Fino a quel momento il viaggio era filato liscio. Eravamo partiti all’alba, prima che il caldo di marzo diventi insopportabile. Sulla vecchia Peugeot 504 c’era una coppia con una bambina di cinque anni, poi l’autista era partito lungo una strada sterrata che si inerpicava sulla collina per raggiungere un’abitazione dove ci attendeva una signora alta e robusta, che indossava un abito rosa attillato. Al nostro arrivo tutta la famiglia della signora era corsa in casa per prendere i suoi bagagli e caricarli sull’auto. L’autista sbuffava: «Dai, in fretta, la strada è lunga!». Scuoteva la testa, come a dire, non si può andare avanti così. La signora ha poi salutato tutti e siamo partiti. Dopo duecento metri, l’autista, che si puliva i denti con un bastoncino di legno, fa: «Scusatemi, devo passare da casa, ho dimenticato il mio sacco».
Dopo un’altra mezz’ora di attesa davanti alla casa dell’autista siamo partiti nel grigiore del mattino. Dopo alcune ore di viaggio arriviamo a Parakou. L’autista lascia la strada principale per infilarsi in una via laterale spaccata e polverosa. Con una svolta brusca attraversa la strada e accosta la 504 di fronte a una buvette da cui escono musiche religiose. Ci dice di scendere per mangiare qualcosa, poi risale sull’auto e scompare. Rimaniamo lì davanti alla buvette, io, la donna con la bambina anni, il cui marito è rimasto sull’auto con l’autista e il donnone in rosa. Le due donne e la bambina entrano nel locale per mangiare. Mi siedo sulle radici sporgenti di un grande albero che si affaccia sulla strada.
Arriva un giovane griot, con indosso una maglietta da calciatore, e si mette a suonare la sua kora, cantando con voce squillante sopra la musica che esce scatarrante dagli altoparlanti rotti della buvette.
Fuori, al bordo della strada, due ragazzi hanno steso decine di sandali in pelle di vario colore. I loro profili affilati tradiscono la loro provenienza dal Niger: «Questi sandali li fanno là, qui non sono mica capaci!» mi dice uno di loro con una certa ironia, mentre cerca di convincermi a comprarne un paio.
E’ già passata mezz’ora e l’autista non si vede. La signora in rosa ha finito di mangiare ed è venuta anche lei all’ombra dell’albero. Sbuffa spazientita: «E’ partito e ci ha piantati qui. Chissà dove si è cacciato! E’ per questo che l’Africa non si evolve!».
Poco distante due meccanici tentano di riparare il cerchione di un camion ormai spezzato da mille buche e da carichi sempre troppo pesanti.
All’ombra dell’albero inizia la sfilata di mille personaggi. In Africa è così. Appena ti fermi, tutti vengono a offrirti qualcosa. Accade ai semafori delle grandi città, dove a ogni rosso si scatena lo slalom dei venditori di fazzoletti, pile, mollette, prese elettriche, telefoni, assi per stirare. E accade in ogni altro luogo dove l’auto si ferma. Sembra che in una terra dove tutti sono sempre in movimento, se ci si ferma è perché si bisogno di qualcosa. Altrimenti si cammina, si viaggia.
Arriva un ragazzo in bici, con un frigo sul manubrio: «En Fanyogò?». Vende sacchetti di yogurt congelato provenienti dal Togo. Poi un’anziana signora con un in testa un piatto smaltato pieno di pezzi di carne arrostita. Le code appuntite che spuntano dal piatto ne tradiscono l’origine. E’ un agoutì, un grosso roditore di brousse. La signora in rosa fa un cenno con gli occhi e l’anziana abbassa il piatto smaltato, prende un pezzo un po’ unto di carta da pacco e lo riempie di carne. Poi disfa un nodo fatto all’angolo della sua donna e ne tira fuori alcune monete per dare il resto alla signora che ha già iniziato a mangiare.
Dell’autista nemmeno l’ombra. Auto più o meno simili, 504 fabbricate in Nigeria, arrivano e ripartono sulla strada, alzando nuvole di polvere. Un mendicante, con le braccia che portano i segni di una grande ustione, si avvicina con andatura sciancata. Frugo nelle tasche alla ricerca di una moneta e lui si allontana inchinandosi ripetutamente.
Stranamente non sento più la paura della noia dei primi giorni che mi attanaglia ogni volta che vengo in Africa da solo. Paura della noia più che noia reale. Sembra quasi che vada a cercarla, l’angoscia, per attrarla su di me, sforzandomi di stare male, pensando che la solitudine mi peserà inevitabilmente.
Dall’altra parte della strada due cartelli tentano di gettare un po’ d’ombra nel sole del mezzogiorno. Sul primo c’è il disegno di un bambino deforme e con le stampelle e una scritta: Vaccinons notre enfants contre la polyomelite, la tuberculouse, la diphterite, la coquelouche, la tetanos, la rougeole. Sull’altro una donna dipinta a mano allatta un piccolo. E’ una campagna per incentivare l’allattamento al segno, per combattere l’uso, sempre più diffuso del latte in polvere che priva i neonati degli anticorpi trasmessi dalla madre.
Si avvicinano due signori con aria sorridente e mi propongono “una lettura interessante”. Reveillez vous! C’è scritto sull’opuscolo che mi mostrano. Testimoni di Geova, una delle ultime ondate di invasione religiosa dell’Africa. Fino a qualche anno fa, qui in Benin, erano perseguiti per legge, così come veniva condannato chiunque si rendesse responsabile di atti di stregoneria.
Passano decine di zemidjan, i mototaxi che percorrono incessantemente le vie delle città del Benin. E passano i fuoristrada lucidi delle cooperazioni: Cooperation benino-allemand, benino.suisse, benino japonaise, benino-danoise. Auto da 50 milioni e passa, con i climatizzatori al massimo e i finestrini scuri. Blocchi di ghiaccio ambulanti. Schegge gelate d’Occidente che ignorano questo sole maledetto che ora, in marzo, senza neppure più la concorrenza dell’harmattan, può scatenare tutta la sua rabbia su questa terra polverosa.
Mentre viaggiavamo, l’autista mi raccontava che alcuni turisti gli avevano detto che gli avrebbero pagato un biglietto aereo per andare in Europa: «Voglio andare a fare le vacanza in Francia!» ripeteva contento. Promesse, illusioni. Quanta responsabilità abbiamo quando veniamo qui e quante volte non ce ne rendiamo conto.
Una ragazzina che avrà sì e no otto anni trasporta a stento uno scatolone malandato pieno di stoffe. Il fondo dello scatolone si apre di colpo e cade tutto per terra. La bambina tenta invano di trattenere i panni che scivolano. I ragazzi dei sandali scoppiano a ridere mentre lei rimane triste a raccogliere la sua roba.
E’ in queste attese che scopri l’Africa, perché i sensi si dilatano. Sei costretto a sederti su un tronco all’ombra e guardare gli altri muoversi. Di solito quando si viene qui si è sempre in movimento. Riproponiamo anche qui, tra brousse e città polverose la frenesia occidentale. Pianifichiamo il nostro tempo per non avere attimi vuoti, quelli di cui abbiamo più paura. Poi, quando si è obbligati ad attendere – e quante volte questa terra ti costringe farlo! – allora si vedono cose diverse. Non si “studia” più ciò che si ha davanti agli occhi, non ci si sforza di capire, si osserva e si accetta questa normalità come se fosse la nostra.
La signora in rosa ha finito di mangiare e diventa sempre più nervosa e impreca contro l’autista che non si fa vedere.
Un anziano con una sacca di rafia si siede accanto a me. Osserva con attenzione alcune arrossature che ho sul collo a causa di una rasatura affrettata. «Hai bisogno di qualche medicina» dice e tira fuori dalla sacca una sfilza di bustine e barattolini pieni di pasticche, polverine e altri intrugli.
«No grazie» gli dico.
«Ti serve dell’antimonio? Fa bene per gli occhi» tenta ancora. «Allora beviamo qualcosa?» dice alla fine mostrando i pochi denti gialli rimastigli.
Ordiniamo due birre che arrivano tiepide. Passa un ragazzino su un cavallo bardato con ciuffi e frange di lana colorata.
«Che animale inutile il cavallo!» fa il vecchio.
«Perché?»
«A cosa serve? Se arriva un ospite, cosa fai? Ammazzi un cavallo per dargli da mangiare? È molto meglio un pollo. Il cavallo serve solo ai re per farsi vedere». Si infervora nel suo discorso: «Anche i griot lo hanno detto: un pollo è più importante di un cavallo. Possibile? Ha chiesto la gente. E loro, non guardate le dimensioni, guardate l’utilità! Se arriva uno straniero gli dai un cavallo da portare a casa? Un pollo invece puoi regalarglielo. E poi il cavallo non serve nemmeno per i sacrifici. Il griot voleva dire che la bontà è meglio della ricchezza».
E’ simpatico il vecchietto con la sua ringhiera di denti che ridono. Finita la birra, si alza e si allontana lento nella calura. Sembra più magro che mai nel boubou ondeggiante. Appoggio la testa al ronco e guardo il cielo smerigliato che opprime la terra. Cerco di capire se sono triste, ma nemmeno a chiamarlo questa volta il disagio non arriva. Dopo tanti anni di viaggi in Africa quello che mi viene a mancare è un po’ il senso dell’avventura, il gusto della novità. A volte mi chiedo se non sono arrivato a una saturazione, ma poi mi rendo conto che è la solitudine che gonfia l’angoscia. Un’angoscia peraltro sopportabile. E il peso della solitudine ti fa capire in che misura ogni luogo è un’espressione sociale. Infatti, poi, basta un vecchietto sdentato a farmi dimenticare i miei impasti mentali e a ritornare a stare bene.
Anche la signora con la bambina è venuta a sedersi all’ombra. Gli altoparlanti della buvette sembrano ormai tamburi strappati le cui pelli flosce vibrano stanche e stonate nonostante i colpi dei suonatori. Il suono è ormai così slabbrato da sembrare un rumoraccio sordo.
«Vedi, l’africano è così – dice la donna in rosa accennando con la testa agli altoparlanti – Non cura niente. Se ha qualcosa lo utilizza sempre al massimo, finché si rompe. Per questo siamo sempre così indietro».
L’autista arriva con una frenata brusca. Non fa in tempo a scendere dall’auto che la signora in rosa lo aggredisce: «Non è così che si fa! È l’ultima volta che viaggio con te …». Lui tenta invano di spiegare, ma la donna è un fiume. Il marito della signora con la bambina prende le parti dell’autista: «Abbiamo bucato, ecco perché abbiamo tardato! Bisogna sapere le cose prima di parlare! Io ho dovuto trasportare la ruota e non sono nemmeno il suo aiutante!». La lite continua per un po’, poi si riparte.
Per strada l’autista cerca di calmare la donna: «Sorella, non arrabbiarti, sono cose che capitano». Lei si sforza di fare la faccia offesa, ma si capisce che sta cedendo. Dopo un po’ le scappa anche da ridere: «Yovò, gli africani sono così» mi dice scuotendo la testa. In un villaggio l’autista si ferma davanti a uno dei tanti ragazzini con il frigo sulla bici: «Due Fanyogò» dice. Paga e ne regala uno alla signora, che sorride distesa.
«Yovò, quest’estate verrò a passare le vacanze in Europa, in Francia e magari vengo anche in Italia!» dice l’autista allegro mentre riprende la strada che si allunga diritta, indifferente, verso sud.