
Per una legge assurda o per un dittatore
Per troppa falsa fede, per fanatismo e furore
Per le onde scontrose, per un guasto al motore
Di confine si muore
Per la terra saccheggiata da una multinazionale
Per scoria nucleare o disastro ambientale
Per sabbie troppo amare, di troppa umiliazione
Di confine si muore
Per un funzionario ottuso, una svista o un errore
Per essere nato in fondo a un mondo minore
Per globale indifferenza, per gente senza cuore
Di confine si muore
Per un patto tra nazioni o un deserto da passare
Per un timbro sbagliato, per economia sleale
Per odio secolare, per voglia di espansione
Di confine si muore
Per un visto negato, per ipocrita rigore
Perché voi possiate uscire, perché io non possa entrare
Per qualche voto in più, perché ho un altro colore
Di confine si muore
Ascolta qui la canzone
Se io fossi come te, potrei essere ulivo
aggrovigliarmi al sole e nel vento di mare
tormentarmi in un legno paziente e tenace
contorto dal tempo, dare rami di pace
Se io fossi come te, potrei essere betulla
disegnare di bianco la penombra di un bosco
col mio tronco di carta raccontare le fiabe
riscaldare la notte di un cielo invernale
Non so se lo vorrei, ma mi piace pensarlo
Non so se lo farei, potrei almeno sognarlo
Se io fossi come te, potrei essere palma
addolcirmi alle brezze dei giorni tranquilli
Sopportare la rabbia di mille tempeste
ascoltare le musiche i canti e le feste
Se io fossi come te, potrei esser baobab
Urlo assurdo di legno scagliato dal cielo
senza foglia né ombra a sopir la savana
solitudine secca, sete, sabbia, fatica vana.
Non so se saprei, abbandonar la radice
Chissà se coi piedi, sarei più felice
Se io fossi come te, infilzerei il cielo
Aggrappato nel vuoto a giocar con la roccia
Profumare nel fuoco dei miei aghi di pino
regalare la gioia del Natale a un bambino
Ma non sono come te, devo restare qui
inchiodato a una terra, radicato a un destino
legno in più tagliare, da scolpire o bruciare
Ho radici e non piedi non ho strade da andare
Sono nato così, sono quel che sono
Tu sarai quel che vuoi (o che puoi), tu sei nato uomo
Non avrai nessuno al mondo da poter chiamar “papà”
di quell’uomo hai solo avuto la miseria del suo seme
Messo a forza nel mio corpo, indebolito dalla fame
Quando ormai era svanita ogni idea di libertà
La tua pelle un po’ più chiara mi ricorda la paura
Tutti i giorni nella cella, ci venivano a cercare
Animali da piacere, carne impura da violare
La tua pelle un po’ più chiara mi ricorda quella sua
Ma guardandoti dormire, si svanisce ogni mia rabbia
Il ricordo di ogni pianto, il fetore di quei fiati
il disprezzo delle guardie, i loro sguardi avvelenati
Tu non devi più vedere questo carcere di sabbia
Poi un giorno han detto “parti” e ci han gettati sul barcone
Senza rotta, senza stelle, senza un poi, senza una sponda
affidati nudi e magri, soli alla pietà dell’onda
sempre meglio della Libia, di quel tanfo di prigione
Dolce briciola di uomo, mia violenza adesso viva
Sputato al mondo nella terra, nello sporco e di nascosto
Forse non hai visto niente, stretto stretto sul mio corpo
Non hai visto il mare, il puzzo, umanità alla deriva
Non piangevi, non tremavi, ti credevo non più mio
Per nasconderti il timore, per trovare il mio coraggio
Ti cantavo ninne nanne, che sentivo giù al villaggio
Era un piccolo fragore quel tuo caro cuoricino
Ultimo brandello d’Africa, strana terra Lampedusa
l’han scordata in mezzo al mare, a salvare anime perse
pietra santa che ti appare quando il mare si fa avverso
L’han scordata per pensare, che l’Europa fosse chiusa
Tu che adesso punti il dito, dalla tua tiepida casa
ogni scelta per te è stata tra l’azzurro scuro e il blu
tu non sei mai stato al bivio, tra il possibile e il mai più
pensa, io ho anche gioito, quando ho udito che strillava
Ci sarà sempre un qualcuno sì lo so piccolo mio
pronto per mandarti via, quando bussi a fame e sete
Ma so anche che il deserto a volte ha un’oasi di quiete
Una mano che ti aiuta si può accendere in sorriso.
Da quel cespuglio ho preso il volo
Erano rosse, bianche e blu
Le ali del nuovo mattino
Le prime orme del cammino
Verso un chissà o una risposta
Via da una vita a capo chino
All’ombra affilata delle ali
Salto nel buio di lamiera
La sabbia assorbe il primo pianto
Il rombo copre un tenue canto
La terra poi scivola via
Con il rimorso ed il rimpianto
E adesso finalmente volo
Vado a correggere il destino
Tra nuvole alla deriva
E un sogno che non sempre arriva
Attraverso un cielo contromano
Chiuso nel gelo di una stiva
Sopra il mio buio sento voci
Che vanno in direzione giusta
Certo, fa l’hostess un po’ di vino
Guarda il tramonto africano!
Un bimbo piange ha rotto il gioco
Per me menu vegetariano
Qui dentro il sole non tramonta
Non c’è mattino che ti aspetti
Nemmeno un’alba da sognare
Troppo di niente da scordare
C’è solo tanto, troppo freddo
Persino per poter sperare
Sono dalla parte sbagliata
Del mondo e della geografia
In una storia scritta male
Senza un inizio né un finale
Dal lato oscuro del confine
E voi che state lì a guardare
Sì sono io il clandestino
Sì quello dal futuro storto
Sono dalla parte del torto
Son quello senza passaporto
Per esser nato in una terra
Dove la vita ha il fiato corto
Ma adesso non sono più solo
In questa notte all’incontrario
Sento il respiro accanto a me
Le voci di Yaguine e Fodé
E insieme alla mia pagella
La loro lettera è con me
C’è una piccola luce là in fondo
O forse è il buio che allenta la trama
Un passo lento che scricchiola foglie
c’è una piccola voce che chiama
Una voce che arriva distante
Brezza dolce che filtra tra i rami
Suona un nome quasi conosciuto
Sembran saluti quel muover di mani
C’è una piccola crepa nel muro
Dove entra pian piano la luce
Che si spande e colora il sentiero
Forse in fondo c’è un poco di pace
C’è un piccolo uomo lassù
Perso nel cielo, il suo nome è Jurji
Dice: “La terra da qui è stupenda
Senza frontiere, confini, né muri”
Si vede solo l’azzurro del mare
Il scintillio aguzzo dei monti
Il verde dolce di grandi pianure
L’augurio rosa di mille tramonti
C’è una piccola isola in fondo
A una tragedia iniziata in speranza
Scherzo di terra giocato alle onde
Solo orizzonte all’Europa che manca
C’è una nuvola sola nel cielo
Persa in un sole così prepotente
Piccola ombra che macchia di fresco
Che allevia il passo di povera gente
Se ti potessi seder sulla nube
Vedresti solo una palla che va
Un gran miscuglio di occhi e di mani
Alla ricerca di felicità
Vedresti solo una palla che gira
E storie e sogni disegnati a matita
E voci e canti, paure e speranze
Vedresti gente che insegue la vita
Tu che tracci quelle righe, scrivi documenti e carte
Tu che segni quei confini, che ingomitoli la terra
Per sbarrare il nostro passo a volte basta anche l’erba
ma tu scavi un fosso per non farci aver la nostra parte
Tu che sai democrazia e condanni i dittatori
che ti indigni quando uccidono diritti, voci e gente
poi ti scordi appena dopo che le luci si son spente
che il benessere che vivi a volte a noi costa dolore
La Lanterna se ne andava dallo sguardo di mio nonno
L’altra statua, quella bianca, era lontana, alla deriva
Poi l’arrivo disperato su quell’isola cattiva
Lo pensavano ammalato, mentre aveva fame e sonno
Una mucca e molti addii era costato quel biglietto
Ed il dubbio se partire fosse stato in fondo saggio
Se l’America valeva questo mare, questo viaggio
Se l’America era davvero un futuro meno stretto
Ellis Island, Manus, Lesbo, Itaca o Lampedusa
è sempre un’isola ad attendere la fine di ogni arrivo
e il tuo volto spaventato è un punto interrogativo
Sono un uomo come te oppure la mia vita è chiusa?
La memoria si fa stretta, il passato più sottile
non c’è posto per il mare, la fatica l’abbandono
per le lettere mal scritte in quel povero italiano
per quel nonno che cercava un paese più civile
Siamo lamine di vita, senza il peso del ricordo
Che ti segna sulla schiena il dolore dei tuoi padri
Specchi opachi che riflettono ombre vaghe, sogni ladri
Voci secche senza senso, gesto privo di ogni moto
Una lamiera arrugginita non riflette nessun sole
Neanche quello stanco e triste, da cui sei scappato via
Ti vedevo pedalare con la pelle color legno
Con la bici nel mattino e il coraggio che non ho
Tra gli sguardi intimiditi e la vergogna di chi sa
Che la colpa è anche nostra, se qui non cambia niente
Una terra disossata ti può spingere a partire
Ma una terra spaventata ti può solo far tacere
Hai lasciato il “terzo mondo” per un posto più civile
Non un sogno di baracca con un tetto di lamiera
Non un materasso sporco, una latrina a cielo aperto
Non quel riso riscaldato al fuoco magro della sera
Una vendetta senza senso, una pallottola ignorante
una politica bastarda, l’omertà di troppa gente
Poi daranno a lui la colpa e certo lui non è innocente
Poi daranno a lui la colpa, a chi fa i muri invece niente
Una lamiera abbandonata riflette solo un sole stanco
Come quello che ti sfianca nelle piane del Sahel
Uno ha detto “era un eroe”, un altro che “se l’è cercato”
Ci portava via il lavoro, veniamo prima noi
Sporca guerra della pelle, mala terra per gli eroi
Quei diritti che chiedevi, eran buoni anche per noi
Sei andato via da solo, senza inno né bandiera
Nella notte dello Stato con in mano una lamiera
Ora guardo quella gente e non mi sembra più la stessa
Tra le lacrime fasulle, dietro al ghigno del padano,
Le parole si disperdono nel vuoto di coscienza
Il silenzio urla forte: sì tutti lo sapevamo
Vorrei tanto che il domani, assomigliasse a quei ragazzi
Ma una lamiera arrugginita riflette solo un sole opaco
Vorrei tanto che il domani si inchinasse come adesso
Al cielo crudo di Calabria, faccio io: grazie Sacko
Come un lampo che rischiara la tempesta
Quella musica zittisce lo sferraglio
Volto di legno scavato nella vita
Rughe di storia e voci di altopiano
Le corde cantano una melodia lenta
Vibrano storie, malinconia, ricordi
Il tram si gonfia di paura e indifferenza
Gli sguardi bassi fintamente assorti
Un bicchiere di carta che spaventa
Nessuno guarda in quegli occhi lontani
Per di timore svegliare un sentimento
O per paura di sentirsi troppo umani
Poi la musica di colpo si fa vento
E prima che la luce verde appaia
Il tram si scorda per un solo momento
Della sua antica nostalgia di rotaia
Come un falco sulle note sgangherate
Lancia un’ombra su quelle genti antiche,
Su vite a mano vissute in altri mondi
Su giorni e anni spezzati da fatiche
Sulle città sventrate dalla storia
Mari e deserti traversati per sperare
Poi quel tram si ferma all’improvviso
e nella nebbia la musica scompare
Neanche lo sgracchio del ferro di binario
ricopre il vuoto rimasto nel bicchiere
quasi nessuno si è accorto di quel volo
quasi nessuno si è accorto di esser solo
C’era una volta un piccolo paese
Di cui scusate non ricordo il nome
C’eran le case, le strade, le botteghe
Quel che mancava erano le persone
Pian piano erano andati via tutti
Chi per vie nuove, chi per la strada nota
Sembrava un nido senza passerotti
Sembrava proprio una conchiglia vuota
Un giorno vennero qui da tutto il mondo
A vedere cosa ci aveva dato il mare
Due statue grandi, due corpi da guerrieri
C’erano tutti ad applaudire e festeggiare
Quando quel mare poi ci regalò persone
Che non eran statue e non erano eroi
Nessuno venne a spendere il suo nome
Su quella spiaggia c’eravamo solo noi
Si diede pane e dignità a quella gente
É casa vostra, è qui il vostro arrivo
E poco a poco tra le molte indifferenze
Quel paesino tornò a essere vivo
Finestre aperte, viuzze sorridenti
La terra sembrava essere rinata
Era un paese dai colori differenti
Erano giorni di luce colorata
Un giorno poi, per l’invidia della gente
Quel paesino tornò ad esser solo
Non tutti amavano quelle differenze
Volevan stare solo con quelli come loro
Ma un giorno in qualche angolo di mondo
Ci saran bimbi ancora in qualche piazza
Forse faranno un grande girotondo
Senza sapere cosa vuol dire “razza”
C’era una volta un piccolo paese
Non mi ricordo il nome mi dispiace
Ma ce l’ho qui, sulla punta della lingua
So però che faceva rima con PACE.
Sono basse le luci di sera a Montgomery
Come gli occhi che fissano solo la strada
Che se incroci uno sguardo ti mette paura
Che il rumore dei passi è una eco oscura
L’autobus giallo spezza in due i miei pensieri
No non son le mie gambe a essere stanche
È sul mio cuore che pesa ogni giorno perduto
Sul mio cuore che non vuole più essere muto
You had a dream, Rose, You had a dream
Like the raven, Rose, You said “nevermore”
You said “nevermore
Ci son giorni che il vento ha un profumo diverso
Che il cielo si piega a un dolore nascosto
Le urla si intrecciano “qui la negra non può”
Non li guardo negli occhi, però ora lo so
E sorrido, ma piano, perché in fondo ho paura
Ma non abbastanza da alzarmi in piedi
E un semplice gesto può diventare storia
E la storia di un gesto può farsi memoria
You had a dream, Rose, You had a dream
ike the raven, Rose, You said “nevermore”
You said “nevermore
Se nero vuol dire rimaner sempre in fondo
Guardare la vita sempre e solo dal basso
Sarò io quella che si è rifiutata
Sarò io, sì io, la “negra” che non si è alzata
Fu un domani di strade colorate di gente
A guardare passare quegli autobus vuoti
Il cammino è lungo, ma non infinito lo so
È valsa la pena star seduta e dire “NO!”
You had a dream, Rose, You had a dream
Like the raven, Rose, You said “nevermore”
You said “nevermore
Forzar la curva, spezzare l’aria, lo scricchiolio della terra rossa
Il tempo si arrende, lo spazio squaglia, respiri il vento della riscossa
Posson bastare duecento metri, In 19 e 83
A riscattare quei giorni tetri, a far del mondo quel che non è?
Non so, ma sto con voi
A dividere la sorte
Con la spilla sul cuore
Io faccio la mia parte
Ma poi non basta salir sul podio, la faccia d’oro della medaglia
Per cancellare secoli d’odio, per metter fine alla battaglia
E senti un inno a stelle e strisce, una storia tutta americana
Una tragedia che non finisce, nello spezzarsi del filo di lana
E io son qui con voi
Vorrei anche io quel guanto
A violare il pregiudizio
A liberare il pianto
Anche il cielo ora si è arreso, lo stadio tace, l’urlo si è rotto
Chi piange, chi si sente offeso, in questo ottobre sessantotto
Potete cercare la vendetta, potete negare una vittoria
Ma quei pugni contro il cielo, saran per sempre dentro la storia
E sono qui con voi
qui al secondo posto
Con la spilla sul cuore
E mi sento giusto
Quando la terra piange, di troppo caldo e sabbia
Quando il giorno si scioglie in un’antica rabbia
E la terra promessa è sempre un po’ più in là
è sempre il giorno dopo, Capitano Sankara
E bestemmi quel villaggio, screpolato dall’arsura
schiene inutili a piegarsi a una terra ingrata e dura
Ti aspettiamo qui all’ombra della scommessa che sarà
del domani che hai sognato, Capitano Sankara
Ogni alba qui incomincia sempre tanto, troppo presto
E ogni sera è troppo lunga, per contar quel che è rimasto
Ma non inciampiamo più nel giorno che verrà
Per il coraggio che ci hai dato, Capitano Sankara
Una polvere che secca e arroventa l’orizzonte
troppa poca l’acqua al pozzo, vuota e magra ormai ogni fonte
Vieni a placar la sete al bambino che verrà
Vieni a sentirne il canto, Capitano Sankara
A noi che il passo affonda su un cammino troppo duro
A noi che il domani qui, quasi mai si fa futuro
Hai dato il coraggio, forza e dignità
Di esser donne e madri, Capitano Sankara
Noi che portiamo addosso il dolore di ogni pena
Noi che fame e sete pesan sulla nostra schiena
E se al cielo infine resta, soltanto la nostra metà
Forse basta, sì che basta, Capitano Sankara
Certo bisogna avere una bella dose di follia
Per convincerci che il “forse”, possa diventare un “sia”,
Ma adesso lo sappiamo, non si chiede la libertà
La si paga con dolore e amore, Capitano Sankara
Figlio di una terra avara, soldato, ma senza fucile
Con te l’Africa ha sognato, di inventare il suo avvenire
E quel tuo basco rosso, nei nostri cuori resterà
Non si uccidono le idee, Capitano Sankara
Quel ritaglio di mare che si offre allo sguardo
Dei miei capelli bianchi, dei miei vent’anni chiusi,
di giorni in pochi metri, di una vita in ritardo
Mescola acque antiche, correnti di altre sponde
Venute da lontano, di altro sale, di altro vento
E non c’è nessun confine a tagliarne le onde
E rivedo i volti anziani, che ascoltavo nel villaggio
Le loro voci basse e lente, che ti entravano nel petto
E da quei silenzi lunghi, che è partito il mio viaggio
Una strada contorta, un cammino senza stelle
Sempre perso nell’ombra, di una voce muta
Sempre al di qua del muro, del colore della pelle
Ogni notte, ogni alba, mi riporta un nome amico
Perduto nella polvere, bruciato dentro l’odio
Victoria Mxenge, Neil Aggett, Steven Biko
Una lacrima che scorre, a torturar le rughe
Di un mondo fatto a pezzi, di una terra lacerata
A ricordar gli spari, i colpi, la frusta e le fughe
Guardando in fondo al mare, da quest’isola ormai stanca
Di sbarre che frammentano il cielo all’orizzonte
Ti chiedi se anche dio abbia la pelle bianca
Lo so al di là del sole, lo so che laggiù in fondo
Ci dev’essere giustizia, ma con che cosa pagarla?
Il nostro piccolo pensiero non serve a nessun mondo
Dobbiam fermar la notte, ridar l’anima alla gente
Trovare il coraggio di rifiutare ogni vendetta
Di credere che esista un giorno differente
Mentre guardo il farsi lento di quella ragnatela
Il suo brillare timido al chiaro della prima luna
Ti mando una speranza, tuo Nelson Mandela
A Lampedusa, sulla punta ovest, c’è un cimitero delle barche. Appoggiati sulla terra secca, i resti delle carcasse del mare, che a volte ce l’hanno fatta. A volte no. All'ombra di uno di questi barconi c'era un mucchio di giubbotti di salvataggio su uno c'era scritto a mano un nome: Bernadette.
Una macchia arancione nel vuoto del vento
A due passi da un mare in salita
Un’ombra di legno che accarezza il silenzio
Di quella che forse è stata una vita
Un barcone spezzato senza nostalgia
Di, speranza, paura, di urla e di sale
Rassegnato al silenzio di una sconfitta
In una mattina che tarda ad arrivare
Quanto è lungo quel mare Bernadette?
Cosa c’è alla fine di un’onda?
Quali sogni fai Bernadette?
L’hai raggiunta poi quella sponda?
É sempre stato così c’è chi ha e chi non ha
È persino banale dirlo
Forse sì, ma anche se è la realtà
Ti ci è voluta una vita per impararlo
Il vero confine è tra chi trova già pronto
Un domani tranquillo, senza troppa fatica
E chi deve arrivarci senza nessun sconto
Al prezzo pieno che vale una vita
Quanto costa quel mare Bernadette?
Una speranza vaga, un’emozione
Sei ancora tra noi Bernadette?
O sei rimasta un giubbotto arancione?
Come tanti, lo avevo letto da ragazzo. Mi aveva affascinato per l’avventura. Lo confesso, avevo saltato la parte sulle balene, mi annoiava allora. L’ho ripreso in mano qualche tempo fa, con tanti anni e tanti libri sulle spalle. Non era lo stesso libro. Ad affascinarmi non era più l’avventura e il capitano non era più solo un fanatico folle, accecato dalla vendetta e la balena non era più un mostro crudele. In quelle pagine c’era la storia dell’umanità, la Bibbia, il destino, la vita e la morte.
Giorni e giorni passati a scrutare nei venti
Tra burrasche, bestemmie e urla di marinai
Per sapere che non ci saran più innocenti
Ma un destino affidato al soffio degli alisei
Una nuvola bianca che sprofonda nel blu
Come dentro ad un incubo che ho mai sognato
Un’ossessione stanca che non risale più
A dirmi perché, quando e dove ho sbagliato
Una corsa sfrenata a quel mucchio di neve
Che scompare ogni volta avvicini la prua
E ti piace quel brivido di vendetta lieve
Il sapere che ogni paura è la tua
Un’ombra oscura che conosce l’abisso
La sola che sa quanto è grande il mondo
Che non bastan due arpioni per fare un crocefisso
Se l’orgoglio di un uomo sta sempre sul fondo
Quel doblone che brilla piantato nel legno
É forse la sola verità ancora viva
Un dubbio inchiodato di cui essere degno
Quando il sole tramonta ad un’altra deriva
Un mistero di mare, che rinnega il colore
La vedo sfocarsi nella prima foschia
Se c’è una saggezza che volge in dolore
c’è anche un dolore che diventa follia.
Tra sartie annodate nella mia memoria
Si fa luce talvolta un orizzonte lontano
Se vuoi essere dio e rifare la storia
Se vuoi essere dio devi essere umano
Attraverso le onde vedo una luna bianca
lascio dietro i miei sogni una scia di rabbia
Al ticchettio zoppo della gamba che manca
Alla fine di un mare c’è sempre la sabbia
La vita è una nave di sola andata
Nessuno ritorna e forse nessuno arriva
La vela è rigonfia, la rotta è segnata
L’arpione è pronto per l’ultima mira
Scendendo in quel buio fatto di luna piena
Scopro infine qual è il mio vero andare
Legato al destino di questa balena
Ogni mia lacrima vale più di questo mare
Era una sera d’autunno. Un caldo umido avvolgeva con discrezione il primo buio. C’ero solo io alla stazione di Camogli. Guardavo la pioggerellina leggera faceva luccicare i binari. Il metallo rifletteva la luce calda dei lampioni. Silenzio. Si sentiva solo il rumore ossessivo delle onde che graffiavano gli scogli. Una sensazione trana. Come se di colpo tutto si fosse fermato. Sospeso. Lì, attorno a quella panchina dove stavo seduto, aspettando un treno.
Forse dovevo immaginarlo
Dopo son capaci tutti
Adesso è facile capirlo
Dal borbottare di quei flutti
Ma è iniziato proprio lì?
La schiuma a decorare scogli
In quella sera come altre
Alla stazione di Camogli
Nel buio inutile di mare
Una luce gialla un po’ sbiadita
Si specchia a stento sui binari
In una pioggia intimidita
Sembra che il tempo se ne sia andato
su quella panca sola e muta
Lo spazio poi si è rannicchiato
In quella galleria buia
Nessun suono oltre le onde
Nessun treno ad andar via
Neanche la carità di un vento
Un senso strano di follia
Come un mondo che si ferma
Come un vento che non muove
Come un’acqua che non scorre
Come un cielo che non piove
Potrei sparire ad ogni occhio
Ormai inutile allo sguardo
In questa piccola stazione
Solo come un treno in ritardo
Potrei essere ovunque
Sul Fujiama o in mare aperto
A Timbuctu o a Saskatchewan
Nelle spire di un deserto
Chiudo gli occhi e penso è bello
Lasciare vivere la vita
Abbandonarsi a questa assurda
Canzone in fondo mai finita
Poi uno squarcio nel silenzio
Una voce scatarrante
Urla, intima minaccia
Voce di altoparlante
Si ricorda che è reato
È vietato oltrepassare
Ai gentili viaggiatori
Si ricordi di timbrare
È come un rompersi di specchio
un sasso dentro l’acqua stanca
svanisce il sogno nella notte
Ritorna il tempo sulla panca
Guardo il cielo, ora si è spento
La pioggia sembra venir meno
La luna non luccica i binari
Mi volto ed è arrivato il treno
Sarà perché si portava dentro quella piemontesità, che volenti o nolenti condividiamo in molti qui nell’angolo in alto a sinistra dello Stivale; sarà per quel suo essere un po’ provinciale e un po’ cittadino, senza mai essere davvero, fino in fondo, né provinciale né cittadino; sarà perché sapeva scrivere come pochi altri al mondo, ma ho sempre amato Cesare Pavese.
Ricordo un giorno del 1980, quando su un bus Greyhound arrivai a Salinas. Lì c’era nato John Steinbeck, uno dei miei miti letterari. Avevo con me La valle dell’Eden e mentre mi guardavo attorno alla stazione degli autobus, provavo e rileggerne le pagine: i monti Gabilan, l’odore delle erbe, i monti Santa Lucia, che sapevano già di mare… Una distesa a perdita d’occhio coltivata a cavoli; sullo sfondo alture insignificanti e polvere, tanta polvere ovunque. Mi venne in mente San Benedetto Belbo, uno dei paesi più brutti delle Langhe e anche Aracataca, da quanto mi ha detto chi c’è stato, dev’essere un postaccio. Pensai allora che forse per essere un grande scrittore, devi nascere in un brutto posto e per salvarti provi a raccontarlo in modo fantastico, tanto da trasformare quella pianura assolata nella valle dell’Eden o un paese polveroso e sonnolento nel magico Macondo. Oppure di trasformare colline, che all’epoca erano povere e tristi, in un paesaggio del mito. Perché: «Le Langhe non si perdono (…) Sulle vigne, di notte, ci sono anche le stelle. È un dio notturno che ti aspetta. Non temere».
«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo» (La luna e i falò).
A Cesare. Cos’altro?
Un paese ci vuole per non essere solo
Ma non è sempre facile starci tranquillo
Un paese ci vuole, per andarsene via
E devi andarci lontano per potere capirlo
Sono quattro baracche lungo la provinciale
Io vengo di là dove l’orizzonte
s’incurva al tramonto e quella collina
è la porta del mondo, da lì sono partito
La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
Sento ancora la luce dei lampioni negli occhi
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Ma nessuna ragazza vale una collina
Le sue morbide curve colmano ogni cielo
Son tornato a quel suolo bruciato d’argilla
al ritmo breve dei pali dell’ultima vigna
La collina biancheggia alle stelle la notte
le campagne si fondono in un'ombra pesante
di pendii striati da filari pazienti
Su quei bricchi, al riverbero di grillaia e di tufi
Sono dentro l’odore di questa terra
dentro tante giornate a fienagioni e vendemmie
li avevo addosso quei sapori d’estate
Il clarino, la polvere, la luna e i falò
Io vengo di là, lo sapete, è vero?
Per male che vada, mi conoscete
Sì io vengo di là e voi lo sapete
Per male che vada, lasciatemi stare
Il 14 giugno del 2020 Francesco Guccini ha compiuto 80 anni. Tutto qui, un piccolo omaggio a un amico, che mi ha accompagnato per oltre cinquant’anni, tanto nei giorni felici, quanto in quelli tristi.
Grazie Francesco.
Ciao Francesco, siamo qui,
un altro giorno è andato e a contarli sono quasi 30mila
La signora bionda all’autogrill continua a non averne l’aria
Tutti i tuoi poveri eroi sono qui in coda allegri a fare la fila
E qualcuno ancor si chiede cosa sia sta benedetta parietaria
C’è anche Borges qui con me, i tuoi amici, l’ubriaco, il frate, il nano
Filemazio, zio Amerigo, il pensionato quelli che hai amato tanto
E il bambino vuole ancora un’altra fiaba, mentre lo tieni per mano
E chissà se quella donna si ricorda di un bikini amaranto
Ciao Francesco, siamo qui,
con indosso un vecchio eskimo un po’ liso, ma ancor buono da portare
non c’è Thule all’orizzonte e Odysseus si cerca sempre nel suo mare
e poi ci sono ancora isole lontane e ben nascoste da trovare
Storie da nobilitare, vite a mano da cucire, parole da burattinare
Te lo danno indietro il tempo, stai tranquillo e persin con gli interessi
Tesoriere dei tuoi giorni, coi tuoi versi non lo hai mai lasciato solo
E poi in fondo c’è qualcuno che vuol bene anche a quelli nati fessi
Malinconico pagliaccio, quinta anatra nel cielo sempre in volo
Ciao Francesco, siamo qui
Falegname della rima, intagliatore di parole e di memorie
Buffo saggio d’Appennino, gran cantore di pianura e della notte
Tu poeta di provincia, eroe di occasioni perse e di piccole storie
Di un mulino sul Limentra al cui suono si addormenta don Chisciotte
Schopenauer, Weltanschauung, déjà vu, anfisabene e also sprach
c’è voluto un bel coraggio e spero che lo ammetterai
Beh citare Eliot, Dante, Omar Khayyam e Roland Barthes
Policentri, atrii a piastrelle e ferrovetro non è da tutti dai
Ciao Francesco, siamo qui
Un altro anno è andato e conta bene son davvero ottanta
Lo avresti detto a suon di dubbi di esser diventato grande
E Van Loon sorride all’ombra del castagno di quel figlio che lo canta
Che per fortuna ha mai capito che la pensione è davvero importante
Ciao Francesco, sono qui,
e adesso che siamo soli tu ed io, non so bene cosa dire
di questi mezzi versi proprio a te, mi vergogno lo confesso
Ma se ti avessi detto grazie, avresti finto di non sentire
Ma è bello ritrovarti tanti anni dopo con gli stessi panni addosso
Era un amico, un caro amico. Ma quello che più mi piaceva di lui era quella modestia tutta piemontese che ti dire: «Esageruma nen!». Perché va bene essere famoso sul palco, quando fai il tuo lavoro, ma nella vita, no, lasciatemi tranquillo. La mia voce, la mia musica sono per il pubblico, quando sono lì che suono forse sono un po’ speciale, ma per il resto no, il resto è roba mia.
Gian, ci manca davvero e non solo per le sue canzoni, quelle rimangono e rimarranno ancora, è lui a mancarci. Lui con la sua timidezza, il suo essere seriamente ironico o ironicamente serio. Lui con la memoria mai spenta della tua terra e delle tue origini, nemmeno un po’ offuscata dalla celebrità.
«Perché continui a fare il capostazione?» gli aveva chiesto l’intervistatore
«Sai, qui a Cuneo se uno ti chiede cosa fai e rispondi “il cantante”, ti dicono “no, ma come lavoro”» Eri così.
Nemmeno quando ad applaudirlo erano platee nobili, internazionali, non aveva mai scordato la semplicità, il tuo venire da una provincia. Ha il respiro corto la provincia. Ma quando riesce a sorriderci sopra, quel respiro la porta lontano. Un respiro corto, come misura del mondo, per non prendersi troppo sul serio. Mai.
Una parola è un mondo
Un viaggio senza fine
Alito di pensiero
Respiro di emozione
Una parola è confine
Sottile linea di vita
Per questo va pesata
Per questo meglio a matita
Ricorda chi l’ha scritta
Ne riecheggia il pianto
Gli amici, i dubbi, il vino
Ne accarezza il canto
Dai fa nen al fol
Turna si Gianmaria
turna andaré ven sì
Che presa d’andè via
Una parola è frontiera
Racconta mondi e gente
Cemento, acqua e sale
Sale da valle a monte
Le tue timidamente
Sembran voler bussare
Un tocco lieve al cuore
Sai, per non disturbare
Ci hanno detto posti
Di prima o seconda mano
Terre, città e vite
Visti anche da lontano
Restuma ancura ‘n po’
Ansema a ciaciarè
An mes a ste culin-e
Prima c’at ven-a a piè
Le tue parole scarne
Contate una a una
Cantate a mezza voce
Passate per la cruna
Gente in seconda fila
Storie a poco prezzo
Rotaie di provincia
Vite vissute a mezzo
E di sottili amori
Come ali di farfalle
Mari di fantasia
Cieli di caravelle
Sette ‘na minuta Gian
Ancura an bicer ‘d rus
An sla cadrega voida
iè ancura la tua vus
Una parola è un’ombra
Sai Gian quanto è preziosa
Ti tiene compagnia
Con voce silenziosa
«Condivido, dunque sono». Sembra essere questo il motto del nostro tempo. Ma cosa condividiamo realmente? Immagini mediate da uno schermo; specchi di volti che pensano a se stessi. Condividiamo con chi è distante, di là dal vetro, che ci connette e allo stesso tempo ci separa. Immagini, parole frammentate, faccine gialle che si sforzano di imitare le nostre emozioni. Si parla sempre meno e sempre meno si conversa con qualcuno. La conversazione richiede tempi e spazi, che siamo sempre meno disposti a concedere. L’individualismo della società urbano-industriale ci ha spinti a rinchiuderci sempre di più ciascuno nella propria bolla, senza però rafforzare quella capacità di introspezione, utile a comprendere noi stessi e gli altri e il mondo fuori. L’introspezione richiede una solitudine consapevole su cui si fonda la nostra capacità di cercare l’empatia e di sapere vivere con gli altri.
Invece, ci si sente a disagio quando si è soli e quando c’è silenzio. Allora si cominciano a inviare messaggi, foto, spesso banali, per avere risposte immediate. Quel: “condivido dunque sono”, ci conduce a vivere una solitudine fin troppo affollata, spesso fatta di pseudo-amici, diventati tali con un “mi piace”, fondata su una condivisione che è tale solo in parte. E ci sentiamo soli, senza potere condividere la nostra solitudine.
Inutile è il cammino
Se l’orizzonte si fa nebbia
A cosa serve uno sguardo
Che lo specchio non ritorna
Inutile è anche un nome
Se non c’è voce che lo chiama
Se la terra che calpesti
Non trattiene la tua impronta
La solitudine è leggera
Non lascia segni del suo passo
Non solleva neanche polvere
Da abbandonare poi al vento
Inutile è una parola
Se l’eco è la sola a sentirla
Non serve a nulla una carezza
Al viso caro che ti manca
Il profumo si fa vento
Se non c’è fiore a trattenerlo
Una storia breve, intensa e finita. Vissuta in modo profondo, svanita in un attimo. Ma quella sera, quel tramonto sulla spiaggia, valevano la pena di essere raccontati.
Solo una foto su una spiaggia d’inverno
Davanti a un tramonto, che fa finta di niente
Inutile al mare e ai bar vuoti di gente
Ma giusto per vivere quel sentimento
È cominciata così o così io credevo
In un rosso sbruffone che ti invita a sperare
Il tuo volto che brilla riflessi del mare
In un rosso fantasma, che sognare è leggero
Due storie a guardare lo stesso orizzonte
Che si piega e frantuma dentro specchi diversi
Che mischia sogni, ferite e amori dispersi
Come fa l’acqua quando inventa le onde
Poi lo sguardo si perde e si fa sempre più vago
Ho amato la forza della tua fragilità
Le contraddizioni, la tua sincerità
I bambini, il lavoro, gli amici, il tuo lago
La tua libertà non sopporta il bisogno
Ti ho inseguita in silenzio per sentieri di libri
Ho provato a sfiorare le tue dita sottili
Ci ho provato, davvero, è stato un bel sogno
Rimane una foto di una sera alla spiaggia
Amore e amicizia non vanno d’accordo
Rimane un tramonto a sbiadire il ricordo
Di impronte che si sfiorano sulla sabbia
Maggio 2018, Gina se ne è andata.
Così si va, con un soffio restituito al nulla
Così si va, nel languore di un giorno qualunque
Così si va, annaspando nell’ultima aria
Così si va, implorando la forza rimasta
Così si va, nel pallore di voci sommesse
Così si va, allo sguardo di chi già ti ricorda
Così si va, soli in mezzo a tantissima gente
Così si va, nella nebbia di sguardi velati
Così si va, provando a stento ancora un sorriso
Così si va, col Monviso al di là della siepe
Così si va, con le ossa ormai magre di vita
Così si va, rincorrendo una vecchia memoria
Così si va, nelle lacrime di chi rimane
Così si va, tra rimpianti e consolazioni
Così si va, la sua vita in fondo l’ha vissuta
Così si va, ci ha lasciati fin troppo presto
Così si va, Ogni giorno è sempre troppo presto
Così sei andata
madre magra ormai senza ricordo
in una notte morbida di maggio
tra il volo lento della neve dei pioppi
che si appoggiano all’aria, leggeri
com’eri tu, ormai, com’era la tua vita.
Forse sei diventata anche tu un fiocco leggero
Che il vento accompagna
Nel 1557 il sultano ottomano Solimano il magnifico ordinò all’architetto Mimar Hayruddin di costruire un ponte che unisse le due parti della città di Mostar, quella musulmana e quella cristiana, separate dalle acque della Neretva. Quel ponte è stato per secoli non solo l’esempio di un genio architettonico, ma soprattutto di uno stupefacente simbolo della volontà di unire comunità diverse, che potevano però convivere. E così è accaduto per secoli, fino a quando il 9 novembre del 1993 quel ponte è stato distrutto dalle cannonate croate. Il crollo del ponte fu una metafora triste di ciò che stava accadendo: una intera comunità nazionale si stava disgregando, non voleva più ponti che unissero le parti. Nel 2004 quel ponte è stato ricostruito e speriamo che con il tempo ritorni a unire ciò che qualcuno ha diviso. Ci sarà sempre qualcuno che tenterà di abbattere quello e altri ponti, ma ci sarà sempre anche qualcuno che proverà a ricostruirli, unendo nuovamente gli individui in comunità.
È un sogno di luce quell’arcobaleno
che affascina gli occhi e rivela misteri
un gioco di acque riflesse nel sole
seta lunga e sottile dalla vita breve
Da bambino lo vedevo chinarsi sul fiume,
Amavo quel nastro di pioggia e colori
Poi chiudevo gli occhi perché non svanisse
Nel cielo morbido con il primo sole
Senza patria quell’acqua specchiava due storie
Un riflesso diviso tra due mondi a metà
Un incrocio di sguardi a pensarsi diversi
Le campane facevano il coro al muezzin
Poi una notte il sogno si scolpì nella mente
Un arco di pietra non si scioglie nel sole
Disegna un’ombra elegante sul fiume
Annoda stretti passato e futuro
Due sponde divise da un’acqua testarda
Legate come una stretta di mano
La pietra consunta da mille cammini
I canti, le voci il fumo del narghilè
Fu lungo quel sogno, ma non abbastanza
La pietra subisce la rabbia dell’uomo
E non c’è speranza nemmeno nel cielo
Se il fratello di colpo si è fatto scorpione
La voce arrabbiata di un generale
Un moncone spezzato che interrompe lo sguardo
Il riso sguaiato degli artiglieri
Un urlo strozzato di sangue sul fiume
Nemmeno il sole rovente di agosto
Neanche la pioggia leggera d’estate
Han più la forza di giocare i colori
Di un arcobaleno tradito dall’odio
Ma ci sarà, io lo sento, un bambino
Che saprà ancora sognare quell’arco
Non sarà più l’ombra di un vecchio stanco
Ma un balzo a raggiungere un mondo migliore (2x)
«È accaduto, potrebbe accadere di nuovo». Così ci ammoniva Primo Levi e aveva ragione a temerlo. La nostra memoria si fa sempre più sottile e abbiamo sempre troppo da fare per ricordare. I testimoni piano piano scompaiono, i riti si consumano. I giovani sono rimasti senza memoria di quei fatti, non li hanno vissuti e noi non glieli abbiamo ricordati. Abbiamo fretta di passare al prossimo richiamo. Dimentichiamo. Oppure ci mettiamo il cuore in pace, con frasi rassicuranti, non sono più i tempi, la nostra è una democrazia… Ci ripariamo dietro al pensiero che quelle cose sono disumane, non possono ritornare. Invece sono profondamente umane e per questo accadere di nuovo”.
Ha spazzato via ogni memoria
Come d’autunno le foglie invecchiate
Sfinite da troppa indifferenza
Nel buio sporco di menti distratte
Quando neanche ciò che esiste è vero
E l’unico suono, che rimane d’attorno
è quello del vento nero
Si porta addosso l’odore stantio
Come di roba andata a male
Un marcire ipocrita sotto un bel vestito
Che parla una lingua incrostata di sale
Povera e triste come il suo pensiero
È così che arriva, sorridente e gentile
Come una lama il vento nero
Ha covato rancore sotto la brace
Come un serpente che finge il letargo
E il suo flauto d’oblio ti incanta
Diversa la pelle, ma uguale lo sguardo
E finisci per credere che sia sincero
Ma striscia al di sotto di ogni morale
Sporco di vita il vento nero
Il suo urlo ti spinge a dimenticare
I morti le guerre, i campi, il gas
La forca della razza, il filo spinato
Un paradiso sbagliato, tagliato a metà
Un violino che suona dentro un cimitero
Quando ogni lacrima è stata venduta
Non ti asciuga il volto, il vento nero
Non lasciare che ti soffi alle spalle
Che ti avvolga con il suo alito sordo
È dentro di noi come un soffio leggero
Il suo veleno rallenta il ricordo
Non credere che sia disumano, perché non è vero
È gente come noi ad alzare le vele
Perché possa arrivare il vento nero
Lo storico e scrittore maliano Amadou Hampâté Bâ è stato una delle figure più belle della storia africana contemporanea, dotato di grande carica umana e spirituale e di un raro senso di tolleranza. Dopo aver pregato sul Monte Sion, nel 1961, per la pace nel mondo, lui musulmano con un prete cattolico e un rabbino ebreo, così disse: «Non c’è che una sola cima in punta a una montagna, ma i sentieri per raggiungerla possono essere diversi. Considero il Cristianesimo, l’Ebraismo e l’Islam come tre fratelli di una famiglia poligama, dove c’è un solo padre, ma dove ogni madre ha cresciuto suo figlio secondo i propri costumi. Ogni moglie parla del marito e del figlio secondo la propria concezione».
Che sentiero hai percorso, per salire fin qui?
Quello arso dal sole, di una sabbia che asciuga
Di pietre spaccate da troppa sete
Con me camminava la fame dei tempi
E tu dimmi, che strada ti ha portato quassù?
Quella che prima al mattino, si abbevera al sole
Che vede la luce nel suo divenire
Disegnare orizzonti di nuove speranze
Quale via hai seguito, per giungere a noi?
Ho sentito il freddo rosicchiarmi le ossa
Il piede scivolare sul ghiaccio di un’alba
Lo sguardo accecato da una nebbia insolente
E tu per che cammino hai raggiunto la cima?
Quello che chiude le palpebre al giorno
Che vede la luce sfilarsi in domani
E costringe all’attesa di una traccia di luna
Le illusioni han creato dei mondi distanti
I piedi han segnato di tanti cammini
I sentieri diversi di una stessa montagna
Per poi arrivare sulla stessa cima
E guardare dall’alto lo stesso orizzonte
Trasformare in tramonto le promesse del giorno
E guardare dall’alto il solo orizzonte
E guardare dall’alto l’unico orizzonte
Ci sono momenti in cui pensi sia ora di chiudere. In cui nulla sembra avere un senso e ogni pensiero si ferma al ciglio della vita. Era un momento così. Una fine che sembrava la fine di tutto. Come ogni fine.
Poi a volte il tempo, a volte il vino sbiadiscono quell’ombra scura, che si fa meno minacciosa e non ne hai più paura.
Grazie per esser venuta stasera
Non avevo voglia di restare solo
L’ombra era stanca, i pensieri di cera
E un vino incapace di far prendere il volo
Sai quelle sere che sanno di mare
Un mare che attira a guardarlo di dentro
Per vedere la luna sfumata dal sale
Un mare che avrebbe tanta voglia di vento
E poi una notte che non voglio pensare
Un mattino che sfianca nell’attesa di un niente
E poi un domani ancora da indovinare
Senza un futuro che chieda un presente
Pensavo che mi avresti chiesto di uscire
Di venire con te in questa notte catrame
Che nessuna luce la riesce a scalfire
Un buio da cui non si può tornare
Grazie per esser venuta stasera
Ma sarebbe meglio che tu te ne andassi
Ti ho amata un istante di nebbia leggera
Ma non sono ancora pronto per seguire i tuoi passi
(aprile 2021)
Sarebbe da non credere, se non fosse accaduto davvero. All’inizio dell’anno Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria, ha postato una semplice, bella frase: “Diamo il benvenuto ai primi liguri nati nel 2021“. Una frase normale, in un Paese normale. Ma quella bimba, nata il 1° gennaio, ha la “colpa” di avere genitori nigeriani. Colpa tremenda e indelebile, come un peccato originale per il consigliere della Lega Stefano Mai, il quale ha subito diffuso una nota degna di Goebbels: “Non si può definire italiano, né ligure, chi nasce sul nostro territorio da genitori stranieri”.
Niente da fare, per quanto le Lega si sforzi (neppure troppo a dire il vero) di darsi un volto presentabile, non ce la fa. Il razzismo è congenito nell’appartenenza a quel partito. Infatti, poco dopo si è subito pronunciato il deputato leghista ligure Edoardo Rixi, affermando: “Quella bambina non è ligure.”
Siamo ancora a quel blut un boden (terra e sangue) tanto caro ai nazisti, al dover vincolare il destino di una persona al luogo dove è nata. Come se fosse una scelta il luogo dove venire al mondo, come fossimo piante ancorate a un terreno. Se non fosse triste e volgare il tutto, ci sarebbe persino da ridere sul “Non si può definire italiano, né ligure”. Ci si poteva aggiungere “e neppure genovese”.
Scriveva Alexander Dumas (figlio): “Preferisco i mascalzoni agli imbecilli, perché a volte si concedono una pausa”, ma quando le due qualità si mescolano, il pericolo è grande!
Greta, così si chiama la piccola, ti auguro tanta fortuna. Crescerai e forse rimarrai in questo Paese, nonostante tutto. Crescerai e avrai degli amici che non ti chiederanno se sei ligure. Crescerai e magari ti piaceranno la pasta al pesto e la buridda. E spero che capirai che non siamo tutti così. Comunque, grazie di essere venuta al mondo.
Pioveva quel giorno e le nuvole scure
Facevan sembrare le onde arrabbiate
Alla fine di un anno di peste e paure
Di giorni sospesi, vite mal giocate
Che l’anno che viene sia un po’ più buono
Soffi via questa nebbia che non si dirada
È stato il tuo pianto il suo primo bel dono
Una voce di luce un suono di rugiada
Greta sei la figlia di ogni terra
Greta sei l’alba di ogni tramonto
Greta sei il valico di ogni frontiera
Ma soprattutto sei venuta al mondo
Tu non lo sai, ma sei nata in salita
In una città che scivola al mare
Tu non lo sai ma sei nata già odiata
Da chi di te vede soltanto il colore
E ti nega un diritto, un permesso, un domani
Ma a rendere nostro il nostro cammino
Son le nostre scelte, i dubbi, le lotte
Non è un suolo a segnare il nostro destino
Greta sei nata sotto tutte le stelle
Greta sei il suono di ogni lingua parlata
Greta hai tutti i colori della pelle
Ma soprattutto Greta sei nata
Passeggerai in quel groviglio di strade
Crescerai, amerai, scherzerai con gli amici
Forse riderai di quel giorno lontano
Quando quelli parlavan di razza e radici
Sarà bello vederti tra i caruggi e le alture
Ascoltare la tua cantilena di mare
E poi Nigeria fa rima con Liguria
Quel mugugno di terra che ti voglion negare
Il tuo compleanno sarà il primo giorno
Di ogni anno che ci manda il domani
E ogni candelina sarà una vittoria
Che ci farà sentire un po’ meno lontani
(aprile 2021)
L’avevo conosciuta Agitu, nella sua Bottega delle capre felici. A Trento, dove era arrivata dall’Etiopia, da cui era fuggita per le violenze. Era venuta per studiare. Una laurea in sociologia, poi la scelta di vivere nel verde, di allevare caprette, fare formaggi, ricotta. Nella valle dei Mocheni, dove si era stabilita, aveva incontrato non poche difficoltà, vicini ostili, razzismo, dispetti. Ma aveva resistito, lottato, così come continuava a lottare contro i furti di terra che si perpetrano nel suo Paese e in tutta l’Africa. Ce l’aveva fatta in qualche modo, aveva messo su un’azienda agricola, era riuscita ad aprire la sua bottega. Nella vetrina sul bancone, il suo orgoglio: ricotte, formaggi, creme fatte con le sue mani, con le sue caprette.
Il 28 dicembre del 2020, Agitu Ideo Gudeta è stata trovata morta nella sua casa, a Frassilongo, uccisa da un suo dipendente, per uno stipendio arretrato non pagato. Era arrivato a Lampedusa dal Ghana Adams Sulemaini, voleva il denaro da spedire alla famiglia, ha perso la testa. Un martello. La bella storia di Agitu, che aveva saputo resistere a tante violenze è finita in quell’alba sporca tra un Natale e un Capodanno.
Ci sono sogni che nascono poveri
Con un destino scritto in brutta copia
Sfioriscono vuoti in orizzonti sbiaditi
Come quelli che hai lasciato in Etiopia
Dove il futuro è nascosto nell’ombra
Da chi vende fame in cambio di terra
Dove la vita è un volo di farfalla
Spinta dal vento che soffia la guerra
Ci sono pascoli lassù nel cielo
Troppo lontani per chi non sa sognare
Ci sono giorni in cui il sole si affaccia
A dirti che valeva la pena provare
Ci sono sogni che nascono poveri
Ma si allattano al seno della volontà
Del coraggio, del sogno e della speranza
Delle strade e del mare che arrivano qua
Da quei monti aridi della tua terra
Ai prati verdi ed un mondo di capre
Felici, ma non tanto da non capire
Che non tutti i giorni ogni porta si apre
Essere donna è una seconda pelle
Nera come una notte sbagliata d’inverno
Come la mano che ha interrotto il tuo viaggio
Stesso destino, nato un cattivo giorno
C’è un tempo per leggere e uno per lottare
Con libri, racconti per sentieri di voci
Mancherà Agitu il tuo sorriso serio
Nella tua bottega delle Capre felici
Ci sono giorni che nascono tristi
Ma certo il buon dio apprezza il formaggio
Ti darà due caprette e un pascolo grande
Che dia al mondo il sapore del tuo coraggio