Di terra e di acqua. E di sassi. Di questo si muore qui. Di questo. Guarda attorno, quelle colline, sono colline? Sono mucchi di sassi, pietre gialle, bruciate dal sole. Il sole. Tra poco arriva e spegnerà un po’ questo freddo. Speriamo.
Abdou si rannicchia nella giacca a vento corta. Si appoggia al muro sbrindellato, azzurrino, una volta. Una volta era azzurrino, ora il vento, le bombe, l’abbandono lo hanno sbiadito. Aziz dovrebbe arrivare tra poco. È sempre in ritardo lui, ormai lo sa.
Graffia un po’ il muro, con l’unghia. Si sbriciola facilmente. Infila il dito in un buco di pallottola, lo fa girare un po’, sentendo il grattare del cemento sbriciolato sulla pelle. Poi alza gli occhi verso ovest, verso quelle rocce ancora marroni, come se la notte non avesse voglia di andarsene del tutto.
Ad Abdou piace guardare quelle pietre e aspettare che il primo raggio di sole le ammorbidisca, ci passi sopra un velo rossastro, rapido, fugace per poi sbiancarle a giorno, restituendole al loro deserto. Gli ulivi tenaci si aggrappano alla poca terra e iniziano a luccicare sommessamente. È il loro carattere, pensa Abdou, sono timidi gli ulivi.
La luce gialla non fa fatica ad arrotolarsi sulle pietre irregolari, a scorrere lungo la corteccia irsuta delle piante, ad appiccicarsi ai muri delle case semidistrutte dagli spari e dalle ruspe. Si sente un rumore di pentole venire da una di quelle case. Qualcuno abita ancora quei mezzi muri.
Un rumore leggero di sassi. È Aziz, che arriva di corsa giù dalla discesa. La sua ombra si allunga sulla strada, il sole lo colpisce alle spalle.
«Ciao»
«Ciao». Nient’altro. Si avviano assieme lungo il sentiero tra i campi striminziti, secchi.
Una donna li saluta con un cenno del capo. Foulard nero, abito scuro. Li guarda passare, poi si ferma a seguirli con lo sguardo, fino a quando li vede girare dietro l’angolo di una casa non ancora dipinta.
«Anche a te fa questo effetto?»
«Quale?»
«Non so, ogni volta che vedo la madre di Khalid, è come mi sentissi in colpa»
«Ma dai! Perché poi?»
«Lo so che è stupido, ma cosa posso farci»
«Non è mica colpa tua, né mia. È colpa di quelli là». Non indica nessun luogo Aziz. Si sa dov’è il «là» e chi sono «quelli là».
Arrivano all’asfalto e svoltano a destra. Pochi passi e l’ombra della casa gialla li avvolge. A dire il vero quella casa non era proprio gialla, aveva solo una porta con delle righe gialle dipinte, ma loro, i loro amici, l’hanno sempre chiamata così. E la casa gialla era diventata il punto d’incontro, dove ritrovarsi, sul ciglio della strada. Ci si poteva arrivare in bici, ci si poteva sedere sul muretto, ripararsi all’ombra dei muri. Bene o male, quando si usciva da scuola, era lì che ci si salutava. Fino alla casa gialla la strada era la stessa, per tutti, poi di lì ci si divideva, ognuno verso casa sua. Di lì i bidoni del posto di blocco israeliano si vedevano bene. Ora nel freddo del mattino si vedono benissimo persino i numeri scritti sopra. Il sole d’inverno non trema come quello d’estate. Ti lascia vedere i bordi delle cose, pensa Abdou, ma non lo dice ad Aziz.
A scuola lo prendono in giro, per la sua mania di scrivere poesie e...
«Sei interrogato oggi?»
«Forse, matematica. Tu?»
«’Sta settimana no, dovrei passarla liscia»
«Lo so a cosa stai pensando, sai?»
Abdou sorride, «Nemmeno tu ti sei voltato a guardare il muretto»
«Già, non ce la faccio più. Lo rivedo lì, che ride, che fa il buffone come faceva sempre...Poi».
Poi era stata polvere, polvere che affogava tutto, che toglieva il fiato. Come se le pietre attorno esplodessero, ma non erano solo le pietre a esplodere, era il cielo, era l’aria, era tutto, era soprattutto la terra. Di terra, di questo si muore qui, da sempre.
Dopo lo sai che è un razzo, dopo. Dopo vedi che il tuo amico, quello con cui ridevi e scherzavi, quello che faceva il gradasso con gli israeliani, che li minacciava con il pugno, è lì, morto. Sdraiato su quella terra secca. Vedi le lingue di fuoco che escono dai finestrini neri dell’auto. Senti l’odore di bruciato, quell’odore che hai imparato a sentire fin da piccolo. Anche le urla delle donne hai imparato a conoscerle da tanto. Senti la paura e ...
Khalid no! Khalid no! No, no, no.
Il sibilo del razzo era stato improvviso, non aveva neppure fatto in tempo a smorzare le risate dei ragazzi, che sedevano all’ombra. Parlavano di ragazze e Khalid, al solito, teneva banco. Lui la sapeva lunga, così diceva, dava lezioni a tutti, anche se con Fatima... Le piaceva, lo sapevano tutti, ma lei non cedeva. Lui faceva finta di niente, sfarfallava con le altre, ma penava per Fatima. E pativa quando gli altri lo prendevano in giro per quello.
Battutacce da maschi adolescenti, cattivi come si è a quell’età. Rideva anche Abdou, sebbene non le amasse, ma quelli erano i suoi amici.
I bidoni sono ormai a due passi. I soldati li guardano attenti. Alcuni ormai li conoscono. Loro abbassano lo sguardo, si avvicinano, mostrano il tesserino della scuola e passano. In silenzio.
«Bastardi!»
«Stà zitto, ci sentono»
«Ehi, ragazzo!»
Fanno finta di non sentire. Il cuore inizia a battere. Tutti e due vorrebbero correre, ma sanno che sarebbe finita...
«Ehi!»
Aziz si volta. Il soldato agita il suo quaderno. Lo aveva dimenticato fuori dallo zaino, dopo la perquisizione.
Torna indietro, senza correre, prende il quaderno e lo rimette nello zaino.
Abdou lo aspetta seduto su una pietra. Il sole inizia a intiepidire l’aria. Le ombre degli alberi sui campi si accorciano. Di qua dal posto di blocco terra e sassi. In fondo Khalid era morto anche lui per una storia, una lunga storia di terra. Di questo si muore qui. Da sempre
«Sei preparato di matematica?»
«Abbastanza».