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Cose piccole

Come sembrano piccole le cose di quassù. È da ieri sera che ci penso. Adesso no, il buio rinuncia alle forme, le ignora, non so cosa ci sia la sotto. Ma fino a ieri sera si vedevano ancora le persone, le auto, le telecamere, tutto un movimento, le urla da corvo del commissario nel megafono. Non si distinguevano i volti, quelli no. E per un momento, per pochi minuti, ne sono stato felice, quando la delegazione dei parlamentari è venuta a farsi intervistare sotto la torre. Sì sono stato contento di non riconoscerli. Li ho visti poi risalire su piccole auto blu, con un piccolo puntino lampeggiante, anche lui blu e andare via. Il fischio delle gomme sull’asfalto però si è sentito anche quassù. Solo quello. Solo la loro fretta di andare via.
Non so cosa avranno detto davanti alle tivù, sicuramente avranno espresso solidarietà, detto che il lavoro è al centro degli impegni del governo, se erano del governo. Se erano dell’opposizione, avranno accusato il governo di non mettere al centro del programma il lavoro. Me lo diranno stamattina i compagni, quando saliranno a portarci la colazione.
Fa freddo quassù. Tanto freddo… “fa freddo sulla torre o è l’età mia malata”, continua a tornarmi in testa la canzone di Guccini. Mi piacerebbe venisse qui, a cantare per noi. Dovesse cantare pe tutti quelli che rischiano di perdere il posto, sai quanti concerti dovrebbe fare?
Il posto di lavoro… non solo non riesco a smettere di pensarci, lo sento anche nel naso. Quell’odore di gasolio, di fumo, di gomma consumata arriva fin quassù, a un passo dalla luna. Lo sento anche se fa freddo. Anche con il buio. Se ne va via per un po’ solo quando arrivano il pranzo o la cena. Stasera ci hanno portato un bel minestrone, caldo, bollente. Non ne sono sicuro, ma deve averlo preparato Maria. Appena si sveglia, la chiamo e glielo chiedo. Quel profumo ha allontanato l’odore di olio che fa la fabbrica. I macchinari sono fermi da tre settimane, ma quell’odore non va via.
Eppure adesso siamo qui a rimpiangerlo. Mi sento un cretino ad avere nostalgia di fatica e di sonno, delle bestemmie mandate contro ogni mattino, del capoturno che ti ronza intorno. Quando ci si mette la vita è proprio cattiva, dai! Prenderti in giro così è da bastardi. Come fai a rimpiangere il fumo tossico che esce da una pressa rovente, saturo di gas che ti spremono i polmoni o di quel rumore che ti tormenta di continuo, per tutto il turno, per otto ore. Un suono sordo, senza ritmo, che non lo senti quando lo ascolti: solo quando non ascolti, quando cerchi di pensare ad altro, alle cose tue. Allora arriva, piano piano e copre tutti i tuoi pensieri come sabbia scaricata da un camion. Li zittisce. E tu rimani lì, a cercare di respirare sotto quel peso. Silenzio. Riprendi il filo del tuo ricordo e lui ritorna a impastarlo con il suo ronzio ottuso. Come fa a rimpiangere queste cose? A rimpiangere uno stipendio che non basta nemmeno a fare un mutuo per la dignità?
Eppure, siamo qui, in undici su questa torre, al freddo da due settimane a chiedere indietro tutte queste cose. Perché il nostro orizzonte si fa ogni giorno più corto, mentre il futuro a poco a poco si spegne. Come queste ciminiere. Anche il non lavorare stanca, quando non hai scelte.
Abbiamo mangiato quel minestrone con voglia, con i compagni. Sotto se ne erano andati via tutti. Dopo una certa ora non valiamo più la pena. Giovanni scherzava: “e il vino ognuno se lo versa da solo, mi raccomando, eh!” perché con lui e Martone eravamo tredici a tavola.
Fa freddo adesso. Guccini. Il borbottio si sente appena, ma si sente a quest’ora che tutti dormono. È la boita laggiù. Lavorano anche di notte, loro. Chissà? Scelte giuste, dirigenti in gamba, prodotti che vanno. Chissà. Riuscissi a dormire. No, non è per il freddo, quello con un buon sacco a pelo si sopporta. Si sopportano tante cose. Non tutto. Non che vengano qui sotto a promettere, a convincerci che è una scelta sbagliata, che non porterà a nulla, che tanto alla fine…
Sembrano davvero piccole le cose da quassù, adesso che il buio comincia a evaporare. Tra poco suona la sveglia e Maria si alzerà. Luigino farà le solite storie per alzarsi, strizzerà gli occhi facendo finta di avere più sonno di quello che ha. Trascinerà le sue ciabattine con il musetto di un cagnolino fino al bagno e farà finta di lavarsi i dentini. E se dentro quello specchio non vede nessun futuro di chi è la colpa? Noi ce la siamo cavata, almeno fino a quest’ultimo anno ce l’abbiamo sempre fatta, anche dignitosamente, ma loro? Non hanno nemmeno un punto da cui iniziare.
È quasi chiaro. E fa più freddo. D’inverno la luce e il freddo camminano insieme: una cosa bella e una brutta. Speriamo che arrivi anche qualche bella notizia, oggi, di brutte ne abbiamo basta.
Tra poco la chiamo e le dico: sai una cosa Maria? Adesso, da quassù, mi sembra grande questa storia. Quello che ci manca adesso è soltanto la voce, agli altri manca la loro memoria. Lo so che è una storia piccola, ma almeno è la nostra.


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