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Tassili

Colpi di tosse scuotono un’alba fin troppo immobile. I sandali smuovono appena i sassi. Una piccola tanica vuota, di quelle per l'olio delle auto, penzola fastidiosamente dalla spalla di uno di loro. L’uomo sembra non accorgersene. È giovane, alto e robusto. Non parlano, tossiscono e basta. Quello che sta davanti, l’unico con una coperta pesante sulle spalle e il volto nascosto dal turbante si ferma un istante, guarda attorno, poi fa segno con la mano, verso est. In quel punto l’altopiano è solo un'enorme distesa di sassi. Lontano, contro il cielo che sta impallidendo si vedono le sagome scure delle torri di roccia. È l’ora più fredda e il piccolo gruppo avanza veloce per non gelare sotto quel cielo liscio come una lastra d'acciaio. L’uomo con il turbante si dirige verso le torri rosicchiate dal vento, seguendo un sentiero invisibile. La piccola colonna lo segue sempre in silenzio.
Sono saliti fino a Tamrit, lungo le rocce ripide del Tassili. Lontani da Niafunké, dove sono partiti. Una voce dal fondo della fila. Qualcuno si siede, stanco. Ci guarda con occhi di fatica.
Li invitiamo a sedersi vicino al fuoco, che una delle nostre guide tuareg ha preparato in un antro della roccia. La guida guarda con aria di disprezzo quegli uomini, che si stringono attorno al suo fuoco, ma non dice nulla. Semplicemente si allontana e va a rannicchiarsi un po' più in là, al riparo dal vento, seguito dall'uomo con il turbante che accompagna i clandestini. Il giovane alto si avvicina e dice, quasi sottovoce: «C'è dell'acqua qui intorno?».
Guardo Alberto con aria interrogativa. Il ragazzo agita la tanica vuota e la batte con una mano: «Va bene per fare un tamburo» e si mette a ridere assieme agli altri.
Vado verso il fondo del valloncello, dove stanno le provviste di cibo. I due tuareg si sono accesi un altro fuoco e stanno già preparando il tè. Prendo una tanica da 10 litri e la porto vicino a quella vuota del ragazzo. L'anziano inizia a parlare, con una voce saltellante e un po' stridula, che sembra accompagnare il movimento della sua barba bianca.
«In Libia?»
Era molto tempo che ci pensava. Gente dal suo villaggio ne era partita e nessuno era tornata. Forse si stava meglio che in Mali o forse si vergognavano a tornare perché non si erano arricchiti. Però di lì poi si poteva andare in Europa. Avrebbero cercato di guadagnare i soldi per il viaggio. Magari in Italia. Sperava davvero di riuscire a cambiare qualcosa, di riuscire a vivere.
Lo zio, il più anziano del gruppo, piccolo, con i capelli e la barba bianchi annuisce in silenzio. Al villaggio era considerato uno dei migliori agricoltori, dice il giovane, i suoi campi erano stati i più ricchi, ma ora la sua esperienza non serve più: «Neanche un buon agricoltore può coltivare la sabbia».
Alberto è andato a prendere una bottiglia di whisky che ora sta facendo il giro di tutte quelle bocche sorridenti.
«Non siete musulmani?»
«Dio non si offende per un po' di whisky»
L'anziano comincia a parlare guardandomi negli occhi. Il suono è pieno di scatti e di acuti che si succedono uno dietro l'altro.
«Dice che una volta al villaggio si facevano molte danze, adesso più niente». Parla dei danzatori, dei tamburi, delle maschere. Di quando era giovane e andava a nascondersi nella savana con una ragazza, mentre tutti festeggiavano e ballavano. Allora non sapeva nemmeno cosa fosse la Libia e neppure il Mali.
«C'erano i francesi però!»
«Quelli sono passati, come passa tutto. Non è oggi che il mondo è stato fatto, non è oggi che finirà».
Il giovane delle danze quasi non si ricorda, non ha mai visto quelle grandi feste di cui spesso gli aveva parlato suo padre. Era morto due anni prima, la fame aveva aiutato la malattia a divorarlo. Sua madre si era consumata i seni contro le bocche dei figli che cercavano un latte troppo scarso e ora invecchiava sotto la nuvola di sabbia che avvolgeva il villaggio.
Mi chiedo cosa avesse spinto anche l'anziano a lasciare il villaggio. Forse è meno vecchio di quel che sembra e in fondo nessuna età è buona per morire di fame.
Il gruppo ora si è animato e tutti raccontano del villaggio, delle ragazze bozo, quelle sì che sanno portare la calabasse sulla testa!
«É bella la nostra terra!»
Penso alle rive assolate e sabbiose del Niger, alla terra che si sbriciola nell'acqua, all'arsura del Sahel: «É bella la nostra terra».
I due tuareg continuano a chiacchierare indifferenti poco distante, senza prestare la minima attenzione al vocìo sempre più forte che si solleva dal gruppo.
«Facciamo da mangiare anche per loro?»
«Se chiedi ai tuareg, dicono di no»
«Però possiamo preparare roba nostra»
L'uomo con il turbante si alza, saluta il suo compagno e si rivolge al giovane con tono brusco.
«Dobbiamo andare adesso»
«Quella è la vostra guida?»
«Sì»
«É costata molto?»
«Sì»
«E alla frontiera?»
Il giovane sorride: «Gli Algerini fanno finta di non vederci».
Si allontanano nella sera fredda con il passo appesantito dall’acqua.
È difficile, guardando la famosa cartina 953 della Michelin, immaginare che lì, in quella parte gialla dell'Africa, ci sia una linea invisibile che corre dal Mali alla Libia, da un villaggio del Sahel ai tralicci dei pozzi di petrolio, attraverso l'altopiano. Guardo quelle schiene allontanarsi nell'aria fredda del mattino. Accanto a noi le tende dei francesi ai quali ci siamo uniti per questa escursione. Cosa significa fare il turista? Lì, a due passi dalla fame?
«Scendiamo fin sotto?» dice Alberto.
«Quasi quasi, visto il freddo»
«Andiamo».

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