodinzolano, inattesa del loro pasto.
Sembriamo quelli del Far West, dice Toni ridendo, sempre in giro e sempre dalla parte del torto. Lo sa che il mestiere del pastore è così, ti porta sempre a essere a casa di altri, a essere sempre fuori posto. Fratelli degli zingari, ecco cosa siamo.
Le pecore si ammassano silenziose attorno al carro. Il torrente lascia un fruscio dolce, che appena si sente. È ora di svegliare i bambini. Margherita ricorda che il primo l’ha partorito proprio in viaggio.
Una fetta di polenta riscaldata, un po’ di latte e si parte. Sempre dalla parte del torto, ma bisogna andare, cercare un posto dove passare l’inverno, dove mettere le pecore. Stranieri, sempre. Proprio per questo cercano di rendersi meno visibili. Camminano con il gregge lungo i fiumi, dove non c’era danno per nessuno, oppure ai bordi della ferrovia, dove c’è della bella erba.
Il cigolio del carro smuove appena il chiarore dell’alba. Lascia sulla terra due scie gelate “come lo sguardo dei francesi”. Manca poco a Nizza Monferrato. Ancora tre giorni-quattro dice Toni a Margherita. Mah, finché c’è erba possiamo stare fuori.
È troppo freddo in montagna, per tenerci le pecore d’inverno. Per questo dovevano scendere e cercare ospitalità dai contadini del Monferrato. Ospitalità in cambio di letame, ottimo per la vigna, ma il fieno devi pagarlo e allora finche puoi, cerchi prati per le pecore. Cercare erba, questo è fa il pastore. «Sono un guardiano di greggi/ Il gregge è nei miei pensieri» ha scritto Fernando Pessoa. Toni e Margherita non hanno mai letto quei versi, ma lo sanno. Come sanno di essere degli ospiti non invitati, di vivere anche un po’ sulle spalle degli altri, ma cos’altro possono fare?
A Roaschia li chiamano gratta e… sì ogni tanto qualcosa grattano, rubano, quando c’è un po’ di nebbia ti guardi attorno e se non c’è nessuno, lasci che le pecore mangino l’erba. Qualche volta rubavi un palo delle vigne, per fare il fuoco. Cosa ci vuoi fare…
Adesso sarebbe ora che il sole si facesse sentire, ma quei nuvoloni sporchi non lo fanno passare. Pioviggina. I cani abbaiano per tenere unito il gregge.
Bisognerebbe prendere il fucile per quello che ha inventato il pastore! Non era un mestiere da fare! Sempre in giro e sempre stranieri, dice Toni.
Dai che siamo più fortunati dei nostri. Quelli prima di noi stavano peggio.
Le colline si rincorrono come onde del mare sotto quel cielo bigio. Si vede già il campanile. Toni si aggiusta il cappello. In fondo la transumanza è come la vita: va attraversata. Magari anche con le pecore attorno e i piccoli sul carro. A cercare erba.

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