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Prua

Prua. Mi hanno detto che si chiama prua. È come la testa del cammello, ti indica la direzione. Ma sono dune diverse queste. Ci si affonda davvero, ti inghiottono tutto, non solo il piede, come la sabbia. Il cammello però sa dove passare, sente il suolo, sceglie la strada. La prua no. Non sa la via e forse neppure il ragazzo che guida la barca la sa. Ha detto di saperlo fare a quei ladri libici, ma solo per non pagare il viaggio. Quando lo guardo abbassa gli occhi, ma basta un attimo per leggere la paura. La stessa di tutti noi. C’è chi prega, chi piange, chi urla. I più tacciono e inghiottono paura e sale.
Di notte il mare è freddo e duro. Sembra pietra. Nero. E stanotte non riflette nessuna stella, nessuna luna. Siamo soli. Sono abituato alle stelle, al loro ricamo, ma loro amano il deserto. La prua sale e scende, a volte sbanda allo schiaffo dell’acqua. Il ragazzo prova a raddrizzarla. Prova. Il bambino si è addormentato. Stretto tra il seno della madre e un’altra donna. Cercano di scaldarlo. È piccolo, è arrivato da poco al mondo. Quanto basta per patire. Le gocce di mare scorrono sulla pelle nera della madre. Ne luccicano le braccia. Mi guarda. So cosa vede nei miei occhi, la stessa paura, la stessa rassegnazione. Forse non dirà mai al bimbo, che è nato da violenza, che quel poliziotto libico che l’ha violentata non merita di essere suo padre. Spero di no. Meglio di no.
Ci fosse una prua anche dietro, forse sceglierei quella. Basta, ho troppa paura, troppo freddo, troppa fame, troppo di niente. Vorrei... Il colpo mi sbatte di lato, mi schiaccia contro altri uomini, altre donne. La prua da un arco e la barca si inclina. Il mare ci sfiora ora. Schiaffi acqua fredda. Un’onda. Poi come un buco e poi un’altra onda. Nera, come la prima e come tutte le altre. Mi chiedo quante sono o se sono sempre le stesse che ritornano. Mi fanno paura. La paura è peggio della nausea che risale ogni volta che la prua si infila nel mare. Mi viene da vomitare, ma la paura è più forte. Ho sete. Abbiamo tutti sete qui sul barcone. Avere sete in mezzo all’acqua! Avevamo sete in mezzo al deserto e ora di nuovo. Siamo condannati alla sete. «C’è infine, quando si ha fame e si ha sete qualcuno per scacciarvi», diceva un poeta, ma non ricordo chi ora.
La barca risale, si affaccia di nuovo su quella distesa senza orizzonte. Nera. Non sapevo che il mare di notte diventasse nero e che perdesse l’orizzonte. Il ragazzo alla guida sta per scoppiare a piangere, non sa come fare. Lo guardo per dargli coraggio. Siamo nelle tue mani, ragazzo. Non importa se hai mentito, se non avevi mai guidato una barca, ora devi farlo. Incrociamo gli sguardi. Gli faccio un ceno con il capo. Si aggrappa al legno che tiene in mano con tutta la sua forza e scavalca un’altra onda.
Qualcuno grida in lingue sconosciute. L’unica cosa che ci accomuna è il colore. E la disperazione. No, c’è un’altra cosa che ci rende simili: siamo gente di terra, di sabbia, non di mare. Siamo abituati a spezzarla la terra, con una zappa, a sbriciolarla, a renderla docile. Come fai con l’acqua? Quanta! Nasci e cresci in una terra secca, prosciugata dall’alido del diavolo, sbriciolata dalla sete, ci diventi grande sognando acqua. Guardi le donne con i loro secchi sulla testa, portano vita, c’è il futuro sulle loro spalle, la speranza di un domani. Acqua, poca, lontana, ostile.
La cerchi tutta la vita e ora rischi di morirci dentro. Di finirci sotto. Dopo avere pagato 8000 dollari a un bastardo libico. Ottomila, forse aveva ragione mio cugino, comprati un’automobile, fai il tassista. Forse. Apri una bottega. Forse, ma non riesco a vederci un domani in fondo a quelle parole. Anche il professore di storia a scuola continuava a magnificare le indipendenze africane. Forse perché lui era giovane allora, ci credeva, ci vedeva un domani. Bella indipendenza! È cambiato il colore della pelle nei palazzi, non il pensiero. Chissà se ci credeva davvero il professore, quando diceva che un giorno sarà l’Africa il centro del mondo, siamo la culla dell’umanità, non dimenticatelo. Già, quando si guarda al passato è perché il futuro è lontano. Aveva ragione il vecchietto di Diré quando mi ha detto: «l’Africa ha fatto molto all’inizio dell’umanità. Ora è stanca».
Ottomila dollari. Uno può venire dall’Europa con quattro-cinquecento dollari e noi paghiamo venti volte, per rischiare la vita in questa barca. Questa è l’indipendenza, professore? Lui almeno ha avuto fortuna, poteva crederci, sognare. Noi?
La prua affonda ancora in una sorta di buca enorme, poi ne esce spruzzando. Si impenna e sbatte forte sull’acqua. Un colpo secco, urla, sembra che la barca si spacchi, ma si infila nell’acqua e va avanti. C’è puzza di vomito e di paura. Non so quale sia più forte. Penso a mia madre, che mi diceva non sognare troppo. Ora lo dico io al professore. Ma sono sogni diversi. Più piccoli i miei. Senza domani.
Non me ne accorgo nemmeno. La prua non salta più, sfinita. Scivola quasi in piano sull’acqua scura. Guardo in basso, è un po’ meno scura, mi sembra. O forse no, sono i miei occhi che hanno preso troppo sale. Bruciano, ma non è questo che mi fa stare male. È l’idea di avere sbagliato tutto, di avere sognato troppo. Eppure, no, è davvero più chiara, non sto sognando. Alzo gli occhi. Una linea chiara disegna un orizzonte. Forse laggiù c’è terra. In fondo, lontano, una linea sottile, ma è luce, è giorno. È domani.

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