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La questua

Al mattino la nebbiolina della notte sembra impigrirsi sulle acque del fiume Niam. Sembra stirarsi stancamente, senza alcuna voglia di lasciare quelle acque color nocciola, che trasportano la terra delle montagne verso il mare. C’è silenzio sul fiume. La pertica di un barcaiolo si infila nell’acqua senza nemmeno un fruscio. Il suo cappello di paglia non lascia alcuna ombra. La nebbia lo impedisce. C’è silenzio anche nella strada, che attraversa il villaggio, ma qui l’umidità della notte si è impastata con la terra rossiccia, appiccicosa, che conserva gelosamente i segni del passaggio della gente. Solo un piccolo gallo osa incrinare la quiete, ma sembra accorgersi dopo il primo canto, di essere inopportuno e riprende a becchettare in silenzio.
Il sole arranca faticosamente dietro le colline, cercando di spingere la nebbia fuori dal suo regno. Piano piano ce la fa, ma quella, come per dispetto, si alza scrollandosi di dosso una pioggerellina, che riempie d’acqua i segni delle orme sul fango.
Alcuni pescatori si abbandonando al fiume sull’equilibrio traballante delle loro piccole piroghe, in cerca di qualche pesce, mentre dal fondo della strada si ode il suono profondo di un gong. Là, proprio alla fine del villaggio, il grigiore dell’alba si macchia di lampi arancioni. Il profilo arcuato del tempio stenta a farsi vedere, ma i monaci sono pronti. Quel suono sembra percorrere la strada, per chiamare la gente. All’improvviso dalle porticine delle case escono donne in costume e si inginocchiano in due file ai bordi della strada.
I monaci lasciano lentamente il tempio e si incamminano verso il villaggio. I più anziani guidano la fila, i giovani portano a tracolla un recipiente. Anche le donne inginocchiate tengono in mano ciotole fatte con bambù intrecciato, piene di riso. Il corteo arancione si avvicina alle case e sfila tra le due file di donne, inginocchiate, con il capo chino, tendono la loro offerta ai monaci. C’è qualcosa di antico in quel gesto, una sacralità ancestrale, che vive nel cuore di quelle donne. Gente povera, che offre un po’ del suo pasto per ingraziarsi gli dèi, o forse solo perché si è sempre fatto così. Poco importa se posteggiata in fondo alla via, c’è una Toyota Land Cruiser, se quelle donne hanno in tasca uno smartphone. Se accanto alle porte di certe case ci sono bombe aeree made in USA, verniciate con molti colori a fare da decorazione. Triste ricordo della guerra del Vietnam, segno di forza di una resistenza vittoriosa. Se i turisti trascinano faticosamente i loro trolley sbagliati nel fango appiccicoso. I mondi convivono, è la nostra mente a dividerli. Lo leggi negli occhi di Jan, nel suo viso di quindicenne, dove il caso, le geografie, le culture, la genetica hanno disegnato lineamenti stupendi. È al mondo, perché suo padre, un ragazzo svedese, un giorno è partito con lo zaino, come molti, a vedere l’Oriente. Magari attirato dall’esotismo che lo avvolge, si è trovato in Laos, lui biondo e con gli occhi azzurri a passeggiare per quella strada infangata. Un turista come tanti, ma qui ha conosciuto una ragazza. Una laotiana. Si sono innamorati, si sono sposati e lui ha lasciato le immense foreste di abeti della Svezia, per vivere qui. I volti dei figli sono un inno alla convivenza. Al futuro del mondo, che è uguale al suo passato.
Così come sono uguali al passato i gesti di queste donne, che offrono un po’ del loro pasto. Questi gesti rimangono vivi, perché antichi e perché immaginano un domani. Il sole ora si è affacciato sul fiume, ma non riesce a colorare del tutto il cielo. Di tanto in tanto il corteo si ferma, i monaci intonano un canto di ringraziamento, poi la questua ricomincia. Come ogni mattina a Muang Ngoy.

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