Ci sono ricascato. Lo sapevo, ma non ho voluto crederci. Ho voluto illudermi fino all’ultimo, ma è stato inutile. Abbindolato un’altra volta. Nulla di grave, non ho perso niente, ma rimane quell’amarezza da caffè cattivo in fondo alla gola che si prova quando si viene raggirati. Quello strano peso che tira verso il basso gli angoli della bocca quando tenti di sorridere.
Sto zigzagando lungo il bordo di una delle strade che portano al Grand Marché di Bamako. In bilico sulla fogna a cielo aperto cerco di evitare motorini e biciclette che sorpassano a destra, a sinistra e in mezzo la coda di auto e pulmini pressoché immobile. L’aria puzza di gas e di fogna. I motori ingoiano benzina raffinata malamente e scatarrano fuori fumi colorati, azzurrini e grigi, talvolta persino belli a vedersi. Rendono l’atmosfera irreale e irrespirabile. Se l’olfatto è stordito da questa miscela, l’udito viene messo a dura prova dai clacson, la parte elettrica che sembra meglio funzionare sulle vetture di Bamako, e dal vociare ritmico e squillante dei ragazzi appesi ai duruni, i pulmini collettivi, che urlano a mitraglia la loro destinazione per attirare i clienti.
Sul bordo dell’asfalto, a pochi millimetri dal traffico, donne sedute che friggono frittelle, bambini che giocano, asini immobili e indifferenti, legati ai loro carretti. Un giovane cammina con due materassi rosa, avvolti nel nylon, sottobraccio e un terzo in equilibrio sulla testa. Un altro porta sulla testa tre lunghissimi tubi di plastica che si curvano agli estremi quasi fino a toccare terra.
Avanza sicuro nel marasma. Non tocca niente e nessuno, e nessuno e niente tocca lui. Se c’è un inferno per soli occidentali, deve assomigliare molto a una di queste strade. Se vuoi vedere dell’artigianato di valore, vieni. Abbiamo il magazzino qui dietro. mi dice un giovane con un cappello di lana. “Noi vendiamo all’ingrosso” continua seguendomi. “Quelli della Maison des Artisans – dice indicando proprio il posto dove sono diretto - comprano da noi. Là è più caro”. So che non è vero, ma se c’è un modo per accorciare questo cammino tra le auto, mi sta bene. Ci infiliamo in una via laterale, non asfaltata e piena di buche, ma più calma. C’è una fila di negozietti che espongono una quantità spropositata di cinghie di trasmissione. Segue la zona degli ingranaggi. Sembra tutto programmato per la catena infinita di guasti che colpiscono inevitabilmente e inesorabilmente le scassatissime auto di qui. Dopo la sequenza di altri venditori di pièces détachées, arriviamo a una casa verdolina, verniciata di fresco. Dai muri smaltati pendono tessuti di bogolam, tela grezza con disegni colore dell’argilla scura. Vedendoci arrivare, un uomo magro, in un boubou verde, si alza dalla sua sedia e ci viene incontro sorridente, come se aspettasse proprio noi, come se mi conoscesse da chissà quanto tempo. “È mio cugino” dice quello con il cappello di lana.
“Mustapha” si presenta il magro e mi ripete, con le stesse parole dell’altro, che loro vendono all’ingrosso e che quelli della Maison des Artisans … Annuisco appena. Non ho voglia di dirgli che so che non è vero, ma non voglio nemmeno fargli vedere che sono entusiasta della cosa. Mi mostrano il locale, colmo di tessuti, in effetti molto belli. Poi saliamo al piano superiore dove sono esposti altri oggetti di artigianato. Chiedo il prezzo di una collana di cui so più o meno il
valore. Spara alto.
Lo blocco subito dicendo quanto vale. I due si guardano un istante, poi il magro sorride: “OK, tu non sei un turista. Hai anche una camicia maliana” mi dice toccandomi una manica. “Ti avevo fatto un prezzo da turista, ma tu, OK, ho capito, sei stato altre volte in Mali” e abbassa la cifra. Ma di poco e ora sono sicuro che vuole fregarmi, mentre continua a ripetere che ora ci siamo capiti e facciamo prezzi “da maliani” e non più da tubab.
Infatti, devo mollargli la roba due o tre volte e far finta di andare via prima di ottenere il prezzo che mi ero imposto e che ritengo equo. Ogni tanto i due si guardano e fingono meraviglia: “Contratta bene! Peggio di un senegalese!” dice uno all’altro per farmi i complimenti e raddolcirmi. L’altro, il magro, continua a dire che così non guadagna niente, che quello . il prezzo che ha pagato lui… È come la scena del poliziotto buono e quello cattivo negli interrogatori dei film americani. Terminati gli acquisti, ci mettiamo a chiacchierare. Sono peul, dicono. “Io mi chiamo Ba”, fa il magro.
“Come Ibrahim, il calciatore”.
“Proprio come lui, quello che si tinge di biondo”.
Finalmente la discussione sembra prendere un tono sincero, ora che non hanno più nulla da vendermi. Parliamo di Timbuctu, la loro famiglia viene di là, di conoscenze comuni. Il magro ha
una moglie cattolica, Suzana, che ha partorito da poco un maschietto. Mi scrive il suo indirizzo e poi mi chiede di scrivere un messaggio di augurio per il neonato: “Una piccola preghiera, nella
nostra cultura si usa così”. Non ne sono sicuro, ma mi diverte l’idea di scrivere un messaggio a un neonato peul.
È contento il magro, mi chiede che lavoro faccio: “Ah, università!” esclamano tutti e due con ammirazione.
“Andiamo a bere qualcosa insieme per festeggiare l’amicizia”.
“Sono gli incontri a creare gli amici” gli fa eco il giovane.
Sono indeciso se credere alla loro sincerità o stare sulle mie. Non sono diffidente per natura, anzi, ma ho imparato a difendermi in tanti anni da bianco in Africa. Quante volte si trovano falsi amici, soprattutto quando di mezzo c’è. qualcosa da vendere. Questi mi sembrano davvero contenti della conoscenza ora, ma ogni tanto noto qualche sbavatura che stona, qualche eccesso di smanceria. Comunque andiamo a bere. La Buvette de la gare sa di piscio. È un buco scuro all’ombra del bellissimo edificio coloniale in mattoni, su cui spicca la scritta dorata Chemin de fer Dakar-Niger. I sogni dei francesi si fermarono a Bamako e il treno non è mai arrivato in Niger.
Due coca e una birra. La birra è per il magro.
“Ma non sei musulmano?”
“Sì, ma . tanto che non bevo birra. E poi devo festeggiare il mio bambino”.
Continuano a parlare delle usanze peul quando c’è una nascita, della festa che si farà domani, anzi, perché non vado anche io?
“Perché no?”
Ci saranno musiche, danze, i griot canteranno e ci sarà anche il marabout che darà la sua benedizione. Continuo a restare sul filo del rasoio, indeciso se credere del tutto a ciò che mi raccontano o diffidare, pensando ci sia qualcosa sotto, che abbiano capito che mi piace sentir parlare di tradizioni locali. In fondo per. non mi costa molto e rimango ad ascoltare.
“Bisogna festeggiare il nostro incontro e il bambino” ripete entusiasta il magro.
“Il fatto che ti abbiamo incontrato. un segno del destino”.
“Per noi, nella nostra cultura, la nascita di un figlio è come l’arrivo di uno straniero. Anche un bambino in fondo viene da lontano”.
Continuiamo ad alzare i bicchieri e a brindare, mentre mi accorgo di non sentire quasi più l’odore di piscio. Ci si abitua a tutto, e in fretta. “Da noi si usa fare un regalo, quando nasce un bambino in famiglia” dice il giovane e tira fuori dalla tasca una striscia di cartoncino rigido, piegata a forma di busta. La apre e dentro ci sono sette braccialetti sottili di finto argento e una collana con un pendaglio a forma di testa di elefante.
Ci siamo.
“Questi li facciamo noi, è artigianato locale” dice offrendomi la busta. Si vede benissimo che è paccottiglia industriale di importazione asiatica, ma lui crede che io non lo capisca, con quel tipico atteggiamento di chi ha a che fare con i turisti e li pensa tutti stupidi e creduloni.
“Tienilo, è un nostro ricordo, ma non devi venderlo, mi raccomando” e mi mette in mano il pacchetto.
Mi era già capitato, tre anni fa a Dakar. Un giovane, da cui avevo acquistato una pezza di stoffa, mi aveva “regalato” un ciondolo (quella volta però era davvero artigianale) dicendo che l’indomani si sposava e che “nella loro cultura” si usava fare un regalo. Io lo avevo preso e avevo continuato a camminare. Dopo aver ripetuto all’infinito che era contento e che il ciondolo mi avrebbe portato fortuna, aveva cominciato a dire che per l’indomani doveva pagare il montone per la festa e se potevo dare un piccolo contributo...
Ora qui, in questa buvette della stazione a centinaia di chilometri di distanza, la scena si ripete. Chissà se è stato proprio il treno Dakar-Bamako a portare questa sceneggiata fino in Mali.
Comincio a irritarmi per la presa in giro; i continui brindisi e l’enfasi sull’incontro che crea amicizia cominciano a diventare insopportabili. Decido di recitare la parte, prendo la busta e la metto nella borsa.
Dopo un po’ il magro tira fuori un’altra busta. Questa contiene una collana finto dorata con due orecchini e un braccialetto, fissati sul cartone con gusto. Anche questo “lo fanno loro”.
“Vedi, nella nostra cultura, questo rappresenta la vita” dice facendo scorrere il dito lungo la collana. “Questo ‒ il braccialetto ‒ simboleggia la donna e questi due i seni che danno la vita”.
Non so se essere arrabbiato o stupirmi per la fantasia di questi due che sono riusciti ad attribuire una simbologia simil-tradizionale a una paccottiglia di quarta serie, proveniente da chissà dove.
“Devi tenerlo con te, sempre, o darlo a tua moglie, ma è un nostro ricordo. Non è per il valore, che sarà sui 1400-1700 CFA” dice come per inciso, “Ma per il ricordo del nostro incontro”.
“Domani a casa nostra ci sarà una grande festa, si suona, si danza, ci sarà da mangiare per tutti” enfatizza il giovane.
Infilo nella borsa anche il secondo pacchetto e resto ad aspettare.
“Vuoi bere qualcos’altro?” dice il magro, dopo aver pagato le bibite.
“No, grazie”, non voglio essere ancora più in debito con lui.
“Senti, non hai un oggetto tipicamente italiano da darci per festeggiare l’incontro?”
“Tipo?”
“Una cintura, delle scarpe”. Sinceramente non le ho, tranne quelle che indosso, e comunque non le darei a questi due.
Silenzio.
“Perché. nella nostra cultura si usa dare qualcosa, magari una piccola somma, se non ti disturba. Domani bisogna pagare il montone e il marabout e i griot”. C’è sempre un montone da pagare per il giorno dopo.
“Non posso darti soldi, e poi non avevi detto che era un regalo?”
“Ma è un regalo!” fa il giovane indignato; “Però, se potessi fare un piccolo sforzo…”.
Gli do 1000 CFA. So che è pochissimo e vedo che non sono contenti. Diventano nervosi, ostili. Il magro finisce la birra in un sorso e dice secco: “Andiamo”. Ci incamminiamo verso il negozio.
“Davvero non hai niente di più?” tenta ancora il giovane.
“No, devo fare altre spese”.
“Mille CFA è poco!”
“Hai detto quello che potevo…”
Mi guarda annuendo. Poi indica la mia borsa. “Ridammi i regali, per favore”.
“Tu per. mi ridai i mille”.
“È poco per quei regali!”
“Se sono regali non si pagano e se te li riprendi 1000 CFA sono anche troppi in cambio di niente”.
“Ma come faccio a dire al marabout che li ho venduti per 1000 CFA?”
“Cosa c’entra il marabout? E poi avevi detto che erano regali per l’incontro”.
“Sai, il marabout…” dice a testa bassa, con finto pentimento, mentre gli restituisco i due pacchetti.